Definizione
La calunnia è il reato previsto dall'articolo 368 del codice penale italiano, ai sensi del quale: "chiunque, con denunzia, querela, richiesta o istanza, anche se anonima o sotto falso nome, diretta all'Autorità giudiziaria o ad un'altra Autorità che a quella abbia obbligo di riferirne, incolpa di un reato taluno che egli sa innocente, ovvero simula a carico di lui le tracce di un reato, è punito con la reclusione da due a sei anni." La pena è aumentata se s'incolpa taluno di un reato del quale la legge stabilisce la pena della reclusione superiore nel massimo a dieci anni, o un'altra pena più grave. La reclusione è da quattro a dodici anni se dal fatto deriva una condanna alla reclusione superiore a cinque anni, è da sei a venti anni, se dal fatto deriva una condanna all'ergastolo
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 575 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 69% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 19%
- Rigettato 12%
- Inammissibile 69%
- Altro 1%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Penale Sez. 749%
- Penale Sez. 645%
- Civile Sez. 36%
Precedenti più richiamati
- Cass. 12209/2020in 16 provvedimenti
- Cass. 14761/2017in 22 provvedimenti
- Cass. 10282/2014in 12 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
L'imputato ha denunciato di aver subito una violenta aggressione fisica, presentando come riscontro medico un referto del pronto soccorso con lievi escoriazioni al braccio. Le indagini hanno dimostrato l'impossibilità oggettiva dello scontro nei termini riferiti, configurando il reato di calunnia per aver incolpato falsamente terzi. I giudici territoriali hanno accertato la consapevolezza della falsità della versione offerta. L'interessato ha proposto ricorso sostenendo il valore probatorio decisivo del certificato medico e contestando l'ipotesi di autolesionismo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile l'impugnazione: il referto con segni marginali non prova alcun attacco subito e la piena malafede emerge dalla ricostruzione materiale. Il ricorrente ha subito la condanna definitiva oltre al pagamento delle spese di giustizia e di una somma pecuniaria.
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Un uomo ha impugnato davanti alla Corte di Cassazione la condanna penale per calunnia emessa nei suoi confronti dai giudici di merito. L'imputato sosteneva di essersi limitato a denunciare fatti riferiti da terze persone e basati su maldicenze diffuse. I giudici supremi hanno respinto l'impugnazione, dichiarandola inammissibile. La Corte ha ribadito che sussiste il reato di calunnia anche quando il denunciante riporta voci correnti o dicerie altrui, purché egli sappia perfettamente che l'accusato è innocente. Non è possibile schermarsi dietro il sentito dire se si è consapevoli della falsità della notizia. L'imputato perde la causa e subisce la condanna al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per il reato di calunnia. La difesa contestava la configurabilità del delitto sostenendo l'assenza degli elementi costitutivi della fattispecie penale. I giudici di legittimità hanno accertato che l'atto difensivo riproponeva le medesime censure già analizzate e motivate dalla Corte di Appello. Di conseguenza, il Collegio ha confermato la condanna dell'imputato e gli ha ordinato di pagare le spese processuali insieme a una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Un agente locale e sua moglie hanno orchestrato una trappola contro la comandante del corpo per vendicarsi di un trasferimento lavorativo. La donna monitorava gli spostamenti della superiore durante gli allenamenti di pallavolo per consentire al marito di collocare cinque dosi di cocaina nella sua automobile. Una chiamata anonima alle forze dell'ordine ha fatto scattare i controlli. La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità della complice per il reato di calunnia e per illecita detenzione di stupefacenti, evidenziando che anche chi fornisce indicazioni logistiche partecipa pienamente al piano punitivo. I giudici hanno respinto la tesi difensiva secondo cui la droga servisse solo a simulare un consumo personale. La Suprema Corte ha però annullato con rinvio la sentenza limitatamente al calcolo della pena per continuazione tra i reati.
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Un uomo presenta una querela contro una persona innocente, accusandola ingiustamente di truffa e producendo falsi messaggi come prove a supporto. I giudici di merito lo condannano per il reato di calunnia, escludendo la particolare tenuità del fatto a causa dei suoi precedenti penali. L'imputato presenta ricorso in Cassazione sostenendo l'assenza di intenzione colpevole e chiedendo uno sconto di pena. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile perché le censure si limitano a ripetere argomenti già smentiti senza confrontarsi con la sentenza impugnata. L'atto di querela e i messaggi contraffatti erano pienamente idonei ad aprire un procedimento penale a carico della vittima innocente. Di conseguenza, la condanna per calunnia diventa definitiva e l'imputato deve pagare le spese del giudizio insieme a tremila euro alla Cassa delle ammende.
