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Promessa del fatto del terzo e revoca amministratore

La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un ex amministratore delegato contro una sentenza che negava l’indennizzo pattuito in un accordo con la società controllante. Il caso riguarda la promessa del fatto del terzo, in cui la controllante si era impegnata a garantire la nomina e la durata triennale dell’incarico presso la controllata. La Suprema Corte ha stabilito che l’indennizzo è dovuto direttamente dal promittente se il terzo non compie il fatto, senza necessità di un previo giudizio contro la società terza.

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La promessa del fatto del terzo e l’indennizzo all’amministratore

Nel panorama del diritto societario, la gestione dei rapporti tra società controllanti e dirigenti delle controllate è spesso regolata da pattuizioni complesse. Recentemente, la Corte di Cassazione è intervenuta su un caso emblematico riguardante la promessa del fatto del terzo e il diritto all’indennizzo in caso di revoca anticipata di un amministratore delegato.

Il contesto della controversia

La vicenda trae origine da un accordo in cui una società capogruppo si era impegnata a far sì che una propria controllata nominasse un determinato soggetto come amministratore delegato, garantendogli una durata minima dell’incarico di tre anni. Tuttavia, prima della scadenza naturale del mandato, la società controllata procedeva alla revoca dell’incarico invocando una presunta giusta causa.

L’amministratore, non avendo ricevuto l’indennizzo previsto nell’accordo originario con la controllante, decideva di agire legalmente. La Corte d’Appello, in una prima fase, aveva ritenuto l’impugnazione inammissibile, sostenendo che l’interessato avrebbe dovuto prima accertare l’insussistenza della giusta causa in un separato giudizio direttamente contro la società controllata.

La natura della promessa del fatto del terzo

Il nucleo giuridico della questione risiede nell’interpretazione dell’articolo 1381 del Codice Civile. Secondo questa norma, chi promette l’obbligazione o il fatto di un terzo è tenuto a indennizzare l’altro contraente se il terzo rifiuta di obbligarsi o non compie il fatto promesso.

Nella fattispecie analizzata dalla Suprema Corte, il promittente era la società controllante, il promissario era l’amministratore delegato e il terzo era la società controllata. La Corte ha chiarito che l’obbligo di indennizzo sorge direttamente in capo alla controllante nel momento in cui la controllata non garantisce la permanenza dell’incarico per il triennio pattuito, a meno che non venga provata una reale giusta causa.

La decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha cassato la sentenza della Corte d’Appello, criticando la tesi secondo cui il dirigente avrebbe dovuto citare in giudizio la società controllata prima di rivolgersi alla controllante. Tale interpretazione violerebbe i canoni di autonomia dei rapporti contrattuali e la natura stessa della garanzia offerta dalla capogruppo.

La Corte ha ribadito che il giudizio sulla sussistenza della giusta causa di revoca può e deve svolgersi nel contraddittorio tra le parti dell’accordo originario, ovvero tra l’amministratore e la società controllante che ha assunto l’impegno in proprio. Non vi è dunque alcun obbligo di litisconsorzio necessario con la società terza.

le motivazioni

Le motivazioni si fondano sulla corretta qualificazione del rapporto come obbligazione autonoma di garanzia. La Corte ha rilevato che la sentenza impugnata ha errato nel considerare l’accertamento contro la società terza come una condizione necessaria per l’azione. In realtà, l’onere di provare la giusta causa, quale fatto impeditivo del diritto all’indennizzo, spetta alla società controllante che ha promesso la stabilità dell’incarico. Inoltre, i giudici hanno sottolineato come l’interpretazione del contratto debba avvenire secondo buona fede e conservazione degli effetti, evitando di rendere la clausola di garanzia una mera opzione potestativa priva di reale efficacia protettiva per il dirigente.

le conclusioni

Le conclusioni portano all’accoglimento del ricorso con rinvio alla Corte d’Appello in diversa composizione. Il principio di diritto affermato stabilisce che la promessa della persistenza di un incarico amministrativo presso un terzo obbliga il promittente all’indennizzo qualora tale durata non venga rispettata. Tale responsabilità è diretta ed autonoma, e l’eventuale contestazione sulla giusta causa di revoca deve essere risolta all’interno del rapporto tra le parti stipulanti, garantendo così una tutela effettiva al promissario che ha fatto affidamento sulla solidità dell’impegno assunto dalla società capogruppo.

Cosa succede se il terzo non compie l’azione promessa in un contratto?
Il soggetto che ha promesso il fatto del terzo deve pagare un indennizzo alla controparte, poiché si è assunto la responsabilità dell’adempimento da parte di un soggetto estraneo al contratto.

È necessario fare causa alla società controllata per ottenere l’indennizzo dalla controllante?
No, il diritto all’indennizzo derivante dalla promessa del fatto del terzo è autonomo e può essere richiesto direttamente alla società promittente senza coinvolgere necessariamente il terzo.

Chi deve provare la giusta causa di revoca per evitare di pagare l’indennizzo?
L’onere della prova spetta alla società promittente che, per liberarsi dall’obbligo di indennizzo, deve dimostrare che la revoca dell’incarico da parte del terzo è avvenuta per motivi oggettivamente gravi.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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