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Orario di lavoro: il viaggio casa-lavoro conta?

La Corte di Cassazione ha stabilito che il tempo impiegato da una guardia giurata per viaggiare dalla sede aziendale, dove prelevava l’auto di servizio, al suo luogo di lavoro fisso e abituale (un centro commerciale) non costituisce orario di lavoro retribuibile. La decisione si basa sul fatto che il lavoratore aveva una postazione stabile e non era soggetto al potere direttivo del datore durante il tragitto, rendendo lo spostamento un semplice trasferimento casa-lavoro.

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Pubblicato il 21 gennaio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Orario di Lavoro: Il Viaggio per Raggiungere la Sede Conta?

Una delle domande più frequenti nel diritto del lavoro riguarda la qualificazione del tempo di viaggio: quando può essere considerato orario di lavoro retribuito? La questione si complica ulteriormente quando il tragitto viene effettuato con un veicolo aziendale. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha fornito chiarimenti decisivi, analizzando il caso di una guardia giurata e il suo spostamento quotidiano verso un luogo di lavoro fisso.

I Fatti di Causa

Il caso ha origine dalla domanda di una guardia giurata impiegata presso una società di vigilanza privata. Il lavoratore chiedeva che il tempo impiegato per il viaggio dalla sede della società, dove prelevava l’auto di servizio, fino al centro commerciale dove svolgeva la sua mansione di piantonamento, fosse riconosciuto e retribuito come orario di lavoro. Sia il Tribunale in primo grado sia la Corte d’Appello avevano respinto la sua richiesta. Il lavoratore ha quindi proposto ricorso in Cassazione.

La Decisione della Corte di Cassazione

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza in esame, ha rigettato il ricorso del lavoratore, confermando le decisioni dei gradi precedenti. Gli Ermellini hanno stabilito che, nelle circostanze specifiche del caso, il tempo di viaggio non poteva essere qualificato come orario di lavoro, applicando i principi derivanti dalla normativa europea e dall’interpretazione fornita dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea.

Le Motivazioni: Analisi sull’Orario di Lavoro e Luogo Fisso

La Corte ha fondato la sua decisione su una distinzione cruciale: quella tra lavoratori con un luogo di lavoro fisso e abituale e lavoratori itineranti, privi di una sede stabile.

Richiamando la direttiva europea 2003/88/CE e le celebri sentenze della Corte di Giustizia (come il caso Tyco), la Cassazione ha ribadito che l’orario di lavoro è definito da tre elementi concorrenti:

1. Il lavoratore deve essere al lavoro.
2. Il lavoratore deve essere a disposizione del datore di lavoro.
3. Il lavoratore deve essere nell’esercizio della sua attività o delle sue funzioni.

Nel caso analizzato, la Corte ha accertato in fatto che la prestazione del lavoratore si svolgeva in via pressoché esclusiva presso un’unica sede, il centro commerciale. Questo configurava un luogo di lavoro fisso e abituale. Di conseguenza, il viaggio per raggiungerlo, anche se con un’auto aziendale prelevata dalla sede della società, non era intrinseco alla prestazione lavorativa, ma rappresentava un semplice spostamento dal domicilio (o da un punto di raccolta) al luogo di lavoro.

Un elemento decisivo è stata l’assenza di eterodirezione durante il tragitto. Il lavoratore non era soggetto ad alcun controllo o direttiva da parte della società sui tempi, le modalità o il percorso dello spostamento. Non riceveva istruzioni né poteva essere chiamato a svolgere altre mansioni durante il viaggio. La sua libertà di gestire quel tempo, seppur finalizzato a raggiungere il posto di lavoro, lo escludeva dalla sfera di controllo diretto del datore di lavoro, elemento indispensabile per qualificare quel periodo come orario di lavoro.

Conclusioni: Implicazioni Pratiche

La pronuncia consolida un principio fondamentale: il tragitto per raggiungere un luogo di lavoro fisso non rientra, di norma, nell’orario di lavoro retribuibile. L’utilizzo di un veicolo aziendale non modifica questa conclusione se, durante lo spostamento, il lavoratore non è soggetto al potere direttivo e di controllo del datore.

La situazione sarebbe stata diversa se il lavoratore fosse stato itinerante, senza una sede fissa, e costretto a spostarsi tra diversi clienti secondo le direttive aziendali. In quel contesto, lo spostamento diventa una componente essenziale e funzionale della prestazione lavorativa stessa. Per i datori di lavoro e i lavoratori, questa ordinanza sottolinea l’importanza di analizzare le concrete modalità di svolgimento della prestazione per definire correttamente i confini dell’orario di lavoro e dei relativi obblighi retributivi.

Il tempo di viaggio tra la sede aziendale e il luogo di lavoro fisso è considerato orario di lavoro?
No, secondo questa ordinanza non è considerato orario di lavoro se il lavoratore ha un luogo di lavoro fisso e abituale e non è soggetto a direttive del datore di lavoro durante lo spostamento.

L’utilizzo di un’auto aziendale per il tragitto trasforma automaticamente quel tempo in orario di lavoro?
No, l’uso del veicolo aziendale non è di per sé sufficiente. Il fattore determinante è se il lavoratore, durante il tragitto, sia a disposizione del datore di lavoro e soggetto al suo potere direttivo, ad esempio ricevendo istruzioni sul percorso o su eventuali interventi.

Qual è la differenza fondamentale rispetto ai casi in cui il tempo di viaggio è stato riconosciuto come orario di lavoro?
La differenza risiede nell’assenza di un luogo di lavoro fisso o abituale. Per i lavoratori itineranti, che si spostano tra diversi clienti secondo le indicazioni del datore, il tempo di viaggio è una parte intrinseca e necessaria della prestazione lavorativa e rientra quindi nell’orario di lavoro.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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