LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Rappresentanza apparente in ATI: la Cassazione decide

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 17179/2024, ha rigettato il ricorso di un consorzio, capogruppo di un’ATI, confermando la sua condanna al pagamento in favore di un subappaltatore. La Corte ha stabilito la validità di un accordo basato sul principio della rappresentanza apparente, in quanto il consorzio aveva generato un legittimo affidamento nel terzo circa i poteri del proprio rappresentante. Inoltre, ha chiarito che l’aumento della richiesta economica in corso di causa, basato sullo stesso titolo, costituisce una mera ‘emendatio libelli’ e non una domanda nuova inammissibile.

Prenota un appuntamento

Per una consulenza legale o per valutare una possibile strategia difensiva prenota un appuntamento.

La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)

Rappresentanza Apparente in ATI: la Cassazione tutela l’Affidamento del Terzo

Con la recente ordinanza n. 17179 del 21 giugno 2024, la Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi su un tema cruciale nei rapporti commerciali: la rappresentanza apparente. La decisione offre importanti chiarimenti sulla tutela del terzo che, in buona fede, contrae con chi appare legittimato a rappresentare un’Associazione Temporanea di Imprese (ATI), anche se i poteri formali sono limitati. Analizziamo insieme i contorni di questa vicenda e le conclusioni della Suprema Corte.

I Fatti di Causa

La controversia nasce nell’ambito di un appalto pubblico per la realizzazione di un’infrastruttura viaria. Un’impresa subappaltatrice ottiene un decreto ingiuntivo per circa 800.000 euro nei confronti del consorzio capogruppo di un’ATI, sulla base di una scrittura privata. Tale accordo riconosceva al subappaltatore il diritto al 40% delle somme che l’ATI avrebbe incassato dal Comune a seguito di un contenzioso per riserve iscritte nel registro di contabilità.

Il consorzio capogruppo si oppone al decreto ingiuntivo, sostenendo principalmente un difetto di legittimazione passiva. A suo dire, l’accordo era stato firmato da un rappresentante i cui poteri erano limitati ai soli rapporti con la stazione appaltante e non si estendevano a pattuizioni con soggetti terzi, come il subappaltatore. Durante il giudizio di primo grado, il subappaltatore chiede anche il pagamento di un’ulteriore somma, corrispondente al 40% della seconda tranche nel frattempo pagata dal Comune all’ATI.

L’Iter Giudiziario e i Motivi del Ricorso

Il Tribunale di primo grado rigetta l’opposizione, confermando il decreto ingiuntivo e condannando il consorzio al pagamento anche della somma ulteriore. La Corte d’Appello, pur riformando parzialmente la sentenza, conferma la condanna.

Il consorzio ricorre quindi in Cassazione, affidandosi a otto motivi. I punti centrali del ricorso riguardavano:
1. Difetto di legittimazione passiva: Il consorzio insisteva che l’obbligazione dovesse gravare sull’ATI nel suo complesso e non sulla singola mandataria.
2. Violazione del principio di rappresentanza apparente: Si contestava la decisione dei giudici di merito di ritenere valido l’accordo sulla base dell’affidamento incolpevole del terzo, sostenendo che la diligenza avrebbe imposto una verifica dei reali poteri del firmatario.
3. Errata interpretazione di un altro accordo transattivo: Il consorzio riteneva che una diversa transazione, intercorsa tra le parti, avesse un effetto liberatorio onnicomprensivo.
4. Inammissibilità della domanda nuova: La richiesta del pagamento aggiuntivo in corso di causa era, secondo il ricorrente, una domanda nuova e quindi inammissibile.

L’Analisi della Corte sulla Rappresentanza Apparente

La Cassazione ha ritenuto i motivi infondati, confermando la decisione della Corte d’Appello. Sul punto cruciale della rappresentanza apparente, i giudici hanno chiarito che, sebbene la procura formale potesse essere limitata, il consorzio e l’ATI avevano posto in essere una serie di comportamenti tali da generare nel subappaltatore il ragionevole e incolpevole affidamento che il firmatario avesse il potere di stipulare l’accordo in questione.

La Corte ha valorizzato elementi come:
* La mancata contestazione, da parte dell’ATI, di precedenti accordi simili.
* Il ruolo centrale e continuativo del rappresentante nella gestione dell’intero contenzioso relativo alle riserve, oggetto dell’accordo.
* Il tenore generale della procura, che indicava il perseguimento di obiettivi globali.

In sostanza, è stato applicato il principio secondo cui chi crea una situazione di apparenza giuridica non può poi opporla al terzo che vi ha fatto legittimo affidamento in buona fede.

