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Ripetizione di indebito: la PA può agire sul dipendente

Un ex dirigente di un ente locale si è opposto alla richiesta di restituzione di emolumenti percepiti e ritenuti non dovuti. La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 17324/2024, ha respinto il ricorso, confermando che la Pubblica Amministrazione può agire con l’azione di ripetizione di indebito per recuperare somme erogate senza una valida base normativa o contrattuale, anche se il lavoro è stato svolto.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Ripetizione di indebito nel pubblico impiego: la PA può recuperare le somme non dovute

L’ordinanza n. 17324/2024 della Corte di Cassazione offre importanti chiarimenti sulla ripetizione di indebito nel contesto del pubblico impiego. La Suprema Corte ha stabilito che la Pubblica Amministrazione ha il diritto di recuperare le retribuzioni erogate a un proprio dipendente qualora queste risultino prive di una valida base legale o contrattuale, anche se la prestazione lavorativa è stata regolarmente eseguita. Analizziamo insieme i dettagli di questa pronuncia.

I Fatti del Caso

La vicenda trae origine da un decreto ingiuntivo ottenuto da un Comune nei confronti di un suo ex dirigente per la restituzione di una cospicua somma, pari a oltre 800.000 euro. Secondo l’ente locale, tali importi, corrisposti a titolo di retribuzione di posizione e di risultato, erano stati versati indebitamente nel corso degli anni perché non previsti dalla contrattazione collettiva e privi della necessaria copertura finanziaria.

Il dirigente si opponeva al decreto. Il Tribunale accoglieva parzialmente l’opposizione, riducendo la somma dovuta a circa 346.000 euro, al netto di ritenute e prescrizione. La decisione veniva confermata dalla Corte d’Appello, che respingeva sia l’appello principale del lavoratore sia quello incidentale del Comune. Contro la sentenza d’appello, l’ex dirigente proponeva ricorso in Cassazione, articolando quattro motivi di doglianza.

I motivi del ricorso e la questione della ripetizione di indebito

Il ricorrente basava la sua difesa su diversi argomenti giuridici:

1. Violazione del D.L. n. 16/2014 (c.d. Salva Roma): sosteneva che questa norma, quale ius superveniens, prevedesse modalità di recupero delle somme indebite alternative e diverse dall’azione diretta nei confronti del dipendente, precludendo così la condictio indebiti.
2. Violazione dei principi costituzionali: invocava l’art. 36 della Costituzione sulla retribuzione proporzionata e l’art. 2126 c.c. sugli effetti del contratto nullo, argomentando che, avendo svolto l’attività lavorativa, non si potesse parlare di una prestazione del tutto indebita.
3. Vizio processuale: contestava l’affermazione della Corte d’Appello secondo cui non avrebbe mai contestato la mancanza di fondi e di un contratto collettivo decentrato integrativo (CCDI).
4. Omessa pronuncia e difetto di motivazione: lamentava che i giudici di secondo grado non si fossero pronunciati su alcuni specifici motivi di appello.

Le Motivazioni della Cassazione

La Corte di Cassazione ha rigettato integralmente il ricorso, giudicando infondati o inammissibili tutti i motivi proposti.

In primo luogo, i giudici hanno chiarito che l’art. 4 del D.L. n. 16/2014 non deroga affatto all’art. 2033 c.c. La norma, quindi, non impedisce alla Pubblica Amministrazione di agire direttamente nei confronti del dipendente per la ripetizione di indebito. L’azione di recupero diretto rimane una via pienamente percorribile.

In secondo luogo, la Corte ha ribadito un principio consolidato: l’art. 36 della Costituzione e l’art. 2126 c.c. tutelano il diritto al trattamento fondamentale e agli importi minimi previsti dalla contrattazione collettiva. Non si applicano, invece, a maggiorazioni o retribuzioni accessorie, come quelle di posizione e di risultato, che possono essere riconosciute solo se sono state rispettate le procedure previste dalla contrattazione e vi è adeguata copertura finanziaria. La retribuzione dirigenziale è determinata esclusivamente dai contratti collettivi; qualsiasi erogazione extra deve rispettare le condizioni e le procedure imposte dalle parti sociali.

Per quanto riguarda i vizi processuali, la Cassazione ha dichiarato il terzo motivo inammissibile per mancanza di specificità. Il ricorrente, infatti, non aveva indicato gli atti del giudizio di primo grado in cui avrebbe contestato i fatti, limitandosi a richiamare il ricorso in appello. Infine, è stato escluso il vizio di omessa pronuncia, poiché la decisione contraria alla pretesa dell’appellante ne implica il rigetto implicito. Nemmeno il difetto di motivazione è stato ravvisato, in quanto la sentenza d’appello non presentava una motivazione meramente apparente o incomprensibile, unici casi in cui il vizio è sindacabile in sede di legittimità.

Conclusioni

L’ordinanza in esame consolida un orientamento giurisprudenziale di grande rilevanza per il settore pubblico. La Pubblica Amministrazione ha il potere e il dovere di agire per la ripetizione di indebito qualora vengano erogate somme non supportate da una corretta applicazione della contrattazione collettiva e delle norme sulla copertura finanziaria. Il solo fatto che il dipendente abbia eseguito la prestazione lavorativa non è sufficiente a legittimare la percezione di emolumenti non dovuti, specialmente quando si tratta di voci retributive accessorie che richiedono il rispetto di procedure specifiche. Questa decisione sottolinea il rigore con cui deve essere gestita la spesa pubblica e riafferma la centralità della contrattazione collettiva come fonte esclusiva per la determinazione del trattamento economico dei dirigenti pubblici.

La Pubblica Amministrazione può chiedere la restituzione di stipendi erogati a un dipendente se ritenuti non dovuti?
Sì, la Corte di Cassazione ha confermato che la P.A. può agire direttamente nei confronti del dipendente con l’azione di ripetizione dell’indebito (art. 2033 c.c.) per recuperare somme che sono state versate senza una valida base legale o contrattuale, come nel caso di retribuzioni non previste dalla contrattazione collettiva.

Il principio della “retribuzione proporzionata” (Art. 36 Cost.) impedisce la ripetizione di indebito se il lavoratore ha effettivamente lavorato?
No. Secondo la Corte, l’art. 36 Cost. e l’art. 2126 c.c. garantiscono il trattamento retributivo fondamentale previsto dalla contrattazione collettiva, ma non coprono maggiorazioni o retribuzioni accessorie (come quelle di risultato) erogate senza rispettare le procedure e le coperture finanziarie previste. Pertanto, queste somme possono essere richieste indietro anche se la prestazione è stata svolta.

La normativa “Salva Roma” (D.L. 16/2014) limita l’azione diretta di recupero crediti da parte dell’ente locale?
No. La Cassazione ha chiarito che l’art. 4 del D.L. n. 16 del 2014 non deroga alla norma generale sulla ripetizione dell’indebito (art. 2033 c.c.) e, di conseguenza, non impedisce alla Pubblica Amministrazione di agire direttamente contro il percipiente per recuperare le somme versate indebitamente.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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