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Leasing traslativo: nullità clausola e onere prova

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 18235/2024, si è pronunciata su un caso di leasing traslativo. Un’impresa aveva sospeso il pagamento dei canoni a causa di presunti vizi del bene fornito. La Corte ha rigettato il ricorso dell’utilizzatore, stabilendo che la clausola penale che prevede il pagamento dei canoni futuri è valida, sebbene riducibile dal giudice in caso di manifesta eccessività. Inoltre, ha ribadito che l’onere di provare l’esistenza dei vizi del bene grava sull’utilizzatore e che la mancata indicazione dell’ISC/TAEG non comporta la nullità del contratto.

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Leasing Traslativo: Clausole, Vizi del Bene e Onere della Prova

Il contratto di leasing traslativo è uno strumento finanziario molto diffuso tra le imprese per l’acquisto di beni strumentali. Tuttavia, la sua complessità può generare contenziosi, specialmente quando sorgono problemi legati al bene o alla risoluzione del contratto. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha fornito importanti chiarimenti su alcuni aspetti cruciali: la validità delle clausole penali, la ripartizione dell’onere della prova in caso di vizi del bene e le conseguenze della mancata indicazione dell’ISC/TAEG. Analizziamo insieme questa decisione per comprenderne le implicazioni pratiche.

I Fatti di Causa: La Sospensione dei Pagamenti

Un’impresa individuale, operante nel settore della falegnameria, stipulava un contratto di locazione finanziaria per un macchinario. Successivamente, l’imprenditore sospendeva il pagamento dei canoni, sostenendo che il bene fornito fosse difettoso e non conforme a quanto pattuito. Di conseguenza, la società di leasing otteneva un decreto ingiuntivo per il recupero delle somme non pagate. L’imprenditore si opponeva al decreto, chiedendone la revoca e chiamando in causa il fornitore del macchinario per essere tenuto indenne da eventuali condanne.

Il Contenzioso: Dai Tribunali di Merito alla Cassazione

Il Tribunale di primo grado rigettava l’opposizione, confermando il decreto ingiuntivo. La decisione veniva impugnata davanti alla Corte d’Appello, la quale, a sua volta, respingeva il gravame. La Corte territoriale riteneva che l’utilizzatore non avesse fornito prove adeguate dei vizi lamentati e che le clausole contrattuali fossero valide. L’imprenditore, non soddisfatto, proponeva quindi ricorso per Cassazione, affidandosi a cinque motivi di contestazione.

Leasing Traslativo e Clausola Penale: La Posizione della Corte

I primi due motivi di ricorso si concentravano sulla nullità della clausola contrattuale (art. 15 del contratto) che, in caso di risoluzione per inadempimento, prevedeva il diritto della società concedente a trattenere i canoni già riscossi e a pretendere il pagamento di quelli futuri, attualizzati. Il ricorrente sosteneva che, trattandosi di un leasing traslativo, si dovesse applicare l’art. 1526 c.c., che prevede la restituzione dei canoni versati salvo il diritto del concedente a un equo compenso.

La Cassazione ha ritenuto infondati questi motivi. Ha chiarito che una clausola penale di questo tipo non è di per sé nulla, ma è soggetta al potere del giudice di ridurla se risulta manifestamente eccessiva. Nel caso di specie, i giudici di merito avevano valutato che non vi fossero elementi concreti per considerare la penale sproporzionata, e tale valutazione di fatto non è sindacabile in sede di legittimità.

Vizi del Bene e Onere della Prova nel Leasing Traslativo

Con altri motivi, il ricorrente lamentava la violazione delle norme sull’onere della prova e sulla buona fede contrattuale. Sosteneva che, una volta denunciati i vizi, spettasse al fornitore dimostrare l’assenza di difetti. Inoltre, criticava la clausola che riversava sull’utilizzatore ogni rischio legato al bene.

