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Segnalazione Centrale Rischi: il danno non è automatico

Una cittadina ha citato in giudizio un istituto di credito per un’illegittima segnalazione alla Centrale Rischi. La Corte d’Appello aveva negato il risarcimento per mancanza di prove concrete del danno. La Corte di Cassazione, con l’ordinanza in esame, ha confermato questa decisione, ribadendo un principio fondamentale: il danno derivante da una Segnalazione Centrale Rischi non è mai automatico o presunto (‘in re ipsa’), ma deve essere specificamente allegato e dimostrato da chi lo subisce. L’appello della cittadina è stato quindi respinto perché considerato un tentativo di riesaminare nel merito i fatti, attività non consentita in sede di legittimità.

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Segnalazione Centrale Rischi: Quando il Danno Va Dimostrato?

Un’illegittima Segnalazione Centrale Rischi può avere conseguenze significative per cittadini e imprese, ma per ottenere un risarcimento non basta dimostrare l’errore della banca. La Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, ha ribadito un principio cruciale: il danno non è mai automatico e chi lo lamenta ha il preciso onere di provarlo in modo concreto. Analizziamo questa decisione per capire quali sono gli elementi indispensabili per vincere una causa di questo tipo.

I Fatti di Causa: dalla Segnalazione al Ricorso in Cassazione

Il caso ha origine dalla richiesta di risarcimento danni avanzata da una cittadina nei confronti di un istituto di credito, a seguito di quella che riteneva un’illegittima segnalazione della sua posizione alla Centrale dei Rischi della Banca d’Italia.

La Corte d’Appello, riformando la decisione di primo grado, aveva respinto la domanda. La motivazione dei giudici di secondo grado era netta: la ricorrente non aveva fornito prove adeguate delle conseguenze dannose subite. In altre parole, non era riuscita a dimostrare un danno effettivo e concreto, limitandosi a lamentare la segnalazione in sé. La corte territoriale aveva escluso che il pregiudizio potesse essere considerato in re ipsa, cioè implicito nell’errore della banca.

Contro questa sentenza, la cittadina ha proposto ricorso in Cassazione, basandolo su tre distinti motivi.

L’Onere della Prova nella Segnalazione Centrale Rischi

Il primo motivo di ricorso si fondava sulla presunta violazione di diverse norme del codice civile, tra cui quelle sul risarcimento del danno (artt. 2043, 2059 c.c.) e sull’onere della prova (art. 2697 c.c.). La ricorrente sosteneva che la Corte d’Appello avesse errato nel negarle il risarcimento per i danni, sia patrimoniali che non, derivanti dalla perdita di credibilità bancaria.

La Cassazione ha dichiarato questo motivo inammissibile, cogliendo l’occasione per riaffermare il suo consolidato orientamento. Il danno all’immagine e alla reputazione, così come quello patrimoniale, derivante da una illegittima Segnalazione Centrale Rischi non si può considerare esistente per il solo fatto della segnalazione. Spetta a chi invoca il risarcimento il compito di allegare e dimostrare i pregiudizi concreti.

Sebbene la prova possa essere fornita anche tramite presunzioni (ad esempio, dimostrando una maggiore difficoltà nell’accesso al credito), la valutazione sull’esistenza e sulla consistenza di tale prova è compito esclusivo del giudice di merito. Una volta che quest’ultimo ha stabilito, con motivazione logica, l’assenza di una dimostrazione adeguata del danno, la Corte di Cassazione non può intervenire per offrire una diversa interpretazione dei fatti.

Fatti non Contestati e Limiti del Principio

Con il secondo motivo, la ricorrente lamentava la violazione dell’art. 115 c.p.c., sostenendo che la Corte d’Appello avrebbe dovuto considerare provati i numerosi dinieghi di finanziamento da lei subiti, in quanto non specificamente contestati dalla banca.

