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Pericolosità sociale: confisca dei beni e continuità

La Corte di Cassazione ha confermato un decreto di confisca di prevenzione, respingendo il ricorso di un soggetto. La decisione si fonda sulla valutazione di una ‘pericolosità sociale’ continua e ininterrotta, che va da un grave reato in materia di stupefacenti del 1990 fino a recenti operazioni societarie sospette. La Corte ha ritenuto che i legami con la criminalità organizzata, mantenuti dopo la scarcerazione, e una sproporzione economica progressiva giustificassero la misura ablativa sui beni acquistati in tale arco temporale, senza che fosse necessaria la prova diretta del nesso tra singolo reato e singolo acquisto.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Pericolosità Sociale: la Cassazione sulla Confisca Senza Soluzione di Continuità

La recente sentenza n. 24396/2024 della Corte di Cassazione offre un’analisi cruciale sul concetto di pericolosità sociale e sulla sua estensione temporale ai fini della confisca di prevenzione. Il caso esaminato riguarda un soggetto i cui beni sono stati confiscati sulla base di una pericolosità ritenuta continua per un trentennio, dal 1990 al 2020. Questa pronuncia ribadisce i principi fondamentali che governano le misure di prevenzione patrimoniale, chiarendo come elementi risalenti nel tempo possano essere collegati a condotte più recenti per delineare un quadro unitario di pericolosità.

I Fatti del Caso

Il ricorrente si era opposto a un decreto di confisca emesso dalla Corte di Appello di Torino, in sede di giudizio di rinvio. La misura ablativa era stata disposta in relazione a una serie di beni acquistati a partire dal 2004. Il ricorrente sosteneva che la sua pericolosità, originariamente legata a un arresto per detenzione di eroina nel 1990, non potesse considerarsi estesa fino al momento dell’acquisto dei beni. A suo dire, non vi era prova che l’attività illecita del 1990 fosse ancora produttiva di proventi anni dopo, né che i suoi successivi rapporti, anche con soggetti poi inquisiti per reati di mafia, dimostrassero la persistenza di una condotta illecita.

In particolare, la difesa contestava la rilevanza dei contatti, avvenuti dopo la sua scarcerazione nel 1997, con figure successivamente condannate per associazione mafiosa, e la valutazione negativa della gestione di una società, fittiziamente intestata a congiunti ma a lui riconducibile, le cui operazioni erano state ritenute distrattive.

La Continuità della Pericolosità Sociale Secondo i Giudici

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, ritenendolo infondato. Il fulcro della decisione non risiede nella rivalutazione dei fatti, preclusa in sede di legittimità, ma nella verifica della corretta applicazione dei principi di diritto da parte della Corte di Appello.

I giudici hanno sottolineato che, nel procedimento di prevenzione, il ricorso è ammesso solo per ‘violazione di legge’. Ciò include il caso di una motivazione inesistente o meramente apparente, ma non l’illogicità manifesta del ragionamento. Nel caso di specie, la motivazione della Corte di Appello è stata giudicata né assente né apparente.

Le Motivazioni

La Corte ha spiegato che i giudici di merito hanno correttamente delineato un percorso unitario di pericolosità sociale. Il grave episodio del 1990 non è stato visto come un fatto isolato, ma come l’indicatore di una capacità di produrre reddito illecito in contesti di criminalità organizzata.

La continuità è stata dimostrata attraverso una serie di elementi concatenati:

1. La ripresa dei contatti: Subito dopo la scarcerazione, il soggetto ha ripreso i rapporti con individui già noti e successivamente condannati per mafia.
2. Gli intrecci economici: Dal 1998 al 2010 sono emersi stretti legami economici, e non solo personali, con tali individui.
3. La sproporzione patrimoniale: A partire dal 2001, è stato registrato un progressivo e ingiustificato aumento delle condizioni economiche del nucleo familiare del proposto.
4. La gestione societaria: La costituzione nel 2007 di una società fittiziamente intestata a terzi, ma di fatto gestita dal proposto, ha rappresentato un’ulteriore e più grave manifestazione della sua pericolosità, soprattutto alla luce di indebiti prelievi di denaro dalle casse sociali tra il 2011 e il 2020.

La Corte di Cassazione ha concluso che la Corte di Appello non si è limitata a una critica generica, ma ha definito con precisione l’ambito temporale della pericolosità e la sua connessione con i beni confiscati, rendendo la motivazione solida e immune da censure di legittimità.

Le Conclusioni

Questa sentenza è un’importante conferma del fatto che la valutazione della pericolosità sociale ai fini della confisca non richiede una prova diretta e specifica del nesso tra ogni singolo acquisto e un determinato reato. È sufficiente che i beni siano stati acquisiti all’interno di un arco temporale in cui il soggetto, sulla base di una serie coerente di indizi, manifestava una pericolosità qualificata e una significativa sproporzione tra il patrimonio e i redditi dichiarati. La continuità della pericolosità può essere desunta anche dal mantenimento di legami con ambienti della criminalità organizzata e da operazioni economiche anomale, anche a distanza di molti anni dal reato-spia iniziale.

Come si stabilisce la durata della pericolosità sociale per una confisca?
La durata della pericolosità sociale viene stabilita valutando un insieme di elementi in modo unitario e non frammentato. Si parte da un ‘reato spia’ che rivela la capacità del soggetto di generare redditi illeciti e si analizza la sua condotta successiva, come la frequentazione di persone legate alla criminalità organizzata, gli intrecci economici sospetti e un ingiustificato aumento del patrimonio nel tempo, per dimostrare una continuità senza interruzioni.

Un reato commesso molti anni prima può giustificare una confisca di beni acquistati di recente?
Sì, a condizione che si possa dimostrare una continuità nella pericolosità sociale del soggetto. Il reato passato funge da punto di partenza per valutare la condotta successiva. Se dopo quel reato il soggetto ha mantenuto legami e condotte che indicano una persistenza della sua pericolosità, i beni acquistati durante questo periodo possono essere confiscati se vi è sproporzione con i redditi leciti.

Quali sono i limiti del ricorso in Cassazione in materia di misure di prevenzione?
Nei procedimenti di prevenzione, il ricorso in Cassazione è ammesso solo per ‘violazione di legge’. Non è possibile contestare la valutazione dei fatti o la logicità della motivazione del giudice di merito, a meno che la motivazione sia totalmente assente o meramente ‘apparente’, cioè così generica o contraddittoria da non spiegare le reali ragioni della decisione.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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