Anche su questo punto, la Cassazione ha dato torto al ricorrente. Richiamando un orientamento consolidato (incluse le Sezioni Unite), ha affermato che, in tema di garanzia per vizi, è il compratore (e per analogia l’utilizzatore in leasing) a dover provare l’esistenza dei difetti lamentati. La semplice denuncia non è sufficiente a invertire l’onere probatorio. La Corte ha inoltre dichiarato inammissibile il motivo relativo alla violazione della buona fede, poiché non erano state specificate le circostanze di fatto che avrebbero dimostrato un comportamento scorretto del concedente.

Trasparenza Bancaria: La Questione dell’ISC/TAEG

Un ulteriore motivo di ricorso riguardava la presunta violazione della normativa sulla trasparenza bancaria per la mancata indicazione nel contratto dell’ISC/TAEG. Secondo il ricorrente, tale omissione avrebbe dovuto comportare la nullità dell’intero contratto.

La Corte Suprema ha respinto anche questa doglianza, confermando il proprio orientamento secondo cui l’ISC/TAEG è un indicatore sintetico del costo totale del finanziamento, ma la sua mancata indicazione non rientra tra le cause di nullità previste dall’art. 117 del Testo Unico Bancario. Tale omissione non aumenta l’onerosità del finanziamento, ma rappresenta solo una scorretta rappresentazione del suo costo globale, che rimane comunque calcolabile dalla somma delle singole voci presenti in contratto.

le motivazioni

La Suprema Corte ha basato la sua decisione su principi giuridici consolidati. In primo luogo, ha distinto la nullità di una clausola dalla sua potenziale eccessività. La clausola penale in un contratto di leasing è valida, ma il giudice può ridurla se l’importo è sproporzionato. Tuttavia, la richiesta di riduzione deve essere supportata da elementi concreti, che nel caso specifico non erano stati forniti. In secondo luogo, ha riaffermato il principio fondamentale sancito dall’art. 2697 c.c. sull’onere della prova: chi intende far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento. Pertanto, l’utilizzatore che lamenta vizi del bene deve dimostrarne l’esistenza. Infine, per quanto riguarda la trasparenza, la Corte ha specificato che la nullità contrattuale è una sanzione grave, prevista solo per le violazioni indicate tassativamente dalla legge, tra le quali non rientra l’omessa indicazione dell’ISC/TAEG.

le conclusioni

L’ordinanza in esame rafforza alcuni punti fermi nella giurisprudenza sul leasing traslativo. Per le imprese che utilizzano questo strumento, emergono chiare indicazioni pratiche: 1) In caso di vizi del bene, è fondamentale raccogliere e presentare prove concrete e dettagliate dei difetti. La semplice denuncia non basta. 2) Le clausole penali che prevedono il pagamento dei canoni futuri sono generalmente legittime; per contestarle efficacemente, bisogna dimostrare la loro manifesta eccessività. 3) La mancata indicazione dell’ISC/TAEG non è un appiglio sufficiente per chiedere la nullità del contratto. Questa decisione sottolinea l’importanza di una gestione attenta e documentata del rapporto contrattuale da parte dell’utilizzatore.

In un leasing traslativo, la clausola che obbliga a pagare i canoni futuri in caso di risoluzione è sempre nulla?
No, secondo la Corte la clausola penale contenuta nel contratto di leasing è di per sé valida. Tuttavia, il giudice ha il potere di ridurne l’importo se la ritiene manifestamente eccessiva, ma tale valutazione richiede che siano dedotti elementi concreti a supporto dell’eccessività.

Se il bene in leasing ha dei difetti, chi deve provare l’esistenza di tali vizi?
L’onere di provare l’esistenza dei vizi del bene concesso in leasing grava sull’utilizzatore che esercita le azioni di risoluzione del contratto o di riduzione del prezzo. La semplice denuncia dei vizi non è sufficiente a invertire l’onere della prova.

La mancata indicazione del TAEG/ISC nel contratto di leasing ne causa la nullità?
No. La Corte ha stabilito che la mancata indicazione dell’indice sintetico di costo (ISC/TAEG) non determina la nullità del contratto, in quanto non rientra tra le cause di nullità previste dall’art. 117 del D.Lgs. 385/1993 (Testo Unico Bancario).

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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