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Operazioni parti correlate: quando si applica la disciplina?

Un’autorità di vigilanza ha sanzionato una società quotata per una violazione delle norme sulle operazioni parti correlate. La Corte d’Appello ha annullato la sanzione, ritenendo che la violazione si perfezioni solo con l’approvazione finale dell’operazione, momento in cui l’amministratore correlato si era già dimesso. L’autorità ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo il principio della prevalenza della sostanza sulla forma e la necessità di applicare le tutele sin dalla fase istruttoria. La Suprema Corte, data la rilevanza e novità della questione, ha rinviato la causa a pubblica udienza per un esame approfondito.

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Operazioni Parti Correlate: la Cassazione fa il punto sul momento applicativo della disciplina

La gestione delle operazioni parti correlate rappresenta uno degli aspetti più delicati della governance societaria, soprattutto per le società quotate. Una recente ordinanza interlocutoria della Corte di Cassazione ha riacceso i riflettori su una questione cruciale: in quale preciso momento scatta l’obbligo di attivare le procedure di tutela previste dalla legge? La risposta a questa domanda è fondamentale per definire il perimetro di responsabilità degli amministratori e degli organi di controllo.

I fatti del caso

La vicenda trae origine da una sanzione irrogata da un’autorità nazionale di vigilanza nei confronti di una società per azioni quotata e del suo collegio sindacale. L’addebito era la violazione delle procedure informative e decisionali previste per le operazioni parti correlate di ‘maggiore rilevanza’.

Nello specifico, la società aveva avviato un’operazione di ‘disinvestimento’ per annullare gli effetti di un precedente investimento. Questa operazione era stata proposta da un amministratore della società, che era al contempo un ex socio di rilievo della controparte contrattuale. Secondo l’autorità, questa configurazione rendeva l’operazione soggetta alle rigide regole di trasparenza e approvazione previste dalla normativa, che includono l’acquisizione del parere di un comitato indipendente (Comitato OPC) e la pubblicazione di un documento informativo.

La società e i sindaci si sono opposti alla sanzione, ottenendone l’annullamento in Corte d’Appello. I giudici di secondo grado hanno ritenuto che non vi fosse alcuna violazione, poiché l’amministratore ‘correlato’ aveva rassegnato le proprie dimissioni prima della delibera con cui il Consiglio di Amministrazione (CdA) aveva approvato definitivamente l’operazione. Di conseguenza, al momento della decisione finale, non esisteva più una ‘parte correlata’ nel CdA, facendo venir meno i presupposti per l’applicazione della disciplina speciale.

Il ricorso in Cassazione e la disciplina sulle operazioni parti correlate

L’autorità di vigilanza ha impugnato la decisione della Corte d’Appello dinanzi alla Suprema Corte, basando il proprio ricorso su diversi motivi. Il punto centrale dell’argomentazione era che la tutela prevista per le operazioni parti correlate non può essere limitata al solo momento della delibera finale. Al contrario, essa deve estendersi a tutta la fase preparatoria e istruttoria, ovvero dal momento in cui l’operazione viene proposta.

Secondo la ricorrente, attendere l’approvazione finale per attivare le garanzie procedurali svuoterebbe di significato la norma, la cui finalità è proprio quella di assicurare che il comitato di amministratori indipendenti abbia tutte le informazioni necessarie, con congruo anticipo, per valutare l’interesse della società al compimento dell’operazione, la sua convenienza e la correttezza delle condizioni. Inoltre, è stato invocato il principio della ‘prevalenza della sostanza sulla forma’, sostenendo che la tempistica delle dimissioni dell’amministratore rappresentava un chiaro tentativo di eludere la disciplina.

Le motivazioni della Suprema Corte

La Corte di Cassazione, con la sua ordinanza, non ha fornito una risposta definitiva nel merito della questione. Ha però riconosciuto la ‘particolare rilevanza’ delle questioni sollevate e l’assenza di precedenti specifici sul tema. I giudici hanno evidenziato come sia necessario chiarire il momento esatto in cui le procedure per le operazioni parti correlate devono essere attivate per essere efficaci. L’interpretazione formale della Corte d’Appello, legata al momento della delibera finale, si scontra con l’esigenza sostanziale, sostenuta dall’autorità di vigilanza, di una tutela anticipata che copra anche la fase negoziale e istruttoria, dove può annidarsi l’influenza della parte correlata. Per queste ragioni, la Corte ha ritenuto opportuno disporre la trattazione del ricorso in pubblica udienza, al fine di consentire un dibattito più approfondito e giungere a una decisione ponderata che possa costituire un precedente chiaro per il futuro.

Le conclusioni e le implicazioni pratiche

L’ordinanza interlocutoria, pur non decidendo la controversia, ha un’importanza strategica. Segnala che la Suprema Corte è consapevole della delicatezza e della novità del problema. La decisione finale che scaturirà dalla pubblica udienza avrà un impatto significativo sulla corporate governance delle società italiane. Se prevarrà un’interpretazione sostanzialistica, amministratori e organi di controllo dovranno applicare le procedure di tutela per le operazioni parti correlate sin dalle primissime fasi negoziali, anche in presenza di proposte avanzate da amministratori che successivamente si dimettono. Questo rafforzerebbe la trasparenza e la protezione degli azionisti di minoranza, ma imporrebbe anche maggiori oneri di diligenza agli organi sociali.

Quando si applicano le procedure per le operazioni con parti correlate secondo la Corte d’Appello?
Secondo la Corte d’Appello, la violazione delle procedure si perfeziona solo al momento dell’approvazione finale dell’operazione. Se, a quella data, la ‘parte correlata’ non ricopre più il suo ruolo (ad esempio, perché si è dimessa), la disciplina speciale non si applica.

Qual è il principio chiave invocato dall’Autorità di vigilanza per contestare la decisione?
L’Autorità ha invocato il principio della ‘prevalenza della sostanza sulla forma’, sostenendo che la valutazione non deve fermarsi all’aspetto formale (la presenza dell’amministratore al momento del voto finale), ma deve considerare la realtà economica e l’influenza che lo stesso ha potuto esercitare nella fase preparatoria dell’operazione, prima delle sue dimissioni.

Perché la Corte di Cassazione non ha deciso il caso ma lo ha rinviato a pubblica udienza?
La Corte ha ritenuto che le questioni sollevate fossero di particolare rilevanza e novità, prive di precedenti giurisprudenziali specifici. Pertanto, ha disposto la rimessione della causa in pubblica udienza per consentire una trattazione più approfondita prima di emettere una decisione che stabilirà un principio di diritto fondamentale in materia.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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