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L'Imputato, condannato nei gradi di merito per il delitto di calunnia, ha presentato ricorso per cassazione contestando l'attendibilità della persona offesa, la sussistenza dell'elemento soggettivo e la mancata applicazione della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le censure sollevate miravano unicamente a ottenere una nuova valutazione delle prove, attività preclusa nel giudizio di legittimità. Inoltre, le motivazioni si limitavano a riprodurre le stesse argomentazioni già esaminate e respinte dalla Corte di Appello. A seguito della decisione, la condanna dell'Imputato è divenuta definitiva, con l'ulteriore addebito delle spese del procedimento e di una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Un uomo condannato per calunnia ha presentato impugnazione per contestare la propria colpevolezza, la mancata concessione delle attenuanti generiche e la severità della pena inflitta. I giudici di legittimità hanno dichiarato l'inammissibilità del ricorso per calunnia poiché la difesa ha riproposto argomenti generici già esaminati e motivatamente respinti dalla Corte d'appello. La precedente sentenza conteneva spiegazioni corrette e prive di contraddizioni logiche. Di conseguenza, la Corte ha reso definitiva la condanna penale del ricorrente e lo ha condannato al pagamento delle spese di giustizia, oltre al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Un imputato ha accusato falsamente terze persone per difendersi dalle accuse a suo carico. La Corte d'Appello lo ha condannato per calunnia. L'uomo ha presentato ricorso in Cassazione invocando la scriminante dell'esercizio di un diritto a tutela della propria posizione processuale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il binomio tra calunnia e diritto di difesa opera infatti entro limiti rigorosi. L'accusa rivolta a terzi deve possedere i requisiti di essenzialità, ineluttabilità e stretta continenza. Nel caso concreto, l'imputato ha orchestrato un'attività ingannevole e manipolatoria che ha stravolto integralmente i fatti storici. Di conseguenza, il tentativo di giustificare l'incolpazione con la propria difesa è fallito. La Cassazione ha confermato la condanna e ha inflitto all'imputato il pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Un Mediatore ha richiesto la provvigione del mediatore immobiliare per un contratto preliminare di locazione e il risarcimento danni, dopo essere stato indagato per ricettazione a causa di una falsa denuncia del Cliente, poi condannato per calunnia. I primi due gradi di giudizio hanno negato il diritto alla provvigione per mancata prova dell'iscrizione all'albo e il risarcimento danni. La Cassazione ha accolto il ricorso del Mediatore, stabilendo che la prova dell'iscrizione può desumersi dal contratto e che la domanda di risarcimento danni non era stata correttamente esaminata, violando il principio di corrispondenza. La causa è stata rinviata per un nuovo esame.
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Un ex magistrato ha richiesto il risarcimento danni per diffamazione e calunnia contro un collega e un avvocato. L'attore riteneva offensive le dichiarazioni rese dai due professionisti durante un'audizione davanti al Consiglio Superiore della Magistratura. Sia il Tribunale che la Corte di Appello hanno respinto le domande risarcitorie, non ravvisando alcun illecito penale o civile nelle dichiarazioni contestate. Il richiedente ha quindi proposto ricorso per cassazione, contestando la motivazione dei giudici di merito e la mancata compensazione delle spese legali. La Corte di Cassazione ha respinto integralmente il ricorso. Gli ermellini hanno chiarito che il controllo di legittimità non può rivalutare i fatti e che il rigetto delle difese dei convenuti non configura una soccombenza reciproca. Il ricorrente deve pagare le spese processuali.
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Un dipendente ha presentato una denuncia penale contro il legale rappresentante dell'azienda datrice di lavoro. Il lavoratore accusava la dirigenza di impiegare consapevolmente operai irregolari con permessi di soggiorno falsi. L'azienda ha disposto il licenziamento per giusta causa a carico del dipendente. L'indagine dei carabinieri ha accertato la completa estraneità e innocenza dell'amministratore. La denuncia costituiva una ritorsione per una mancata promozione economica. I giudici di merito hanno confermato la piena legittimità del recesso datoriale. La Suprema Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del dipendente. L'esercizio del diritto di denuncia perde tutela quando persegue finalità meramente vendicative e diffamatorie verso il datore.
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Un professionista ha citato in giudizio un ex collaboratore per ottenere il risarcimento danni per calunnia. Il convenuto aveva segnalato la presenza di file compromettenti nel computer dell'attore, innescando un procedimento penale conclusosi con l'archiviazione. Il professionista sosteneva che la denuncia fosse simulata e creata ad arte dopo la rottura dei rapporti di lavoro. Sia il Tribunale sia la Corte di Appello hanno respinto la richiesta risarcitoria per insufficienza di prove certe sul dolo calunnioso. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del professionista, ribadendo che la valutazione degli indizi spetta solo ai giudici di merito e condannandolo al pagamento delle spese di lite.