La Questione Procedurale: Emendatio vs. Mutatio Libelli

Altro punto di grande interesse è la qualificazione della richiesta di pagamento aggiuntivo. La Cassazione ha respinto la tesi del ricorrente, affermando che non si trattava di una domanda nuova (mutatio libelli), bensì di una semplice modifica della domanda originaria (emendatio libelli).

Il diritto del subappaltatore al 40% delle somme incassate era già stato stabilito nel titolo azionato con il decreto ingiuntivo. La seconda richiesta riguardava semplicemente una porzione di quel diritto divenuta esigibile solo in corso di causa, a seguito del pagamento della seconda tranche da parte del Comune. Poiché la causa petendi (il titolo giuridico) e i soggetti rimanevano invariati, si trattava solo di una rideterminazione del petitum (l’oggetto della domanda), pienamente ammissibile secondo l’insegnamento consolidato della giurisprudenza.

Le Motivazioni della Decisione

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso in toto, rilevando come il ricorrente non avesse colto la ratio decidendi delle sentenze di merito. In particolare, i giudici d’appello avevano spesso utilizzato una doppia ratio decidendi, ovvero due argomentazioni autonome e sufficienti a sorreggere la decisione. Il ricorrente, non impugnandole entrambe efficacemente, aveva determinato il passaggio in giudicato di una delle due, rendendo la sua censura inammissibile.

Sulla rappresentanza apparente, la Corte ha ribadito che la valutazione dei presupposti (comportamento colposo del rappresentato e buona fede del terzo) è un accertamento di fatto riservato al giudice di merito, insindacabile in sede di legittimità se, come nel caso di specie, la motivazione è logica e non contraddittoria.

Infine, l’interpretazione dei contratti e degli accordi transattivi è stata ritenuta plausibile e coerente, respingendo la richiesta del ricorrente di sostituire la propria interpretazione a quella, ugualmente valida, data dai giudici di merito.

Conclusioni

L’ordinanza n. 17179/2024 rafforza un principio fondamentale per la certezza dei traffici giuridici: la tutela dell’affidamento. Le imprese che operano tramite complesse strutture come le ATI devono prestare la massima attenzione ai comportamenti dei propri rappresentanti, poiché le situazioni di apparenza da esse stesse create possono vincolarle ben oltre i limiti delle procure formali. La pronuncia offre anche una guida chiara sulla distinzione tra modifica ammissibile e domanda nuova, confermando che un aggiustamento quantitativo basato sul medesimo diritto non è precluso in corso di causa.

Quando un accordo firmato da un rappresentante di un’ATI è valido anche se eccede i poteri formali?
L’accordo è valido in base al principio della rappresentanza apparente, quando il comportamento dell’ATI (o del suo consorzio capogruppo) ha generato nel terzo contraente, in modo incolpevole, il ragionevole convincimento che il rappresentante avesse i poteri necessari per stipulare quell’accordo.

Chiedere in corso di causa il pagamento di una somma aggiuntiva, basata sullo stesso contratto, è una domanda nuova e inammissibile?
No, secondo la Corte non è una domanda nuova (mutatio libelli), ma una semplice modifica della domanda originaria (emendatio libelli). Se il diritto al pagamento deriva dallo stesso titolo giuridico (il contratto), e la nuova somma è solo una parte di quel diritto divenuta esigibile successivamente, la modifica è ammissibile.

Cosa succede se un ricorso in Cassazione non contesta tutte le ragioni della decisione di appello?
Se la sentenza d’appello si basa su una ‘doppia ratio decidendi’ (due o più argomentazioni autonome, ciascuna sufficiente a giustificare la decisione), il ricorrente deve contestarle tutte. Se ne contesta solo una, l’altra passa in giudicato e il motivo di ricorso diventa inammissibile.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

Desideri approfondire l'argomento ed avere una consulenza legale?

Prenota un appuntamento. La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza / conference call e si svolge in tre fasi.

Prima dell'appuntamento: analisi del caso prospettato. Si tratta della fase più delicata, perché dalla esatta comprensione del caso sottoposto dipendono il corretto inquadramento giuridico dello stesso, la ricerca del materiale e la soluzione finale.

Durante l’appuntamento: disponibilità all’ascolto e capacità a tenere distinti i dati essenziali del caso dalle componenti psicologiche ed emozionali.

Al termine dell’appuntamento: ti verranno forniti gli elementi di valutazione necessari e i suggerimenti opportuni al fine di porre in essere azioni consapevoli a seguito di un apprezzamento riflessivo di rischi e vantaggi. Il contenuto della prestazione di consulenza stragiudiziale comprende, difatti, il preciso dovere di informare compiutamente il cliente di ogni rischio di causa. A detto obbligo di informazione, si accompagnano specifici doveri di dissuasione e di sollecitazione.

Il costo della consulenza legale è di € 150,00.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)

Articoli correlati