Quando scade il diritto a chiedere le differenze di stipendio?
La Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, ha chiarito un punto cruciale per migliaia di lavoratori: la prescrizione crediti di lavoro. La vicenda nasce dalla richiesta di due dipendenti, assunti a tempo indeterminato dopo un periodo di apprendistato. I lavoratori chiedevano che anche gli anni di apprendistato fossero contati per calcolare gli scatti di anzianità, e quindi lo stipendio. L’Azienda si era opposta, basandosi su una clausola del contratto collettivo che escludeva tale computo. Sebbene i tribunali di merito avessero dato ragione ai lavoratori, la questione più importante è arrivata davanti alla Corte Suprema: da quando inizia a decorrere il termine di cinque anni per chiedere queste somme?
Il fatto: l’anzianità di apprendistato
Il caso ha origine da una situazione comune. Due lavoratori, al termine del loro percorso di apprendistato, vengono confermati in azienda con un contratto a tempo indeterminato. Successivamente, si rendono conto che il periodo formativo non è stato incluso nel calcolo della loro anzianità di servizio, un elemento che incide direttamente sugli aumenti periodici della retribuzione. Decidono quindi di agire in giudizio per ottenere il riconoscimento del loro diritto e il pagamento delle differenze retributive maturate nel tempo. L’Azienda si difende sostenendo, tra le altre cose, che parte di queste pretese economiche fossero ormai cadute in prescrizione, poiché i lavoratori avrebbero dovuto richiederle entro cinque anni dal momento in cui erano maturate, anche durante il rapporto di lavoro.
La prescrizione crediti di lavoro e il timore del licenziamento
Il cuore della decisione della Cassazione non riguarda tanto il diritto a contare l’apprendistato, quanto la regola sulla prescrizione crediti di lavoro. Tradizionalmente, la giurisprudenza ha sempre affermato un principio chiaro: il termine di prescrizione per i crediti di lavoro (come le differenze di stipendio) non decorre mentre il rapporto è in corso se il lavoratore non è protetto da un regime di stabilità ‘reale’. Il motivo è semplice: il lavoratore, per timore (in latino, metus) di essere licenziato, potrebbe non far valere i propri diritti. La prescrizione, quindi, veniva ‘congelata’ fino alla fine del rapporto di lavoro. Con l’introduzione della tutela contro i licenziamenti illegittimi (art. 18 Statuto dei Lavoratori), si era ritenuto che questa stabilità fosse garantita, facendo decorrere la prescrizione anche in costanza di rapporto.
L’impatto delle riforme Fornero e Jobs Act sulla prescrizione
La Corte di Cassazione ha analizzato l’impatto delle recenti riforme, in particolare la Legge Fornero (2012) e il Jobs Act (2015). Secondo i giudici, queste leggi hanno modificato profondamente il regime di stabilità del posto di lavoro. La reintegrazione nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo è diventata un’ipotesi residuale, sostituita nella maggior parte dei casi da un indennizzo economico. Questa modifica, secondo la Corte, ha indebolito la posizione del lavoratore, facendolo ripiombare in quella condizione di soggezione e timore che impedisce di agire liberamente per tutelare i propri diritti economici. La stabilità del posto di lavoro non è più certa e predeterminata come un tempo.
Le motivazioni: la prescrizione dei crediti di lavoro dopo le riforme
Sulla base di queste considerazioni, la Corte ha affermato un principio di diritto molto importante. Poiché il rapporto di lavoro a tempo indeterminato, così come disciplinato dopo le riforme del 2012 e 2015, non è più assistito da un regime di stabilità adeguato, la prescrizione crediti di lavoro rimane sospesa. Il ‘cronometro’ dei cinque anni per richiedere le differenze retributive non parte dal giorno in cui il diritto matura, ma inizia a scorrere solo dal giorno in cui il rapporto di lavoro cessa. Questa interpretazione estende una tutela fondamentale a tutti i lavoratori assunti sotto il nuovo regime normativo, garantendo che la paura di perdere il posto non li privi dei loro diritti economici.
Le conclusioni: la vittoria dei lavoratori
In conclusione, la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell’Azienda. Ha confermato che i lavoratori avevano pieno diritto a richiedere le somme dovute. L’Azienda è stata condannata a pagare non solo le differenze retributive, ma anche le spese legali del giudizio. Questa sentenza consolida un orientamento giurisprudenziale che protegge i diritti economici dei lavoratori in un mercato del lavoro caratterizzato da minori tutele contro i licenziamenti. Il principio è chiaro: senza stabilità reale, la prescrizione non corre.
Il periodo di apprendistato vale per gli scatti di anzianità?
Sì, la legge e la giurisprudenza prevalente stabiliscono che il periodo di apprendistato deve essere computato nell’anzianità di servizio, salvo specifiche e legittime eccezioni previste dai contratti collettivi.
Entro quanto tempo posso chiedere le differenze di stipendio non pagate?
Il diritto si prescrive in cinque anni. Tuttavia, secondo questa sentenza, per i rapporti di lavoro non più protetti dalla ‘stabilità reale’, questo termine di cinque anni inizia a decorrere solo dalla data di cessazione del rapporto di lavoro.
Le riforme Fornero e Jobs Act hanno cambiato la prescrizione dei miei crediti?
Sì, secondo la Cassazione queste riforme hanno indebolito la stabilità del posto di lavoro. Di conseguenza, hanno reintrodotto la regola per cui la prescrizione dei crediti retributivi è sospesa e inizia a decorrere solo alla fine del rapporto.