Anche questa censura è stata respinta. La Cassazione ha ricordato che il principio di non contestazione (secondo cui un fatto non contestato dalla controparte si considera provato) si applica solo ai fatti che rientrano nella sfera di conoscenza di quest’ultima. I dinieghi di finanziamento, essendo eventi che riguardavano esclusivamente la sfera personale e privata della ricorrente e di sua figlia, non potevano essere considerati noti all’istituto di credito. Di conseguenza, la banca poteva legittimamente ignorarli e l’onere di provarli rimaneva interamente a carico della danneggiata.

L’Esame dei Fatti Decisivi e i Limiti del Giudizio di Legittimità

Infine, con il terzo motivo, si denunciava l’omesso esame di un fatto decisivo: la pluralità dei finanziamenti negati, che avrebbe provato la perdita di accesso al credito.

La Corte ha giudicato inammissibile anche quest’ultima doglianza, chiarendo un punto fondamentale. La Corte d’Appello non aveva omesso di esaminare i dinieghi, ma li aveva considerati irrilevanti ai fini della prova del danno. Secondo i giudici di merito, infatti, la ricorrente non aveva dimostrato di aver dovuto, a causa di quei rifiuti, ricorrere a forme di finanziamento più onerose. Mancava, quindi, la prova del nesso causale tra la segnalazione e un concreto pregiudizio economico.

La critica della ricorrente non riguardava un’omissione, ma una diversa valutazione del materiale probatorio, un’operazione preclusa in sede di legittimità.

Le Motivazioni della Decisione

La Corte Suprema ha dichiarato inammissibile il ricorso sulla base di principi giuridici consolidati. In primo luogo, il danno derivante da un’illegittima segnalazione alla Centrale Rischi non è mai presunto ma deve essere sempre provato concretamente dal soggetto che si ritiene danneggiato. In secondo luogo, la valutazione delle prove è un compito del giudice di merito (Tribunale e Corte d’Appello) e non può essere messa in discussione davanti alla Cassazione, a meno che la motivazione non sia palesemente illogica o contraddittoria. Infine, il principio di non contestazione non opera per i fatti che la controparte non ha modo di conoscere. La decisione sottolinea quindi il rigore richiesto nella dimostrazione del danno e dei suoi effetti pregiudizievoli.

Le Conclusioni

L’ordinanza in esame offre un’importante lezione pratica. Chiunque intenda chiedere un risarcimento per un’errata Segnalazione Centrale Rischi non può limitarsi a denunciare l’errore dell’intermediario finanziario. È indispensabile raccogliere e presentare in giudizio prove concrete e specifiche del danno subito. Non è sufficiente allegare i dinieghi di alcuni finanziamenti; è necessario dimostrare le conseguenze negative che ne sono derivate, come, ad esempio, la necessità di accettare condizioni di credito peggiori e più costose o un tangibile danno alla propria reputazione commerciale. Senza una solida base probatoria, la richiesta di risarcimento è destinata a essere respinta.

Il danno derivante da un’illegittima segnalazione alla Centrale Rischi è automatico?
No, secondo la giurisprudenza consolidata della Corte di Cassazione, il danno non è considerato ‘in re ipsa’. Deve essere specificamente allegato e provato da chi richiede il risarcimento.

Come si può provare il danno da errata segnalazione?
Il danno può essere provato anche tramite presunzioni, come la dimostrazione di un peggioramento dell’affidabilità commerciale o di una maggiore difficoltà di accesso al credito. Tuttavia, la sola prova del diniego di un finanziamento potrebbe non essere sufficiente se non si dimostra la conseguenza dannosa diretta, come ad esempio aver dovuto ricorrere a credito più oneroso.

Se la controparte non contesta un fatto, questo è automaticamente provato?
No, non sempre. L’onere di contestazione, la cui inosservanza rende un fatto pacifico, vale solo per i fatti che sono a conoscenza della controparte. Non si applica a fatti che rientrano nella sfera di conoscenza esclusiva di chi li allega, come nel caso di dinieghi di finanziamento ricevuti personalmente.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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