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Responsabilità sanitaria: nesso causale e infezioni

Un paziente ha citato in giudizio un medico e una clinica per un’infezione contratta dopo un’artrocentesi, che avrebbe poi portato alla necessità di una protesi. Il Tribunale ha accertato la responsabilità sanitaria per l’infezione a causa della mancata prova di adeguate misure di asepsi, ma ha negato il risarcimento per la protesi, ritenuta inevitabile per una grave patologia preesistente. È stata inoltre dichiarata nulla la clausola assicurativa claims made.

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Pubblicato il 11 marzo 2026 in Diritto Civile, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Responsabilità sanitaria: nesso causale e infezioni ospedaliere

Nel panorama del diritto civile contemporaneo, la responsabilità sanitaria rappresenta uno dei temi più complessi, specialmente quando si intreccia con l’insorgenza di infezioni e la presenza di condizioni cliniche preesistenti del paziente. Una recente sentenza ha chiarito i confini tra l’errore medico e l’evoluzione naturale di una patologia, offrendo spunti fondamentali sulla prova del nesso e sulla validità delle coperture assicurative.

Il caso e l’insorgenza dell’infezione

La vicenda trae origine da un intervento di artrocentesi eseguito su un paziente affetto da gonartrosi. Pochi giorni dopo la procedura, il paziente manifestava i sintomi di un’artrite settica causata dal batterio Staphylococcus aureus. Secondo la tesi attorea, tale infezione non solo avrebbe causato un lungo iter terapeutico, ma avrebbe reso necessario un successivo impianto di protesi totale di ginocchio, con conseguenti danni biologici permanenti.

Il medico e la struttura sanitaria si sono costituiti negando ogni negligenza, sostenendo che l’intervento fosse stato eseguito correttamente e che la necessità della protesi fosse in realtà da imputare esclusivamente alla grave patologia degenerativa di cui il paziente soffriva da anni, indipendentemente dall’episodio infettivo.

Accertamento della responsabilità sanitaria

Per quanto riguarda l’insorgenza dell’infezione, il tribunale ha applicato il principio del cosiddetto “doppio ciclo causale”. In materia di responsabilità sanitaria, spetta al danneggiato provare il nesso di causalità tra l’intervento e l’insorgenza della patologia. Una volta fornita questa prova, l’onere si sposta sulla struttura sanitaria, che deve dimostrare di aver adottato tutte le misure di prevenzione necessarie (asepsi) o che l’evento è stato causato da un fattore imprevedibile ed inevitabile.

Nel caso di specie, la documentazione prodotta dal sanitario è stata ritenuta insufficiente: non vi era prova documentale dell’adozione dei protocolli standard di sterilizzazione e disinfezione. Di conseguenza, il medico e la clinica sono stati ritenuti responsabili in solido per il danno da inabilità temporanea legato alla cura dell’infezione batterica.

Il nesso causale e le patologie pregresse

Un punto cruciale della decisione riguarda il rigetto della domanda di risarcimento per i danni permanenti derivanti dall’impianto della protesi. Il tribunale, supportato dalle risultanze della Consulenza Tecnica d’Ufficio (CTU), ha stabilito che la protesizzazione era già inevitabile.

Le indagini radiologiche e la storia clinica del paziente hanno dimostrato la preesistenza di una grave gonartrosi degenerativa. Poiché l’infezione ha causato solo un’inabilità temporanea e non ha accelerato né determinato la necessità dell’intervento chirurgico sostitutivo, la responsabilità sanitaria è stata limitata esclusivamente alle conseguenze dirette dell’artrite settica, escludendo il risarcimento per l’invalidità permanente.

La nullità della clausola claims made

Interessante è anche la parte della sentenza dedicata al rapporto tra il medico e la propria compagnia assicurativa. La compagnia aveva eccepito l’inoperatività della polizza poiché la richiesta di risarcimento era pervenuta dopo la scadenza del contratto (clausola claims made).

Il giudice ha dichiarato nulla tale clausola per difetto di meritevolezza, seguendo l’orientamento delle Sezioni Unite della Cassazione. Tale clausola, infatti, creerebbe un ingiustificato vuoto di copertura per il professionista e lederebbe il diritto del danneggiato a trovare un patrimonio capiente su cui rivalersi, imponendo così all’assicurazione l’obbligo di manleva.

le motivazioni

Il giudice ha basato la propria decisione sulla distinzione tra l’evento lesivo (l’infezione) e le conseguenze a lungo termine (la protesi). La motivazione principale risiede nell’applicazione rigorosa della gerarchia delle cause: l’infezione è stata causata da una mancata prova di asepsi da parte della struttura, ma la protesi è stata causata dalla storia clinica del paziente. Il tribunale ha ritenuto che il medico non potesse essere condannato per un danno (la perdita definitiva della funzionalità del ginocchio) che si sarebbe comunque verificato a causa della patologia cronica preesistente. Per quanto riguarda l’assicurazione, la motivazione della nullità si fonda sulla tutela della funzione sociale del contratto di assicurazione e sul principio di buona fede.

le conclusioni

In conclusione, la sentenza stabilisce che il risarcimento deve essere strettamente parametrato al danno effettivamente causato dalla condotta illecita, scorporando ciò che appartiene alla naturale evoluzione delle patologie del paziente. La condanna in solido del medico e della struttura è stata limitata al danno biologico temporaneo e alle spese mediche, quantificati in circa 15.000 euro. Viene inoltre riaffermata l’inefficacia delle clausole limitative della responsabilità assicurativa che lasciano i professionisti privi di tutela reale per fatti accaduti durante la vigenza della polizza.

Chi deve provare che l’infezione ospedaliera non è colpa del medico?
Una volta che il paziente prova che l’infezione è insorta a causa dell’intervento, spetta al medico o alla struttura dimostrare di aver rispettato tutti i protocolli di prevenzione e asepsi o che l’evento era del tutto imprevedibile.

Cosa succede se il paziente aveva già una patologia grave prima dell’errore medico?
Il medico risponde solo dell’aggravamento o dei nuovi danni causati dalla sua condotta; se un intervento futuro era già inevitabile a causa della patologia preesistente, quel costo non può essere addebitato al sanitario.

Le clausole assicurative che limitano i rimborsi alla durata del contratto sono valide?
No, le clausole claims made che negano la copertura se la richiesta di danni arriva dopo la scadenza della polizza possono essere dichiarate nulle per difetto di meritevolezza se creano lacune protettive eccessive.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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