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Mantenimento figlio maggiorenne: la legittimazione

La Corte d’Appello di Torino ha confermato che il parente già affidatario (nel caso specifico, la nonna) mantiene la legittimazione a riscuotere il mantenimento per il figlio maggiorenne se questi è convivente e non autosufficiente. La sentenza ha inoltre corretto errori procedurali del primo grado relativi alla quantificazione degli interessi non richiesti e alla errata condanna alle spese per il figlio intervenuto nel processo a supporto del creditore.

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Pubblicato il 28 febbraio 2026 in Diritto di Famiglia, Giurisprudenza Civile

Mantenimento figlio maggiorenne: la legittimazione del convivente

La questione della legittimazione al mantenimento figlio maggiorenne rappresenta un tema di frequente dibattito nelle aule giudiziarie, specialmente quando il nucleo familiare originario ha subito trasformazioni. Una recente sentenza della Corte d’Appello di Torino affronta con precisione i limiti della potestà di riscossione del genitore (o del parente affidatario) e le conseguenze procedurali di un intervento in giudizio da parte del figlio stesso.

I fatti relativi al mantenimento figlio maggiorenne

Il caso trae origine da una procedura esecutiva avviata da una nonna, già affidataria di un minore, per il recupero delle somme dovute a titolo di mantenimento dal padre del ragazzo. Nonostante il raggiungimento della maggiore età da parte del nipote, la nonna aveva proseguito l’azione esecutiva basandosi sulla perdurante convivenza e sulla mancata indipendenza economica del giovane, impegnato negli studi universitari.

Il debitore si era opposto all’esecuzione, eccependo il difetto di legittimazione attiva della nonna, sostenendo che solo il figlio, ormai maggiorenne, avrebbe potuto agire per il credito. In primo grado, il Tribunale aveva riconosciuto la legittimazione della nonna ma aveva limitato drasticamente il calcolo degli interessi e condannato il figlio (intervenuto nel processo a sostegno della nonna) a pagare le spese legali al padre, qualificando erroneamente il suo intervento come una domanda autonoma e soccombente.

La decisione sul mantenimento figlio maggiorenne

La Corte d’Appello ha ribaltato parzialmente la sentenza di primo grado, accogliendo i motivi di gravame presentati dalla nonna e dal nipote. I giudici di secondo grado hanno confermato che la legittimazione a percepire l’assegno di mantenimento spetta “iure proprio” al soggetto presso cui il figlio maggiorenne coabita, finché quest’ultimo non sia economicamente autosufficiente.

Inoltre, la Corte ha corretto la statuizione sugli interessi, rilevando come il primo giudice avesse commesso un errore di ultra petizione riducendo d’ufficio somme già cristallizzate nel titolo esecutivo o non specificamente contestate. Infine, è stata annullata la condanna alle spese legali a carico del figlio, chiarendo la natura del suo intervento processuale.

Le motivazioni

La Corte d’Appello ha fondato la propria decisione su tre pilastri giuridici essenziali. In primo luogo, ha ribadito il principio consolidato secondo cui il genitore (o il parente affidatario equiparato) è titolare di un diritto proprio alla riscossione del contributo, finalizzato a compensare gli oneri sostenuti per la cura e la convivenza con il figlio non autosufficiente. Tale diritto non viene meno automaticamente con la maggiore età.

In secondo luogo, riguardo agli aspetti procedurali, la Corte ha evidenziato che l’intervento del figlio nel giudizio di opposizione non era volto a ottenere un pagamento autonomo (domanda riconvenzionale), bensì a confermare e sostenere la pretesa della nonna. Tale fattispecie configura un intervento ad adiuvandum, che non può comportare una condanna alle spese in caso di accoglimento della domanda principale della parte sostenuta.

Infine, sul tema degli interessi, i giudici hanno richiamato l’art. 1284 c.c., sottolineando che il giudice dell’opposizione deve limitarsi a verificare la correttezza del quantum indicato nel precetto senza procedere a rideterminazioni arbitrarie o non richieste dalle parti, rispettando il principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato.

Le conclusioni

Le conclusioni tratte dalla Corte d’Appello di Torino offrono un’importante tutela ai soggetti che, di fatto, continuano a farsi carico del sostentamento dei figli maggiorenne. Viene chiarito che la legittimazione processuale resta in capo al convivente e che l’intervento del figlio a supporto di tale posizione non deve essere penalizzato sotto il profilo delle spese legali. La sentenza ristabilisce inoltre l’ordine sui criteri di calcolo degli accessori del credito, impedendo riduzioni ingiustificate del debito maturato per colpa dell’inadempimento.

La nonna affidataria può continuare a riscuotere il mantenimento se il nipote diventa maggiorenne?
Sì, la legittimazione attiva permane in capo al soggetto coabitante se il figlio (o nipote) maggiorenne non è economicamente autosufficiente e continua a convivere, agendo il parente “iure proprio” per il rimborso delle spese di sostentamento.
Cosa si intende per intervento ad adiuvandum in questo contesto?
Si verifica quando il figlio maggiorenne entra nel processo di opposizione all’esecuzione non per chiedere somme per sé, ma per confermare la fondatezza delle richieste del parente che ha avviato l’azione, sostenendo la posizione di quest’ultimo.
Il giudice può ridurre d’ufficio l’importo degli interessi indicati nel precetto?
No, se non vi è una specifica contestazione o una richiesta delle parti in tal senso, il giudice non può ridurre arbitrariamente la somma degli interessi, per non incorrere nel vizio di ultra petizione e violare il principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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