L’introduzione delle pene sostitutive con la Riforma Cartabia ha rappresentato una svolta significativa nel sistema sanzionatorio penale, offrendo alternative al carcere per pene detentive brevi. Tuttavia, l’accesso a tali benefici non è automatico. Con la recente ordinanza n. 39096 del 2024, la Corte di Cassazione torna a pronunciarsi su un aspetto procedurale cruciale: la necessità di una richiesta esplicita da parte dell’imputato. La decisione chiarisce che, anche in appello, il giudice non è tenuto a valutare d’ufficio l’applicabilità di queste misure se non vi è una precisa istanza di parte.
I Fatti di Causa
Quattro persone, condannate dalla Corte di Appello di Bologna, hanno presentato un unico ricorso in Cassazione. Il fulcro della loro doglianza era un unico motivo: contestavano alla corte territoriale di non averli avvisati della possibilità di beneficiare delle pene sostitutive previste dall’art. 20-bis del codice penale, così come modificato dal D.Lgs. n. 150/2022 (la cosiddetta Riforma Cartabia). Secondo i ricorrenti, non sussisteva un onere a loro carico di formulare una richiesta specifica tramite l’atto di appello, e il giudice avrebbe dovuto considerare d’ufficio tale possibilità.
La Necessità di Richiesta per le Pene Sostitutive
La Corte di Cassazione ha respinto tale tesi, dichiarando i ricorsi inammissibili per manifesta infondatezza. Gli Ermellini hanno richiamato un principio ormai consolidato nella giurisprudenza di legittimità. Sebbene la Riforma Cartabia abbia ampliato il campo delle sanzioni alternative alla detenzione, la loro applicazione in sede di appello è subordinata a una condizione imprescindibile: una richiesta in tal senso da parte dell’imputato. La Corte ha specificato che, affinché il giudice di appello sia tenuto a pronunciarsi sull’applicabilità delle pene sostitutive, è necessaria un’istanza che, pur non dovendo essere formulata per forza nell’atto di impugnazione o con motivi nuovi, deve comunque intervenire al più tardi nel corso dell’udienza di discussione.
Le Motivazioni della Decisione
La motivazione della Suprema Corte si fonda su un’interpretazione rigorosa della disciplina transitoria (art. 95, D.Lgs. 150/2022) e sulla natura dispositiva del beneficio. L’accesso a una pena sostitutiva non è un diritto che sorge automaticamente dalla legge, ma una facoltà che l’imputato deve esercitare. Lasciare al giudice la valutazione d’ufficio significherebbe trasformare una scelta difensiva in un automatismo processuale, snaturando l’istituto. La giurisprudenza citata (Cass. n. 12991/2024 e n. 4934/2024) conferma che l’onere della richiesta è un requisito procedurale ineludibile. L’assenza di tale istanza da parte dei ricorrenti ha reso il loro motivo di ricorso privo di fondamento, portando a una declaratoria di inammissibilità.
Conclusioni e Implicazioni Pratiche
La decisione in esame ribadisce un principio fondamentale per avvocati e imputati. Chi intende beneficiare delle pene sostitutive in grado di appello deve attivarsi e presentare una richiesta formale. Non è sufficiente sperare in una valutazione d’ufficio da parte del giudice. La richiesta può essere avanzata fino all’udienza di discussione, offrendo una certa flessibilità, ma la sua omissione preclude ogni possibilità di ottenere il beneficio. La conseguenza della declaratoria di inammissibilità è stata, per i ricorrenti, non solo la conferma della condanna, ma anche l’obbligo di pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria di tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle ammende.
È necessario chiedere esplicitamente le pene sostitutive in appello?
Sì, secondo la Corte di Cassazione, affinché il giudice di appello possa pronunciarsi sull’applicabilità delle pene sostitutive previste dalla Riforma Cartabia, è necessaria una richiesta esplicita da parte dell’imputato.
Fino a quando si può presentare la richiesta per le pene sostitutive in appello?
La richiesta non deve essere necessariamente formulata nell’atto di impugnazione o con motivi nuovi, ma deve intervenire, al più tardi, nel corso dell’udienza di discussione del processo di appello.
Cosa succede se un ricorso in Cassazione si basa su un motivo manifestamente infondato?
Se il ricorso è ritenuto manifestamente infondato, come in questo caso, la Corte di Cassazione lo dichiara inammissibile. Ciò comporta la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma in denaro in favore della Cassa delle ammende.