Società di fatto: quando la collaborazione tra fratelli non basta per il tribunale
Dimostrare l’esistenza di una società di fatto all’interno di un’azienda familiare può rivelarsi un’impresa complessa, specialmente quando mancano accordi scritti e la gestione formale è affidata a terzi. Una recente sentenza del Tribunale di Palermo ha chiarito i confini tra l’attività di dipendente e la qualità di socio, stabilendo criteri rigorosi per l’accertamento del vincolo societario.
Il caso: la richiesta di accertamento della società di fatto
La vicenda trae origine dalla richiesta di un attore che ha convenuto in giudizio il proprio fratello e la moglie di quest’ultimo. L’attore sosteneva di essere socio al 50% di un’impresa esercitata sotto forma di società a responsabilità limitata, formalmente intestata alla cognata. Secondo la sua tesi, l’attività era riconducibile a una società di fatto tra fratelli, occultata all’esterno mediante un’interposizione fittizia di persona.
L’attore chiedeva quindi lo scioglimento di tale unione e la liquidazione della propria quota. I convenuti, di contro, hanno sempre negato tale ricostruzione, affermando che entrambi i fratelli prestavano attività lavorativa nell’azienda esclusivamente come dipendenti, senza alcun rischio d’impresa o partecipazione decisionale.
La prova della società di fatto in sede giudiziaria
Perché si possa parlare di società di fatto, la giurisprudenza consolidata richiede la prova di elementi costitutivi precisi: la costituzione di un fondo comune, l’esercizio in comune di un’attività economica e, soprattutto, la ripartizione dei guadagni e delle perdite. Non meno importante è il vincolo di collaborazione, ovvero l’intento dei soci di agire come tali.
Nel caso in esame, i documenti e le testimonianze hanno fornito un quadro differente. È emerso che i fratelli erano inquadrati come impiegati di V livello. La loro attività, pur includendo il reperimento di commesse e il procacciamento di affari, è stata ritenuta pienamente compatibile con le mansioni di un dipendente di alto livello incaricato di promuovere l’interesse del datore di lavoro.
Le motivazioni
Le motivazioni della decisione risiedono nella carenza di prove relative all’elemento soggettivo e finanziario. Non è stato dimostrato che l’attore avesse mai effettuato versamenti di capitale o partecipato alla copertura delle perdite registrate dalla società negli anni. Al contrario, è risultato che solo l’amministratrice formale avesse finanziato l’attività. La mera apparenza verso l’esterno o la collaborazione lavorativa non costituiscono indici sufficienti per qualificare il rapporto come societario in assenza dell’affectio societatis e della partecipazione al rischio economico. Il Tribunale ha quindi ribadito che, nel rapporto tra presunti soci, l’onere della prova è particolarmente rigoroso e non può basarsi su semplici presunzioni non supportate da fatti oggettivi.
Le conclusioni
Le conclusioni tratte dal Tribunale portano al rigetto integrale della domanda. L’assenza di un valido supporto probatorio circa l’esistenza di una società di fatto tra i fratelli comporta che l’attore debba essere considerato esclusivamente un lavoratore dipendente. Di conseguenza, non sussiste alcun diritto alla liquidazione di quote societarie. In applicazione del principio della soccombenza, l’attore è stato condannato al rimborso delle spese di lite e delle spese per la consulenza tecnica d’ufficio, liquidate sulla base del valore e della complessità della causa.
Come si può dimostrare in tribunale l’esistenza di una società di fatto?
Occorre provare la presenza di un fondo comune, l’esercizio congiunto dell’attività economica, la partecipazione agli utili e alle perdite e la volontà di collaborare come soci.
Il lavoro prestato da un familiare in azienda lo rende automaticamente socio?
No, la collaborazione lavorativa, anche se continuativa e di alto livello come il procacciamento di clienti, è compatibile con il ruolo di lavoratore dipendente se manca la prova del rischio d’impresa.
Cosa accade se non si riesce a provare la qualità di socio occulto?
La domanda viene rigettata e la parte che ha iniziato la causa viene solitamente condannata al pagamento delle spese legali in favore della controparte.