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Trasferimento di ramo d’azienda: il dirigente escluso

La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, rigettando il ricorso di un dirigente che non era stato incluso in un trasferimento di ramo d’azienda. La Corte ha stabilito che, dato il ruolo apicale del dirigente, le cui mansioni si estendevano all’intera compagine societaria e non erano prevalentemente o esclusivamente inerenti al ramo ceduto, non sussisteva il presupposto per l’applicazione dell’art. 2112 c.c. e il conseguente trasferimento automatico del rapporto di lavoro.

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Pubblicato il 24 gennaio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Trasferimento di ramo d’azienda: il dirigente apicale non passa con il resto del personale

In un contesto di riorganizzazione aziendale, il trasferimento di ramo d’azienda è un’operazione comune, disciplinata da norme precise per tutelare i lavoratori coinvolti. Tuttavia, cosa accade quando il lavoratore in questione è un dirigente apicale, le cui funzioni abbracciano l’intera società e non solo il ramo ceduto? Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha fornito chiarimenti cruciali, stabilendo che in tali circostanze non scatta l’obbligo di trasferimento automatico del rapporto di lavoro.

I fatti del caso

La vicenda riguarda un dirigente di una società di servizi che, a seguito della cessione di un ramo d’azienda focalizzato sull’attività di vigilanza, non è stato trasferito alla società acquirente. Il dirigente ha impugnato questa decisione, sostenendo che il suo rapporto di lavoro avrebbe dovuto continuare con la nuova società, ai sensi dell’articolo 2112 del Codice Civile. Egli chiedeva il reintegro nel posto di lavoro presso l’acquirente o, in subordine, un cospicuo risarcimento. Sia il Tribunale che la Corte d’Appello avevano già respinto le sue richieste, ritenendo che il suo ruolo non fosse intrinsecamente legato al ramo ceduto.

La decisione della Corte di Cassazione

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del dirigente, confermando le sentenze dei gradi precedenti. Gli Ermellini hanno ritenuto inammissibili o infondati tutti i motivi di ricorso, consolidando il principio secondo cui la posizione e le mansioni concrete del lavoratore sono determinanti per stabilire se debba essere incluso o meno in un’operazione di trasferimento.

Le motivazioni: perché il trasferimento di ramo d’azienda non si applica al dirigente

Il cuore della decisione risiede nell’analisi del ruolo del dirigente. La Corte ha evidenziato come il lavoratore ricoprisse una posizione di vertice, con funzioni che spaziavano dalla direzione del personale al controllo operativo dell’intera azienda. Le sue responsabilità non erano limitate o prevalentemente concentrate nel settore della vigilanza, che costituiva l’oggetto della cessione.

I giudici hanno chiarito un punto fondamentale: per l’applicazione della tutela prevista dall’art. 2112 c.c., è necessario che il rapporto di lavoro sia inerente al ramo trasferito. Nel caso di specie, il ruolo del dirigente era così ampio e trasversale da riguardare il complesso delle attività aziendali. La sua posizione apicale, confermata anche dalla nomina a procuratore institore per la direzione dell’intera struttura operativa, lo collocava al di sopra delle singole divisioni, rendendo impossibile considerarlo un elemento organico del solo ramo ceduto.

La Corte ha inoltre precisato che, anche in ipotesi di attività “promiscua” (svolta cioè a favore di più rami aziendali), per far scattare il trasferimento è necessario dimostrare la prevalenza dell’impiego nel ramo ceduto. In questo caso, non solo tale prevalenza non è stata provata, ma la natura stessa del ruolo dirigenziale generale la escludeva concettualmente. Di conseguenza, la sua esclusione dall’elenco dei dipendenti trasferiti è stata considerata legittima, non perché frutto di una deroga all’accordo sindacale (non applicabile ai dirigenti), ma per la mancanza del presupposto oggettivo dell’inerenza del suo rapporto di lavoro al ramo d’azienda in questione.

Le conclusioni: implicazioni pratiche della sentenza

Questa ordinanza offre importanti spunti pratici sia per le aziende che per i dirigenti. Stabilisce che durante un trasferimento di ramo d’azienda, la valutazione sull’inclusione o meno di un dipendente non può basarsi su automatismi, ma richiede un’analisi fattuale del suo ruolo. Per i dirigenti apicali o con funzioni trasversali, è molto probabile che il rapporto di lavoro rimanga in capo alla società cedente, a meno che non si dimostri in modo inequivocabile che la loro attività era prevalentemente ed essenzialmente dedicata al ramo oggetto di cessione. La sentenza ribadisce quindi che la tutela dell’art. 2112 c.c. è ancorata a un legame funzionale e concreto tra il lavoratore e l’entità economica trasferita, un legame che si affievolisce fino a scomparire nelle posizioni di vertice che governano l’azienda nel suo insieme.

Perché il dirigente apicale è stato escluso dal trasferimento automatico del suo contratto di lavoro?
Perché le sue funzioni e responsabilità, come la direzione del personale e il controllo operativo, si estendevano all’intera società e non erano specificamente o prevalentemente legate al ramo d’azienda ceduto. Mancava quindi il presupposto dell’inerenza del rapporto di lavoro al ramo trasferito.

La tutela del lavoratore in caso di trasferimento d’azienda si applica sempre?
No, la tutela prevista dall’art. 2112 c.c., che garantisce la continuità del rapporto di lavoro con l’acquirente, si applica solo se il rapporto di lavoro del dipendente è funzionalmente collegato al ramo d’azienda che viene trasferito. La valutazione viene fatta caso per caso.

Cosa succede se un lavoratore svolge attività per più rami dell’azienda, incluso quello ceduto?
In caso di attività cosiddetta “promiscua”, secondo la giurisprudenza richiamata, per determinare se il lavoratore debba essere trasferito, si deve verificare se la sua attività era svolta in modo prevalente per il ramo ceduto. Se la prevalenza non sussiste, il rapporto di lavoro rimane con il cedente.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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