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Cibo in carcere: meno scelta non è disparità di trattamento

Un detenuto ha denunciato una presunta disparità di trattamento perché il catalogo dei generi alimentari acquistabili nel suo carcere era più limitato rispetto a quello di un altro istituto. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo un principio importante: la semplice differenza tra i prodotti disponibili in diverse carceri non costituisce una discriminazione. Se il catalogo offerto è adeguato a soddisfare le esigenze alimentari e di salute, e il vitto di base è garantito, le diverse scelte organizzative dei singoli istituti sono legittime. Non esiste un diritto del detenuto ad avere esattamente lo stesso identico catalogo in ogni carcere d’Italia. Il ricorso è stato quindi dichiarato inammissibile.

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Pubblicato il 29 aprile 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

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Riferimento Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 11055 Anno 2023 (Cass. pen. sez. 7 n. 11055/2023)

Catalogo del carcere: quando la differenza non è discriminazione

La vita all’interno di un istituto penitenziario è regolata da norme precise che devono bilanciare la sicurezza con il rispetto dei diritti fondamentali della persona. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha affrontato un tema delicato: la presunta disparità di trattamento detenuti legata alla possibilità di acquistare generi alimentari. La sentenza chiarisce che non tutte le differenze tra un carcere e l’altro costituiscono una violazione del principio di uguaglianza, fornendo un’interpretazione pragmatica delle regole carcerarie.

I fatti all’origine del ricorso

La vicenda nasce dal reclamo di un detenuto ristretto presso la Casa Circondariale di L’Aquila. L’uomo lamentava che il catalogo dei prodotti alimentari acquistabili tramite il servizio di sopravvitto fosse notevolmente più ristretto rispetto a quello disponibile per i detenuti di altri istituti, come quello di Milano Opera. A suo parere, questa limitazione creava una discriminazione ingiustificata tra persone che si trovavano nella medesima condizione di restrizione, violando così il principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione.

La tesi del detenuto: una violazione del principio di uguaglianza

Il ricorrente sosteneva che la differenza nell’offerta di prodotti non avesse alcuna giustificazione logica. Se in un carcere era possibile acquistare una certa varietà di cibi, non si capiva perché in un altro istituto la scelta dovesse essere più limitata. Questa situazione, secondo la sua difesa, configurava una chiara disparità di trattamento detenuti, che andava a incidere negativamente sulla qualità della vita carceraria senza una valida ragione legata alla sicurezza o all’ordine interno.

La distinzione fondamentale della Corte

La Corte di Cassazione, nell’esaminare il caso, ha subito operato una distinzione cruciale. Un conto è la discriminazione tra detenuti all’interno dello stesso carcere (ad esempio, tra chi è in regime ordinario e chi in regime speciale come il 41-bis). Su questo punto, la giurisprudenza ha già chiarito che non possono esistere differenze ingiustificate. Altro conto, invece, è confrontare i regolamenti e le prassi di istituti penitenziari diversi e autonomi. La questione non era se un detenuto a L’Aquila fosse trattato peggio di un altro a L’Aquila, ma se fosse trattato peggio di un detenuto a Milano.

Le motivazioni: perché non c’è disparità di trattamento detenuti

I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, spiegando in modo chiaro perché la tesi del detenuto non poteva essere accolta. Innanzitutto, il catalogo disponibile nel carcere di L’Aquila è stato ritenuto congruo e sufficiente a soddisfare le esigenze alimentari e di salute della popolazione detenuta. La semplice assenza di alcuni prodotti, presenti invece in altri istituti, non lede alcun diritto soggettivo. La vita comunitaria, come quella carceraria, comporta inevitabilmente limiti organizzativi. Ogni istituto ha una sua autonomia gestionale che può portare a scelte diverse. Inoltre, l’Amministrazione Penitenziaria garantisce comunque un vitto sufficiente e conforme alle tabelle nutrizionali ministeriali. Infine, la Corte ha ricordato che il singolo detenuto, in presenza di particolari esigenze (ad esempio, di salute), può sempre chiedere all’amministrazione di integrare o modificare il catalogo.

Le conclusioni: ricorso respinto e principio confermato

La Corte di Cassazione ha quindi respinto le lamentele del detenuto, condannandolo al pagamento delle spese processuali e di una sanzione. La decisione conferma un principio di diritto importante: le differenze organizzative tra i vari istituti penitenziari sono legittime e non configurano una disparità di trattamento detenuti, a condizione che i diritti fondamentali, come quello alla salute e a un’alimentazione adeguata, siano sempre garantiti. Non esiste un diritto a ricevere un trattamento identico in ogni singolo aspetto della vita detentiva, ma un diritto a vedere tutelato il nucleo essenziale della propria dignità e dei propri bisogni primari.

I detenuti in carceri diversi devono avere accesso agli stessi identici prodotti da acquistare?
No. La Cassazione ha stabilito che differenze nei cataloghi tra carceri diversi sono legittime, purché il vitto garantito sia adeguato e non vengano lesi i diritti fondamentali alla salute e alla nutrizione.

Cosa può fare un detenuto se un prodotto di cui ha bisogno non è nel catalogo del carcere?
Può presentare una richiesta specifica all’amministrazione penitenziaria per integrare o modificare il catalogo, motivando la sua esigenza particolare, ad esempio per motivi di salute.

La disparità di trattamento tra detenuti è sempre vietata?
È vietata se priva di una giustificazione ragionevole. Tuttavia, la Corte ha chiarito che le differenze organizzative tra istituti penitenziari non costituiscono, di per sé, una discriminazione illegittima.

Termini giuridici

Sopravvitto
L'insieme dei generi alimentari e di conforto che i detenuti possono acquistare all'interno del carcere con il proprio denaro, in aggiunta al vitto fornito dall'amministrazione.
Disparità di trattamento
Una situazione in cui soggetti nella stessa condizione vengono trattati in modo diverso senza una giustificazione ragionevole, violando il principio di uguaglianza.
Inammissibilità del ricorso
Una decisione con cui il giudice dichiara che un ricorso non può essere esaminato nel merito, perché mancano i requisiti formali o sostanziali previsti dalla legge.
Diritto soggettivo
Un potere o una pretesa, tutelati dalla legge, che un individuo può far valere nei confronti di altri per soddisfare un proprio interesse (es. diritto alla salute).
Cassa delle ammende
Un ente pubblico che utilizza le somme derivanti da sanzioni pecuniarie per finanziare programmi di reinserimento sociale a favore dei detenuti.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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