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Risarcimento danno reputazionale: la prova spetta a chi agisce

Una società immobiliare e i suoi garanti hanno citato in giudizio un istituto di credito per un’illegittima e prolungata segnalazione in Centrale Rischi, chiedendo il risarcimento dei danni patrimoniali e reputazionali. La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 10481/2024, ha rigettato il ricorso, confermando le decisioni dei gradi precedenti. La Corte ha stabilito che per ottenere il risarcimento del danno reputazionale non è sufficiente la mera segnalazione, ma è necessario fornire una prova concreta del pregiudizio subito e del nesso causale tra la condotta della banca e il danno lamentato, onere che i ricorrenti non hanno soddisfatto.

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Risarcimento Danno Reputazionale: la Prova è a Carico di Chi lo Subisce

L’illegittima segnalazione in Centrale Rischi può causare gravi pregiudizi, ma come si ottiene il risarcimento del danno reputazionale? Una recente ordinanza della Corte di Cassazione (n. 10481/2024) fa luce su un aspetto cruciale: l’onere della prova. Non basta dimostrare l’errore della banca; è necessario provare concretamente il danno subito e il legame diretto con la segnalazione. Analizziamo insieme questa importante decisione.

I Fatti del Caso

Una società immobiliare e i suoi garanti, tra cui un amministratore e un avvocato, citavano in giudizio un istituto di credito. La contestazione riguardava la permanenza dei loro nominativi nella Centrale Rischi della Banca d’Italia per un lungo periodo, dall’agosto 2011 al febbraio 2017, nonostante precedenti decisioni giudiziarie avessero già accertato l’illegittimità delle pretese della banca.

I ricorrenti lamentavano di aver subito ingenti danni, sia patrimoniali che non patrimoniali. In particolare, la società sosteneva che la segnalazione avesse:

* Compromesso la sua immagine commerciale.
* Causato il fallimento della vendita di un ramo d’azienda, poiché il potenziale acquirente temeva azioni revocatorie.
* Portato alla revoca di un affidamento bancario.

L’avvocato, a sua volta, denunciava di non aver potuto acquistare un immobile a condizioni vantaggiose a causa dell’impossibilità di accedere a un mutuo, dovuta alla propria segnalazione come garante.

Il Percorso Giudiziario: dal Tribunale alla Corte d’Appello

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello avevano respinto gran parte delle richieste risarcitorie. I giudici di merito avevano ritenuto che non fosse stata fornita una prova adeguata del nesso di causalità tra la segnalazione in Centrale Rischi e i danni lamentati.

Per quanto riguarda la società, si osservava che la mancata vendita dell’immobile non era chiaramente riconducibile alla segnalazione, anche a causa di eventi successivi (un sisma che aveva distrutto il complesso immobiliare). Riguardo all’avvocato, non era stata provata la richiesta di un mutuo e il conseguente diniego da parte di un istituto di credito. Infine, il danno all’immagine non era stato dimostrato con elementi concreti, ma solo con allegazioni generiche.

Risarcimento Danno Reputazionale: la Decisione della Cassazione

La Corte di Cassazione ha confermato la linea dei giudici di merito, dichiarando i motivi del ricorso in parte inammissibili e in parte infondati. Il fulcro della decisione risiede nel principio dell’onere della prova.

La Corte ha ribadito che il risarcimento del danno reputazionale non può derivare automaticamente dalla semplice illegittimità della segnalazione, anche se protratta nel tempo. Chi chiede il risarcimento deve dimostrare la “percezione esterna” della lesione reputazionale e le sue conseguenze negative. Non è sufficiente affermare di aver subito un danno all’immagine; bisogna provare come e in che misura questa immagine sia stata concretamente compromessa agli occhi di clienti, fornitori e partner commerciali.

La Valutazione delle Prove

La Corte si è soffermata anche sulla valutazione delle prove testimoniali. La testimonianza del notaio, che aveva riferito le paure del promissario acquirente, è stata considerata “de relato” (ovvero, basata sul racconto di un’altra persona) e, da sola, insufficiente a costituire una “prova certa” del motivo dell’abbandono delle trattative. I giudici hanno sottolineato che la valutazione delle prove è di competenza esclusiva del giudice di merito e non può essere riesaminata in sede di legittimità, se non per vizi logici o giuridici che in questo caso non sono stati riscontrati.

Le Motivazioni

Le motivazioni della Corte si fondano su principi consolidati in materia di responsabilità civile e onere della prova. Primo, il danno non patrimoniale (come quello reputazionale) non è “in re ipsa”, cioè non si presume esistente solo perché è avvenuto un illecito. La sua esistenza e la sua entità devono essere allegate e provate da chi ne chiede il risarcimento. La permanenza della segnalazione per sette anni, pur essendo un elemento rilevante, non è di per sé sufficiente a dimostrare una diminuzione misurabile dell’accreditamento commerciale della società.

Secondo, il nesso di causalità tra la condotta illecita e il danno deve essere provato in modo rigoroso. I ricorrenti non sono riusciti a dimostrare che la mancata vendita o l’impossibilità di ottenere un mutuo fossero una conseguenza diretta ed esclusiva della segnalazione in Centrale Rischi, escludendo altre possibili concause.

Infine, la liquidazione equitativa del danno, invocata dai ricorrenti, è uno strumento a cui il giudice può ricorrere solo quando l’esistenza del danno è certa, ma è impossibile o estremamente difficile quantificarne l’esatto ammontare. In questo caso, la Corte territoriale aveva accertato proprio la mancanza di elementi idonei a provare l’esistenza stessa di un pregiudizio patrimoniale e reputazionale, rendendo inapplicabile tale strumento.

Le Conclusioni

Questa ordinanza della Cassazione offre un’importante lezione pratica per imprese e professionisti: in caso di illegittima segnalazione in Centrale Rischi, per ottenere un risarcimento del danno reputazionale e patrimoniale è fondamentale costruire un solido impianto probatorio. È necessario raccogliere e presentare in giudizio elementi concreti (corrispondenza, email, testimonianze dirette, perizie) che dimostrino in modo inequivocabile non solo l’errore della banca, ma soprattutto le conseguenze negative che ne sono derivate sulla propria attività economica e sulla propria reputazione. Affidarsi ad allegazioni generiche o a prove indirette espone al rischio di veder respinte le proprie legittime richieste.

Una segnalazione illegittima in Centrale Rischi dà automaticamente diritto al risarcimento del danno reputazionale?
No. Secondo la Corte, il danno reputazionale non è presunto (non è “in re ipsa”). Chi lo lamenta deve fornire la prova concreta che la propria reputazione commerciale sia stata effettivamente lesa e percepita come tale all’esterno.

Come si può provare il danno all’immagine commerciale?
La prova non può basarsi su allegazioni generiche. È necessario dimostrare fatti specifici, come la perdita di clienti, il rifiuto di forniture, la revoca di affidamenti o il fallimento di trattative commerciali, provando che tali eventi negativi siano stati causati direttamente dalla segnalazione illegittima.

Una testimonianza “de relato” (indiretta) è sufficiente per provare un fatto?
No, una testimonianza “de relato”, in cui il teste riferisce ciò che ha saputo da un’altra persona, ha un valore probatorio attenuato. Da sola, è stata ritenuta insufficiente dalla Corte per costituire una “prova certa” del motivo per cui una trattativa commerciale è stata interrotta.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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