Una recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 46065/2023) offre un’importante chiarificazione sul reato di associazione per delinquere. La Suprema Corte ha stabilito che la condanna per partecipazione a un sodalizio criminale è legittima anche se gli imputati vengono assolti dai singoli reati che l’associazione intendeva commettere. Questo principio sottolinea l’autonomia del reato associativo rispetto ai cosiddetti ‘reati-fine’.
I Fatti del Processo
Il caso riguarda un individuo condannato in primo e secondo grado per aver partecipato a un’associazione a delinquere finalizzata a commettere reati contro il patrimonio. Tra i crimini programmati figuravano rapine a furgoni portavalori e caveau di società di vigilanza, furti, riciclaggio e ricettazione di veicoli. L’imputato ha presentato ricorso per cassazione, basando la sua difesa su diversi motivi.
Il principale argomento difensivo era che, essendo stati gli associati assolti dalle accuse relative ai singoli reati-fine (le rapine programmate), non si potesse più parlare di esistenza di un’associazione criminale. In sostanza, secondo la difesa, senza la prova della commissione dei delitti specifici, veniva a mancare il fondamento stesso del reato associativo. Altri motivi di ricorso riguardavano la genericità dell’imputazione, la presunta mancanza di prova sulla partecipazione dell’imputato al sodalizio e la contestazione sull’applicazione della recidiva reiterata e sul diniego delle attenuanti generiche.
L’autonomia del reato di associazione per delinquere
Il cuore della decisione della Cassazione risiede nella netta distinzione tra il reato associativo (art. 416 c.p.) e i reati-fine. La Corte ha ribadito un principio consolidato: l’associazione per delinquere è un reato di pericolo, che punisce il semplice fatto di creare una struttura organizzata e stabile, dotata di mezzi e uomini, con lo scopo di commettere delitti. La pericolosità sociale di tale struttura è ciò che la legge intende reprimere, a prescindere dal fatto che il programma criminale venga poi effettivamente portato a termine.
Di conseguenza, l’assoluzione degli imputati per i reati-fine non ha alcuna interferenza sulla prova dell’esistenza del vincolo associativo. Nel caso di specie, l’assoluzione era stata determinata da insufficienza probatoria su un singolo episodio e dalla mancata soglia del tentativo per un altro, ma ciò non ha scalfito gli elementi che provavano l’esistenza del gruppo criminale: basi logistiche, disponibilità di armi e mezzi, pianificazione di colpi e una struttura persistente nel tempo.
Altri Aspetti Valutati dalla Corte
Oltre al punto centrale, la Cassazione ha rigettato anche gli altri motivi di ricorso:
- Prova della partecipazione: Le intercettazioni sono state considerate prova sufficiente del pieno inserimento dell’imputato nel gruppo.
- Recidiva reiterata: La Corte ha confermato l’applicazione della recidiva, richiamando una recente sentenza delle Sezioni Unite (n. 32318/2023) secondo cui non è necessaria una precedente dichiarazione di recidiva semplice, ma è sufficiente che l’imputato abbia già riportato più condanne definitive al momento del nuovo reato.
- Attenuanti generiche: Il diniego è stato ritenuto legittimo in considerazione della gravità del reato e dei numerosi precedenti penali dell’imputato, elementi ritenuti prevalenti su ogni altro.
Le Motivazioni della Cassazione
La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, motivando che le censure sollevate dal ricorrente erano manifestamente infondate. I giudici hanno sottolineato come il capo d’imputazione fosse sufficientemente specifico, indicando l’ambito di attività, i luoghi e il periodo di operatività dell’associazione. La motivazione della Corte d’Appello è stata giudicata logica e coerente nel dimostrare l’esistenza di un’organizzazione stabile attraverso elementi come appostamenti, sopralluoghi, riunioni e la disponibilità di mezzi e armi. L’assoluzione dai reati-fine, come spiegato, non inficia la sussistenza del pactum sceleris e della struttura organizzativa, che costituiscono il nucleo del reato di cui all’art. 416 c.p. La valutazione delle prove, come le intercettazioni, è stata ritenuta immune da vizi logici e quindi non sindacabile in sede di legittimità.
Conclusioni
Questa sentenza consolida un principio fondamentale in materia di reati associativi: la punibilità dell’associazione per delinquere non è subordinata al successo del suo programma criminale. Ciò che conta è la prova di un accordo stabile e di una struttura organizzativa volta a delinquere. Per gli operatori del diritto e i cittadini, questo significa che la lotta alla criminalità organizzata si concentra sulla neutralizzazione dei gruppi criminali fin dalla loro costituzione, riconoscendo la loro intrinseca pericolosità per l’ordine pubblico, anche prima che riescano a portare a compimento i loro piani.
È possibile essere condannati per associazione per delinquere se si viene assolti dai reati per cui l’associazione era stata creata?
Sì. La Corte di Cassazione ha chiarito che il reato di associazione per delinquere è autonomo. La sua esistenza dipende dalla prova di un patto stabile e organizzato tra più persone per commettere delitti, non dalla riuscita o dalla condanna per i singoli reati programmati (i cosiddetti ‘reati-fine’).
Cosa serve per provare la partecipazione a un’associazione per delinquere?
La prova della partecipazione può essere desunta da una pluralità di elementi, come il contenuto di intercettazioni telefoniche e ambientali che dimostrino il pieno inserimento dell’individuo nel gruppo criminale, la sua consapevolezza del programma e il suo contributo, anche minimo, alla vita dell’associazione.
Quando può essere applicata la recidiva reiterata?
Secondo un recente orientamento delle Sezioni Unite, per applicare la recidiva reiterata è sufficiente che, al momento del nuovo reato, l’imputato abbia già riportato più sentenze di condanna definitive per reati che esprimono una maggiore pericolosità sociale. Non è necessaria una precedente formale dichiarazione di recidiva semplice.