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Un Individuo, già condannato per calunnia e recidiva, ha presentato ricorso in Cassazione. L'Individuo sosteneva di non essere stato capace di intendere al momento del fatto. La Corte d'Appello aveva già confermato la sua responsabilità e la pena. La Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità ricorso penale perché le motivazioni erano generiche e non provavano l'incapacità. L'Individuo dovrà pagare le spese processuali e una somma alla cassa delle ammende.
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L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per i reati di rapina e calunnia. La difesa contestava la valutazione delle prove e lamentava il diniego delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non è possibile richiedere un nuovo riesame dei fatti in sede di legittimità se la motivazione d'appello è logica. Inoltre, la Cassazione ha confermato la legittimità del diniego delle attenuanti generiche, giustificato dal comportamento violento, spregiudicato e irrispettoso mantenuto dall'Imputato anche durante il processo. La condanna è divenuta definitiva con l'obbligo di pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Un Lavoratore è stato condannato per tentato furto, resistenza a pubblico ufficiale e calunnia, avendo falsamente accusato i Carabinieri di avergli procurato lesioni. Il Lavoratore ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la valutazione delle prove e la configurazione dei reati. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto che il Lavoratore chiedesse una nuova valutazione dei fatti, compito precluso al giudice di legittimità. La condanna per calunnia e resistenza a pubblico ufficiale è stata quindi confermata.
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Un avvocato è stato condannato per calunnia (falsa accusa di reato) per aver incolpato un precedente legale del suo cliente di infedele patrocinio. L'accusa era contenuta in un atto difensivo, dove l'avvocato sosteneva che il collega avesse agito in modo scorretto, causando un danno al cliente, al fine di contestare la richiesta di pagamento del compenso. La Corte d'Appello aveva confermato la condanna. Tuttavia, la Corte di Cassazione, dopo aver revocato una precedente decisione per errore materiale, ha annullato la sentenza di condanna. Ha stabilito che l'avvocato si era limitato a evidenziare inadempienze professionali per difendere il proprio assistito, senza l'intenzione di accusare falsamente il collega di un reato con la consapevolezza della sua innocenza. Il fatto di calunnia non sussiste.
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Un uomo (Il Ricorrente) fu inizialmente assolto dall'accusa di calunnia per aver denunciato un altro soggetto (La Parte Civile) per truffa e frode processuale. Il Ricorrente sosteneva di essere stato ingannato nella sottoscrizione di un contratto preliminare e nel versamento di 50.000 euro, ma la somma era già stata restituita. La Corte d'Appello ribaltò la decisione, condannando l'uomo per calunnia, ritenendo la sua accusa falsa e strumentale. La Cassazione ha confermato questa condanna, rigettando il ricorso dell'imputato. Ha ribadito la legittimità dell'appello della parte civile e la correttezza dell'overturning in malam partem, senza necessità di riesaminare l'imputato se le sue dichiarazioni non furono decisive in primo grado.
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Un individuo (L'Imputato) è stato assolto dal reato di calunnia. Aveva denunciato due soggetti (Le Parti Civili) per truffa e falso, sostenendo che 1.400.000 euro ricevuti fossero un acconto per un affare immobiliare non concluso, e non un finanziamento. L'Imputato disconosceva la firma sui documenti del presunto prestito. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi delle Parti Civili, confermando l'assoluzione. I giudici hanno ritenuto la versione dell'Imputato plausibile e supportata da prove, evidenziando la mancata certezza sull'autenticità della firma e sull'effettiva erogazione del finanziamento.
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La Corte di Cassazione ha esaminato un caso di ricorso proposto dalla parte civile contro l'assoluzione di un imputato dal **reato di calunnia**. L'imputato aveva denunciato un Carabiniere, sostenendo che avesse alterato la ricostruzione di un incidente con arma da fuoco per proteggere il figlio dell'allevatore ferito, un ex Carabiniere. La Corte d'Appello aveva assolto l'imputato, escludendo la consapevolezza della falsità delle accuse. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che l'imputato aveva basato la sua denuncia su una versione dei fatti diversa, riferitagli da un testimone presente, e non aveva agito con la consapevolezza di accusare falsamente. Mancava, quindi, l'elemento soggettivo necessario per il reato di calunnia.
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Un professionista immobiliare e la sua convivente hanno tentato una truffa immobiliare. Il professionista ha nascosto un'offerta d'acquisto più alta (160.000 euro) ai venditori, presentando solo quella della sua convivente (140.000 euro). Successivamente, ha cercato di rivendere il contratto preliminare a un altro acquirente per 200.000 euro, mirando a un profitto illecito di 60.000 euro. La tentata truffa immobiliare non si è perfezionata. Gli imputati si sono anche appropriati di 20.000 euro. Il professionista ha poi sporto una falsa denuncia, commettendo calunnia. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando le condanne e le spese legali a carico degli imputati.
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