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Responsabilità amministratore: calcolo del danno

Un amministratore ritarda la dichiarazione di fallimento della società, aggravandone il dissesto con nuovi debiti. Condannato in primo e secondo grado, ricorre in Cassazione contestando il metodo di calcolo del danno. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile e chiarisce un principio fondamentale sulla responsabilità amministratore: in caso di ritardata dichiarazione di fallimento, il danno risarcibile corrisponde all’aumento dei debiti causato dal ritardo, e non alla generica differenza tra i netti patrimoniali.

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Responsabilità Amministratore per Ritardo Fallimentare: La Cassazione sul Calcolo del Danno

La gestione di una società in crisi è un percorso irto di ostacoli e decisioni delicate. Una delle più critiche riguarda il momento in cui prendere atto dell’impossibilità di proseguire l’attività e avviare le procedure concorsuali. Un ritardo in questa fase può aggravare la situazione debitoria e far scattare una pesante responsabilità amministratore. Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha fornito chiarimenti cruciali su come quantificare il danno in questi casi, delineando un principio di fondamentale importanza pratica.

I Fatti del Caso: Una Gestione Controversa

La vicenda riguarda l’amministratore di una S.r.l. operante nel settore dell’abbigliamento. Nonostante un’assemblea dei soci avesse deliberato di chiedere la dichiarazione di fallimento della società già nel giugno 2012, l’amministratore ometteva di procedere. La sua giustificazione era di aver proseguito l’attività in un’ottica puramente conservativa, nel tentativo di portare a termine delle trattative per la cessione di un ramo d’azienda.

Questo ritardo, durato circa un anno (il fallimento fu dichiarato solo nel giugno 2013), comportò un aggravamento del passivo, in particolare a causa dei canoni di locazione del punto vendita che continuarono a maturare senza essere pagati. Di conseguenza, la curatela fallimentare agiva in giudizio contro l’amministratore per ottenere il risarcimento dei danni.

Il Percorso Giudiziario e i Motivi del Ricorso

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello davano ragione al Fallimento, condannando l’ex amministratore a risarcire un importo pari ai canoni di locazione maturati nel periodo del ritardo. L’amministratore, non condividendo la decisione, proponeva ricorso in Cassazione basato principalmente su due doglianze:

1. Errata valutazione delle prove: Si lamentava la mancata ammissione di prove testimoniali che, a suo dire, avrebbero dimostrato la natura conservativa della sua gestione, finalizzata a preservare il valore aziendale in vista della cessione.
2. Errato criterio di calcolo del danno: Si sosteneva che il danno non dovesse essere quantificato sulla base dei debiti specifici maturati (i canoni), ma applicando il criterio della “differenza dei netti patrimoniali”, previsto dall’art. 2486 del codice civile.

La Decisione della Cassazione e la Responsabilità Amministratore

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando di fatto la condanna. Tuttavia, è intervenuta per correggere la motivazione della Corte d’Appello, cogliendo l’occasione per enunciare un principio di diritto di notevole rilevanza sulla responsabilità amministratore.

La Corte ha specificato che il primo motivo era inammissibile per un vizio formale: il ricorrente non aveva riportato nel dettaglio il contenuto delle prove non ammesse, impedendo alla Corte di valutarne la decisività. Ma è sul secondo punto che la sentenza diventa particolarmente illuminante.

Le Motivazioni: Distinzione tra Tipi di Responsabilità

Il cuore della decisione risiede nella distinzione tra due diverse fattispecie di responsabilità. La Corte d’Appello aveva escluso l’applicazione dell’art. 2486 c.c. ritenendola non applicabile ratione temporis. La Cassazione, invece, chiarisce che la norma era inapplicabile per una ragione di merito, ben più profonda.

L’art. 2486 c.c. disciplina la responsabilità degli amministratori per la gestione della società successivamente al verificarsi di una causa di scioglimento (es. perdita del capitale sociale). In questo scenario, gli amministratori devono gestire la società al solo fine di conservarne il valore in vista della liquidazione. Se violano questo dovere, il danno può essere calcolato, in via presuntiva, con il criterio della “differenza dei netti patrimoniali” (patrimonio netto al fallimento vs patrimonio netto al momento della causa di scioglimento).

Nel caso di specie, però, la colpa contestata all’amministratore non era una cattiva gestione post scioglimento, ma qualcosa di diverso e più specifico: l’aver ritardato colpevolmente la richiesta di fallimento, aggravando il dissesto in violazione delle norme della legge fallimentare. Per questa specifica violazione, il criterio di quantificazione del danno è altrettanto specifico: esso deve essere commisurato all’effettivo aggravamento del passivo causato dalla condotta illecita. Il danno, quindi, non è una generica perdita di valore, ma corrisponde esattamente ai debiti che non sarebbero sorti se l’amministratore avesse agito tempestivamente.

In questo contesto, calcolare il danno sulla base dei canoni di locazione maturati durante l’anno di ritardo è stato ritenuto il criterio corretto, in quanto “più aderente alla realtà del caso concreto”.

Le Conclusioni: Implicazioni Pratiche per gli Amministratori

Questa sentenza ribadisce un messaggio molto chiaro per gli amministratori di società: di fronte a una crisi irreversibile, l’inerzia o il ritardo nel portare i libri in tribunale costituisce una condotta illecita che genera una precisa responsabilità personale. La speranza di poter salvare l’azienda con operazioni straordinarie non può giustificare l’aggravamento della posizione debitoria a danno dei creditori.

Il principio affermato è che il danno da ritardo non si calcola con criteri presuntivi e generali, ma in modo analitico, guardando ai debiti specifici sorti a causa di quella condotta. Per un amministratore, ciò significa che ogni nuovo debito contratto dopo il momento in cui avrebbe dovuto chiedere il fallimento potrebbe essergli addebitato direttamente a titolo di risarcimento. Un monito a gestire le fasi di crisi con la massima diligenza, trasparenza e tempestività.

Quando un amministratore ritarda la dichiarazione di fallimento, come viene calcolato il danno?
Secondo la Corte di Cassazione, il danno deve essere commisurato in corrispondenza dell’ammontare dei debiti sorti nel periodo successivo al momento in cui l’amministratore avrebbe dovuto chiedere il fallimento. Si tratta di un criterio specifico che misura l’effettivo aggravamento del passivo.

La speranza di vendere un ramo d’azienda può giustificare il ritardo nella richiesta di fallimento?
No. La sentenza chiarisce che se l’assemblea dei soci ha già deliberato di procedere con il fallimento a fronte di una situazione debitoria insostenibile, proseguire l’attività, anche con intenti apparentemente conservativi, è una condotta che contraddice tale decisione e che, se aggrava il dissesto, comporta la responsabilità personale dell’amministratore.

Il criterio della ‘differenza dei netti patrimoniali’ previsto dall’art. 2486 c.c. si applica sempre per la responsabilità dell’amministratore?
No. La Corte ha specificato che quel criterio si applica alla diversa fattispecie di responsabilità per atti di gestione compiuti dopo il verificarsi di una causa di scioglimento della società. Quando la responsabilità deriva specificamente dal ritardo nella dichiarazione di fallimento, il danno si calcola in base ai debiti sorti a causa di tale ritardo, criterio ritenuto più specifico e aderente al caso concreto.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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