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Partecipazione associativa: la condotta che la integra

La Corte di Cassazione conferma un’ordinanza di custodia cautelare, chiarendo i criteri per la configurazione della partecipazione associativa di stampo mafioso. La sentenza distingue la mera vicinanza a un gruppo criminale da un contributo attivo e concreto, sottolineando che elementi come la condivisione di informazioni riservate, un ruolo attivo nella gestione di affari e controversie, e una precedente condanna specifica, costituiscono un grave quadro indiziario sufficiente a giustificare la misura.

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Pubblicato il 24 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Partecipazione Associativa: Quando la Vicinanza al Clan Diventa Reato

La recente sentenza della Corte di Cassazione n. 37158/2025 offre un’importante chiarificazione sui confini del reato di partecipazione associativa di stampo mafioso. Attraverso l’analisi di un caso concreto, la Suprema Corte ribadisce la differenza fondamentale tra una mera “contiguità compiacente” e un contributo attivo e causale alla vita del sodalizio criminale, delineando gli elementi indiziari che possono giustificare una misura cautelare grave come la custodia in carcere.

I Fatti del Caso

Un individuo, già destinatario di una misura di custodia cautelare in carcere per il delitto di cui all’art. 416-bis c.p., presentava ricorso alla Corte di Cassazione avverso l’ordinanza del Tribunale del riesame che aveva confermato il provvedimento. L’accusa era quella di aver fatto parte di una nota famiglia mafiosa, ricompresa in un più ampio mandamento.

La difesa sosteneva la mancanza di un grave quadro indiziario a carico del proprio assistito. Secondo la tesi difensiva, il ricorrente si sarebbe limitato a essere un semplice “depositario delle confidenze” di un esponente di spicco del clan, in virtù di un’amicizia di lunga data. Tale condotta, priva di un apporto concreto e fattivo al sodalizio, non potrebbe essere qualificata come partecipazione associativa. Inoltre, la difesa contestava il valore probatorio sia del suo coinvolgimento nella gestione di alcune controversie (ritenuto un intervento a favore della controparte e non del clan), sia di una sua pregressa condanna per lo stesso reato, considerata non indicativa della persistenza del vincolo associativo.

I Criteri della Partecipazione Associativa secondo la Cassazione

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, ritenendolo infondato. Nell’iter argomentativo, i giudici hanno innanzitutto ribadito i principi consolidati in materia. La condotta di partecipazione è a forma libera e consiste in un contributo apprezzabile e concreto all’esistenza e al rafforzamento dell’associazione. Non è necessario che l’attività sia di primaria importanza o continuativa nel tempo, ma deve tradursi in uno stabile inserimento dell’agente nella struttura organizzativa, una sua “messa a disposizione” per il perseguimento dei fini criminosi.

La Corte ha specificato che la semplice “contiguità compiacente”, ovvero un atteggiamento di vicinanza o ammirazione verso il gruppo criminale, non è sufficiente a integrare il reato. È necessario dimostrare che tale vicinanza si sia tradotta in un contributo con effettiva rilevanza causale per la conservazione o il rafforzamento della consorteria.

La valutazione unitaria degli indizi come chiave per la decisione

Il punto cruciale della decisione risiede nel metodo di valutazione delle prove. La Cassazione ha censurato l’approccio frammentario della difesa, che analizzava ogni singolo elemento indiziario in modo isolato. Al contrario, il giudice di merito deve valutare ogni fatto non in modo parcellizzato, ma nella sua unitaria sistemazione all’interno del contesto probatorio generale.

Nel caso specifico, il Tribunale del riesame aveva correttamente valorizzato una serie di elementi che, letti congiuntamente, delineavano un grave quadro indiziario a carico del ricorrente. La Cassazione ha ritenuto logica e coerente la motivazione basata su questa valutazione complessiva.

Le Motivazioni

La Corte ha ritenuto che la decisione del Tribunale fosse adeguatamente motivata sulla base di una pluralità di elementi fattuali. In particolare, sono stati considerati rilevanti:

1. La condivisione di informazioni riservate: La pacifica condivisione con un noto esponente del clan di notizie afferenti alla vita interna dell’associazione, logicamente riservate agli intranei.
2. L’interlocuzione attiva: Il suo fattivo coinvolgimento nelle richieste di autorizzazione per lavori edili nella zona di influenza del clan e nella risoluzione di controversie sorte con acquirenti di immobili, a dimostrazione di un ruolo riconosciuto e operativo.
3. La considerazione da parte di altri clan: Il prestigio e la considerazione di cui l’indagato godeva all’interno di altre famiglie criminali, che ne riconoscevano la presenza e l’autorità sui cantieri.
4. La precedente condanna: Una condanna pregressa per il medesimo reato (partecipazione alla stessa famiglia mafiosa), che, sebbene non decisiva da sola, assume un peso significativo nel quadro complessivo.

Questi elementi, valutati nel loro insieme, superano la soglia della mera contiguità e dimostrano un inserimento organico dell’individuo nelle dinamiche del sodalizio, configurando così la partecipazione associativa.

Le Conclusioni

In conclusione, la sentenza riafferma un principio fondamentale nella lotta alla criminalità organizzata: la prova della partecipazione a un’associazione mafiosa si fonda su una valutazione globale e logica di tutti gli elementi disponibili. Non è possibile smontare un quadro accusatorio analizzando singolarmente ogni indizio, poiché è proprio dalla loro interconnessione che emerge la prova della colpevolezza. La Corte di Cassazione, nel suo ruolo di giudice di legittimità, non può sostituire la propria valutazione dei fatti a quella del giudice di merito, ma deve limitarsi a verificare la coerenza e la logicità del percorso argomentativo seguito, che in questo caso è stato ritenuto immune da vizi.

Che cosa distingue la partecipazione associativa dalla semplice ‘contiguità compiacente’?
La partecipazione associativa richiede un contributo concreto, apprezzabile e causalmente rilevante all’esistenza o al rafforzamento dell’associazione criminale, manifestato attraverso uno stabile inserimento nella sua struttura. La ‘contiguità compiacente’, invece, è un atteggiamento di vicinanza o favoreggiamento che non si traduce in un contributo attivo e, da sola, non è sufficiente a integrare il reato.

Quali elementi possono costituire un grave quadro indiziario per il reato di partecipazione mafiosa?
Un grave quadro indiziario può emergere dalla valutazione complessiva di più elementi, come la condivisione di informazioni riservate del clan, un ruolo attivo nella gestione di affari e controversie per conto del sodalizio, il riconoscimento del proprio status da parte di altre famiglie criminali e una precedente condanna per lo stesso reato.

Come devono essere valutati gli indizi in un procedimento per partecipazione associativa?
Gli indizi non devono essere valutati in modo frammentario e isolato. Il giudice deve procedere a una valutazione unitaria e globale di tutti gli elementi probatori, poiché è dalla loro interconnessione e dal contesto generale che si può trarre un convincimento logico sulla sussistenza del grave quadro indiziario.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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