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Taglio dell’assegno ad personam: l’azienda perde contro i dipendenti

Tre lavoratori hanno richiesto il pagamento di somme dovute a titolo di indennità di trasferta e di assegno ad personam. La nuova società datrice di lavoro aveva ridotto unilateralmente queste voci retributive, sostenendo che un successivo accordo sindacale di armonizzazione avesse superato i precedenti trattamenti di favore. Sia il Tribunale che la Corte d’Appello hanno dato ragione ai lavoratori, ritenendo che l’accordo non avesse cancellato espressamente tali benefici, ormai divenuti diritti quesiti. La Corte di Cassazione ha confermato queste decisioni, dichiarando inammissibile il ricorso della società. La Suprema Corte ha chiarito che l’interpretazione dei contratti spetta ai giudici di merito e che l’assegno ad personam non può essere ridotto senza una chiara e specifica volontà contraria espressa dalle parti.

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Pubblicato il 16 luglio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

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Riferimento Ordinanza di Cassazione Civile Sez. Lavoro Num. 27556 Anno 2023 (Cass. civ. sez. lavoro n. 27556/2023)

L’assegno ad personam e la tutela dei diritti dei lavoratori

Nei processi di riorganizzazione aziendale o di fusione tra società, l’armonizzazione dei contratti collettivi rappresenta una delle fasi più delicate. Molto spesso, i dipendenti temono di perdere i benefici economici faticosamente acquisiti nel corso degli anni. Tra questi benefici, spicca l’assegno ad personam, una voce retributiva aggiuntiva che premia la professionalità o l’anzianità del singolo lavoratore. La Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, ha affrontato proprio questo tema caldissimo, stabilendo confini ben precisi a tutela dei lavoratori. La pronuncia chiarisce le modalità con cui un accordo sindacale successivo può validamente modificare tali trattamenti di favore.

Il caso: il passaggio di azienda e il taglio delle indennità

La vicenda trae origine dal ricorso presentato da una società partecipata che aveva assorbito i dipendenti di un’altra azienda. A seguito del trasferimento, la nuova datrice di lavoro aveva ridefinito unilateralmente le voci della retribuzione mensile dei lavoratori. In particolare, l’azienda aveva ridotto drasticamente l’assegno ad personam precedentemente riconosciuto e aveva azzerato l’indennità per le prestazioni rese fuori sede. Secondo la tesi difensiva della società, i nuovi accordi sindacali di armonizzazione avevano implicitamente superato e assorbito i vecchi trattamenti economici più favorevoli. I lavoratori, ritenendo illegittimo questo taglio dello stipendio, hanno deciso di avviare una battaglia legale per ottenere il ripristino delle somme originarie.

La battaglia legale nei primi gradi di giudizio

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello hanno dato pienamente ragione ai lavoratori. I giudici di merito hanno analizzato attentamente la successione degli accordi collettivi aziendali. Dalla comparazione dei testi non emergeva alcuna volontà espressa delle parti sociali di eliminare l’assegno ad personam. Al contrario, l’accordo di armonizzazione si configurava come un testo puramente integrativo, destinato a regolare solo una parte del rapporto di lavoro senza cancellare i diritti già maturati. Anche per quanto riguarda l’indennità di trasferta, i giudici hanno stabilito che l’attività svolta presso uffici esterni comunali rientrava perfettamente nella definizione contrattuale di “sede esterna”, dando diritto al relativo compenso.

Perché l’assegno ad personam non può essere cancellato implicitamente

Il principio cardine emerso dalla vicenda riguarda la natura dei diritti quesiti (i diritti ormai entrati stabilmente nel patrimonio del lavoratore). Sebbene la legge consenta ai contratti collettivi successivi di modificare in peggio le condizioni di lavoro precedenti, questa deroga non può operare in modo automatico o implicito. Se un’azienda intende ridurre o eliminare una voce retributiva specifica come l’assegno ad personam, deve farlo attraverso una clausola contrattuale chiara, esplicita e non equivoca. In mancanza di una volontà espressa di abrogazione, il trattamento di favore sopravvive e continua a costituire un diritto intoccabile per il dipendente.

Le motivazioni della decisione sul caso dell’assegno ad personam

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, dichiarandolo inammissibile e confermando la decisione d’appello. Nelle motivazioni, i giudici di legittimità hanno ricordato che l’interpretazione dei contratti e degli accordi sindacali spetta esclusivamente al giudice di merito. La Cassazione non può sostituire la propria interpretazione a quella data nei gradi precedenti, a meno che non vi sia una palese violazione delle regole di logica o di legge. Nel caso specifico, la Corte d’Appello ha applicato correttamente le regole di interpretazione, rilevando che l’accordo non conteneva alcuna disposizione espressa per eliminare l’assegno ad personam. Inoltre, la presenza di una “doppia conforme” (ovvero la piena concordanza tra le decisioni di primo e secondo grado) ha precluso qualsiasi riesame dei fatti.

Le conclusioni sul diritto all’assegno ad personam

Questa importante pronuncia della Suprema Corte lancia un messaggio chiaro a tutte le aziende: la tutela della retribuzione dei lavoratori non può essere aggirata con interpretazioni di comodo. L’assegno ad personam rappresenta un diritto quesito che non può essere sacrificato sull’altare di una generica armonizzazione contrattuale. Qualsiasi modifica peggiorativa richiede un consenso esplicito e trasparente, negoziato con le rappresentanze sindacali o con i singoli lavoratori. Per i dipendenti, questa sentenza costituisce un fondamentale precedente per difendere la propria busta paga da tagli unilaterali e ingiustificati durante i passaggi di proprietà o le riorganizzazioni aziendali.

Che cos’è l’assegno ad personam e quando può essere ridotto?
L’assegno ad personam è una somma aggiuntiva versata al lavoratore. Di regola non può essere ridotto o eliminato unilateralmente dal datore di lavoro, né può essere assorbito da nuovi accordi collettivi a meno che non vi sia una volontà espressa e chiara in tal senso.

Cosa succede ai benefici acquisiti in caso di fusione o passaggio ad un’altra azienda?
I benefici acquisiti, come le indennità e i trattamenti ad personam, si considerano diritti quesiti ed entrano nel patrimonio del lavoratore. La nuova azienda deve continuare a garantirli, salvo accordi di armonizzazione contrattuale che ne prevedano esplicitamente la riduzione.

Si può fare ricorso in Cassazione per contestare l’interpretazione di un accordo sindacale?
No, l’interpretazione dei contratti e degli accordi sindacali spetta esclusivamente ai giudici di merito. La Cassazione può intervenire solo se il giudice ha violato le regole di interpretazione previste dalla legge o se la motivazione della sentenza è totalmente illogica.

Termini giuridici

Assegno ad personam
Una somma aggiuntiva versata al singolo lavoratore sulla base di accordi individuali o collettivi, che si aggiunge alla retribuzione minima prevista dal contratto collettivo.
Ermeneutica contrattuale
L'insieme delle regole di legge che il giudice deve applicare per interpretare il significato corretto di un contratto o di un accordo collettivo.
Doppia conforme
Situazione in cui il giudice di primo grado e quello d'appello decidono la causa nello stesso modo, rendendo molto difficile contestare i fatti in Cassazione.
Soccombenza
La situazione della parte che perde la causa in giudizio e che, di regola, viene condannata a pagare le spese processuali.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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