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Responsabilità compliance: vale la funzione, non il contratto

La Corte di Cassazione ha stabilito che la responsabilità compliance di un professionista non dipende dalla natura formale del suo contratto (dipendente o esterno), ma dalla funzione di controllo effettivamente svolta all’interno dell’organizzazione aziendale. Un soggetto che opera in outsourcing, se inserito nella struttura di controllo di un intermediario finanziario, può essere sanzionato dall’Autorità di Vigilanza al pari di un dipendente interno. La Corte ha cassato la sentenza di merito che aveva annullato una sanzione basandosi sulla natura esterna del rapporto professionale.

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Responsabilità Compliance: La Funzione Svolta Prevale sul Contratto

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha chiarito un punto fondamentale in materia di responsabilità compliance nel settore finanziario: ciò che conta è il ruolo effettivo svolto all’interno dell’organizzazione, non la forma contrattuale che lega il professionista all’azienda. La sentenza stabilisce che anche un responsabile della funzione di conformità operante in outsourcing può essere sanzionato per le violazioni commesse dall’intermediario.

I Fatti di Causa

Il caso nasce da una sanzione irrogata dall’Autorità di Vigilanza sui Mercati Finanziari a diversi esponenti di un intermediario finanziario. Tra questi, figurava il responsabile della funzione compliance, sanzionato per non aver garantito il corretto svolgimento dei servizi di investimento e il rispetto delle norme di condotta.

Il professionista aveva impugnato la sanzione davanti alla Corte d’Appello, la quale aveva accolto il suo ricorso. La motivazione dei giudici di merito si basava su un dato formale: il professionista non era un dipendente dell’intermediario finanziario, né un suo amministratore o sindaco. Egli, infatti, era dipendente di un’altra società (la capogruppo) e svolgeva la sua attività presso l’intermediario in forza di un contratto di outsourcing.

Contro questa decisione, l’Autorità di Vigilanza ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la Corte d’Appello avesse erroneamente interpretato la normativa applicabile, in particolare l’articolo 190 del Testo Unico della Finanza (TUF).

La Decisione della Corte di Cassazione e la Responsabilità Compliance

La Suprema Corte ha accolto il ricorso dell’Autorità, cassando con rinvio la sentenza della Corte d’Appello. Il principio affermato è di cruciale importanza per la governance aziendale e la gestione dei rischi.

Il Principio della Responsabilità Effettiva

I giudici hanno chiarito che, ai fini della responsabilità compliance, la legge non richiede necessariamente un rapporto di lavoro subordinato o un legame organico con la società. La normativa sanzionatoria (nel testo applicabile ai fatti, precedente alle modifiche del 2015) mira a colpire i soggetti che, di fatto, svolgono funzioni di amministrazione, direzione o controllo.

Il criterio per individuare i responsabili non è formale, ma sostanziale: si fonda sull’attività concretamente esercitata e sull’inserimento del soggetto nella struttura organizzativa dell’ente. La dipendenza va intesa non in senso tecnico-lavoristico, ma come integrazione funzionale nell’organizzazione aziendale.

La Rilevanza della Funzione di Controllo

La Corte ha inoltre sottolineato come la legge sanzioni esplicitamente anche i ‘soggetti che svolgono funzioni di controllo nelle società’. Questa dicitura, per la sua ampiezza, non può essere limitata ai soli componenti degli organi statutari (come il collegio sindacale) o ai dipendenti in senso stretto. Al contrario, essa include chiunque, a prescindere dal vincolo contrattuale, eserciti effettivamente un’attività di controllo finalizzata a prevenire la violazione di leggi e regolamenti.

Le Motivazioni della Cassazione

La Cassazione ha motivato la sua decisione evidenziando che un’interpretazione restrittiva della norma, basata unicamente sulla natura del contratto, vanificherebbe lo scopo della legge. L’obiettivo del legislatore è quello di assicurare che le funzioni cruciali, come quella di compliance, siano presidiate da soggetti responsabili, capaci di prevenire illeciti a tutela del mercato e degli investitori. Permettere a un intermediario di eludere questo sistema di responsabilità attraverso il ricorso all’outsourcing creerebbe un vuoto normativo inaccettabile. La norma, quindi, deve essere interpretata in modo da dare rilievo al solo criterio dello svolgimento effettivo della funzione di controllo, senza restrizioni legate alla tipologia di rapporto (lavoro subordinato, organico, o di altra natura).

Conclusioni

Questa ordinanza della Cassazione ha importanti implicazioni pratiche:

1. Estensione della Responsabilità: I professionisti e le società che forniscono servizi di compliance in outsourcing sono avvisati. Il loro inserimento funzionale nell’organizzazione del cliente li espone alle medesime responsabilità e sanzioni previste per il personale interno.
2. Valutazione dei Rischi per le Aziende: Le imprese che esternalizzano le funzioni di controllo non possono considerare tale scelta come un modo per deresponsabilizzare né se stesse né i soggetti esterni. Anzi, devono assicurarsi che i fornitori esterni operino con la massima diligenza, essendo pienamente integrati nei processi di controllo aziendale.

La causa torna ora alla Corte d’Appello, che dovrà riesaminare il caso attenendosi al principio di diritto enunciato dalla Cassazione, valutando nel merito l’operato del professionista senza poterne escludere a priori la responsabilità sulla base della sola natura del suo contratto.

Un professionista in outsourcing può essere ritenuto responsabile per violazioni delle norme finanziarie all’interno dell’azienda cliente?
Sì. La Corte di Cassazione ha stabilito che la responsabilità non deriva dalla natura formale del contratto, ma dalla funzione di controllo effettivamente svolta e dall’inserimento del soggetto nell’organizzazione dell’impresa.

Qual è il criterio utilizzato dalla Cassazione per determinare la responsabilità dei soggetti che svolgono funzioni di controllo?
La Corte applica un criterio di ‘responsabilità effettiva’, basato sull’attività concretamente esercitata dal soggetto. Se una persona è inserita nella struttura organizzativa e svolge compiti di controllo, può essere ritenuta responsabile a prescindere dal fatto che sia un dipendente diretto o un consulente esterno.

La mancanza di un rapporto di lavoro dipendente esclude la sanzionabilità da parte dell’Autorità di Vigilanza?
No. Secondo la Suprema Corte, la legge intende sanzionare chiunque svolga funzioni di controllo, e l’assenza di un contratto di lavoro subordinato non costituisce un motivo valido per escludere l’applicazione delle sanzioni.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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