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Responsabilità professionale: nesso causale e danno

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 17371/2024, ha dichiarato inammissibili i ricorsi in un caso di responsabilità professionale di due consulenti. La Corte ha ribadito un principio fondamentale: per ottenere un risarcimento, non basta dimostrare l’errore del professionista, ma è essenziale provare l’esistenza di un danno ingiusto e il nesso di causalità diretto. Poiché le conseguenze fiscali negative erano un esito inevitabile delle operazioni societarie volute dal cliente, non è stato riconosciuto alcun danno risarcibile, rendendo irrilevante la discussione sulla condotta dei consulenti.

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Responsabilità professionale: senza danno ingiusto, nessun risarcimento

L’ordinanza n. 17371/2024 della Corte di Cassazione offre un’importante lezione sulla responsabilità professionale, chiarendo che la sola dimostrazione di un inadempimento da parte di un consulente non è sufficiente per ottenere un risarcimento. È indispensabile provare l’esistenza di un danno concreto e ingiusto, direttamente causato dall’errore professionale. In caso contrario, la domanda risarcitoria è destinata a fallire.

I Fatti di Causa

La vicenda trae origine dalla richiesta di risarcimento danni avanzata da un imprenditore nei confronti dei suoi consulenti commercialisti. L’imprenditore li accusava di inadempimento contrattuale in relazione a una consulenza per una complessa operazione di riorganizzazione societaria. A suo dire, la prestazione professionale era stata ‘infedele’ e gli aveva causato un notevole pregiudizio economico.

Tuttavia, sia il Tribunale in primo grado sia la Corte d’Appello avevano rigettato la domanda. I giudici di merito, pur riconoscendo il carattere ‘infedele’ della consulenza offerta, avevano concluso che da essa non era derivato alcun danno ‘ingiusto’ e apprezzabile per l’imprenditore. Le conseguenze fiscali negative lamentate erano, infatti, un risultato inevitabile delle operazioni societarie che lo stesso cliente aveva deliberatamente scelto di realizzare, sebbene fossero fiscalmente elusive. Di fronte a questa doppia sconfitta, sia i consulenti (con ricorso principale) sia l’imprenditore (con ricorso incidentale) si sono rivolti alla Corte di Cassazione.

La responsabilità del professionista e i motivi di ricorso

I consulenti, con il loro ricorso principale, hanno lamentato la violazione di diverse norme, sostenendo che la Corte d’Appello avesse errato nel non considerare l’assenza di un nesso causale tra la loro prestazione e i presunti danni. Essi hanno argomentato che il giudice si era limitato a negare l’ingiustizia del danno, senza escludere la loro responsabilità professionale.

Dall’altra parte, l’imprenditore, con il ricorso incidentale, ha contestato la decisione dei giudici di merito di avergli addossato l’onere di provare che, se fosse stato correttamente informato delle conseguenze negative, non avrebbe proceduto con l’operazione. Secondo il cliente, spettava ai professionisti prospettare tutte le possibili alternative e le relative conseguenze.

La Decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili entrambi i ricorsi, ponendo fine alla controversia e confermando, nella sostanza, le decisioni dei gradi precedenti. La Corte ha colto l’occasione per ribadire alcuni principi cardine in materia di onere della prova e dei limiti del giudizio di legittimità.

le motivazioni

Il rigetto dei ricorsi si fonda su argomentazioni distinte ma complementari.

Per quanto riguarda il ricorso dei consulenti, la Cassazione ha evidenziato che, una volta accertata l’inesistenza di un danno risarcibile, ogni discussione sul nesso di causalità diventa superflua. I giudici di merito avevano stabilito che i costi fiscali subiti dall’imprenditore non costituivano un danno ‘ingiusto’, bensì la conseguenza inevitabile delle scelte operative da lui stesso compiute. Pertanto, tentare di dimostrare l’assenza di un nesso causale con un danno inesistente è un esercizio logico e giuridico privo di senso. La Corte ha inoltre qualificato il ricorso come un tentativo inammissibile di ottenere un riesame dei fatti, attività preclusa in sede di legittimità.

Relativamente al ricorso incidentale dell’imprenditore, l’inammissibilità è stata dichiarata per una ragione prevalentemente processuale. La Corte d’Appello aveva basato la sua decisione anche sulla mancata contestazione, da parte del cliente, della motivazione del primo giudice riguardo alla sua consapevolezza dei fini elusivi dell’operazione (concorso di colpa). L’imprenditore, nel suo ricorso, non è stato in grado di dimostrare, attraverso la produzione degli atti necessari, di aver effettivamente e tempestivamente contestato tale punto in appello. Questa omissione ha violato il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, rendendolo proceduralmente inaccettabile.

le conclusioni

L’ordinanza riafferma con forza un principio cruciale in tema di responsabilità professionale: l’inadempimento del consulente è solo il primo tassello di un puzzle più complesso. Per ottenere un risarcimento, il cliente deve superare una triplice prova: dimostrare l’errore del professionista, l’esistenza di un danno concreto e ingiusto, e il legame causale diretto tra il primo e il secondo. Se il danno lamentato non è ‘ingiusto’ ma rappresenta semplicemente il costo inevitabile di una scelta imprenditoriale, come in questo caso, la catena della responsabilità si spezza all’origine e nessuna pretesa risarcitoria può trovare accoglimento.

È sufficiente dimostrare l’errore del professionista per ottenere un risarcimento del danno?
No, non è sufficiente. Secondo la Corte, oltre all’inadempimento del professionista, è necessario provare l’esistenza di un danno ‘ingiusto’ e apprezzabile, nonché il nesso di causalità diretto tra l’errore e il danno subito.

Se il danno subito dal cliente sarebbe comunque avvenuto, il professionista è responsabile?
No. La Corte ha sottolineato che se le conseguenze negative (in questo caso fiscali) erano inevitabili e connesse alle operazioni che il cliente aveva comunque deciso di intraprendere, non si può configurare una responsabilità del consulente per tali conseguenze, poiché manca il requisito del danno ‘ingiusto’.

Cosa succede se un ricorso in Cassazione cerca di far riesaminare i fatti del caso?
Il ricorso viene dichiarato inammissibile. La Corte di Cassazione è un giudice di legittimità, non di merito. Il suo compito non è rivalutare le prove o i fatti, ma solo verificare la corretta applicazione delle norme di diritto e la coerenza logica della motivazione delle sentenze precedenti.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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