La Corte di Cassazione, con l’ordinanza in esame, offre importanti chiarimenti sui requisiti di ammissibilità del ricorso contro un provvedimento di confisca per sproporzione. La decisione sottolinea come la genericità dei motivi, limitati a una mera rilettura dei fatti, conduca inevitabilmente alla declaratoria di inammissibilità, con conseguente condanna alle spese e al pagamento di una sanzione pecuniaria. Questo caso evidenzia l’onere probatorio che grava su chi subisce la confisca e la necessità di formulare censure precise e tecnicamente fondate.
I Fatti del Caso
Il procedimento trae origine dal ricorso presentato da un soggetto condannato avverso la sentenza di un GIP che aveva disposto la confisca di una somma di denaro trovata in suo possesso. Il ricorrente sosteneva la legittima provenienza del bene, contestando la decisione del giudice di merito. La difesa, tuttavia, non ha sollevato vizi di legittimità o palesi illogicità nella motivazione della sentenza impugnata, ma si è concentrata nel proporre una versione alternativa sull’origine del denaro, asseritamente lecita.
La Decisione della Corte e la Confisca per Sproporzione
La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno ritenuto il motivo di impugnazione del tutto generico. Secondo la Corte, infatti, non è sufficiente addurre una tesi alternativa sull’origine dei beni per ottenere l’annullamento della confisca. È necessario, invece, individuare e contestare specifici errori di diritto o vizi logici nel ragionamento del giudice che ha emesso il provvedimento. La decisione si fonda sull’applicazione dell’articolo 85-bis del d.P.R. 309/90 (Testo Unico Stupefacenti), una norma chiave in tema di confisca per sproporzione.
Le Motivazioni della Decisione
Il cuore della motivazione risiede nella natura e nei presupposti della confisca allargata, o per sproporzione, applicata ai reati in materia di stupefacenti. La Corte ha ribadito che questa misura ablatoria non richiede la prova di un nesso di pertinenzialità diretta tra il bene e il reato, ma si fonda su due elementi essenziali:
- La condanna per uno dei reati previsti dall’art. 73 del Testo Unico Stupefacenti.
- La sproporzione tra il valore dei beni nella disponibilità, anche indiretta, del condannato e il reddito da lui dichiarato o l’attività economica esercitata.
Nel caso di specie, il ricorrente non ha fornito alcuna documentazione o prova concreta a sostegno della provenienza lecita del denaro, a fronte di una motivata valutazione del giudice di merito sulla carenza di redditi leciti che potessero giustificarne il possesso. La Corte di Cassazione, citando un proprio precedente (Sez. 1, n. 13242/2020), ha specificato che il ricorso che si limita a contestare l’accertamento del fatto, sollecitando una diversa lettura delle prove, è inammissibile perché esula dai poteri del giudice di legittimità. Di conseguenza, l’inammissibilità del ricorso ha comportato, ai sensi dell’art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma di 3.000 euro in favore della cassa delle ammende.
Conclusioni
L’ordinanza in commento rappresenta un monito fondamentale per la redazione dei ricorsi in materia di misure di prevenzione patrimoniali e, in particolare, di confisca per sproporzione. La decisione chiarisce che il sindacato della Corte di Cassazione è limitato alla verifica della correttezza giuridica e della coerenza logica della decisione impugnata. Non è possibile trasformare il giudizio di legittimità in un terzo grado di merito, dove ridiscutere i fatti già vagliati. Per contestare efficacemente un provvedimento di confisca, è indispensabile articolare censure specifiche, che evidenzino errori nell’applicazione della legge o palesi vizi di motivazione, supportando le proprie argomentazioni con elementi concreti e non con mere allegazioni.
Quando un ricorso contro un provvedimento di confisca viene considerato generico?
Un ricorso è considerato generico quando censura la legittimità del provvedimento limitandosi a proporre una lettura alternativa dei fatti (come l’asserita provenienza lecita di un bene), senza individuare specifici vizi di diritto o illogicità manifeste nella motivazione della decisione impugnata.
Quali sono i presupposti per la confisca per sproporzione prevista dalla legge sulla droga (art. 85-bis d.P.R. 309/90)?
I presupposti sono due: in primo luogo, una condanna per il reato previsto dall’art. 73 della stessa legge; in secondo luogo, il fatto che i beni da confiscare, nella disponibilità diretta o indiretta dell’interessato, abbiano un valore sproporzionato rispetto al reddito da quest’ultimo dichiarato o all’attività economica esercitata.
Cosa comporta la dichiarazione di inammissibilità di un ricorso in Cassazione?
Secondo l’art. 616 c.p.p., citato nell’ordinanza, la dichiarazione di inammissibilità del ricorso comporta la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma di denaro in favore della cassa delle ammende, che nel caso specifico è stata quantificata in 3.000 euro.