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Indennità di posizione: risarcimento per inerzia della PA

La Corte di Cassazione conferma il diritto al risarcimento del danno per i dirigenti medici a cui non è stata corrisposta la parte variabile dell’indennità di posizione. L’inerzia della Pubblica Amministrazione nel completare le procedure di valutazione e pesatura degli incarichi costituisce un inadempimento contrattuale che genera una perdita di chance risarcibile, liquidabile dal giudice anche in via equitativa.

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Pubblicato il 18 febbraio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Indennità di Posizione: Risarcimento Garantito se la PA non Decide

L’ordinanza della Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, n. 28258 del 2023, ribadisce un principio fondamentale nel pubblico impiego: l’inerzia della Pubblica Amministrazione (PA) nel definire la parte variabile dell’indennità di posizione dei propri dirigenti costituisce un inadempimento contrattuale. Tale inadempimento genera il diritto al risarcimento del danno per perdita di chance, che può essere liquidato dal giudice anche in via equitativa. Analizziamo insieme questa importante decisione.

I Fatti del Caso: La Richiesta dei Dirigenti Medici

Un gruppo di dirigenti medici di un’Azienda Sanitaria Provinciale (ASP) aveva citato in giudizio il proprio datore di lavoro. L’oggetto del contendere era il mancato pagamento della componente variabile dell’indennità di posizione, una parte della retribuzione legata alla complessità e al peso specifico dell’incarico ricoperto. Secondo i contratti collettivi, l’erogazione di tale somma era subordinata a un’apposita procedura di ‘graduazione’ e ‘pesatura’ degli incarichi da parte dell’Azienda. Tuttavia, l’ASP non aveva mai completato questo iter, lasciando i dirigenti senza la parte di retribuzione loro spettante.

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello avevano dato ragione ai medici, condannando l’Azienda al risarcimento del danno per inadempimento. L’ASP, non rassegnata, ha portato la questione davanti alla Corte di Cassazione, sostenendo, tra le altre cose, che la graduazione degli incarichi fosse un atto di pura discrezionalità non sindacabile dal giudice e che non vi fosse stato alcun inadempimento.

La Decisione della Corte e la tutela dell’indennità di posizione

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso dell’Azienda Sanitaria, confermando le sentenze dei gradi precedenti. Gli Ermellini hanno chiarito che, sebbene la PA goda di un margine di discrezionalità nel definire i criteri di valutazione, essa ha un preciso obbligo giuridico, derivante dal contratto, di avviare e concludere il procedimento di pesatura degli incarichi. La totale inerzia non è una scelta discrezionale, ma un inadempimento.

Le motivazioni

La Corte ha basato la sua decisione su un consolidato orientamento giurisprudenziale, articolando il proprio ragionamento su alcuni punti chiave.

In primo luogo, si è affermato che la PA è tenuta, nel rispetto dei principi di correttezza e buona fede, a completare il procedimento per l’adozione del provvedimento di graduazione delle funzioni. Il mancato rispetto di questo obbligo legittima il dirigente a chiedere non l’adempimento forzato, ma il risarcimento del danno per la perdita della possibilità (la chance) di percepire la parte variabile della retribuzione.

In secondo luogo, la Corte ha specificato che l’onere della prova è così ripartito: il lavoratore deve solo allegare la fonte del suo diritto (il contratto) e l’inadempimento della controparte (la mancata attivazione della procedura). Spetta invece al datore di lavoro dimostrare che l’inadempimento è avvenuto per una causa a lui non imputabile.

Infine, e questo è un punto cruciale, il danno da perdita di chance può essere liquidato dal giudice in via equitativa. Non è necessario che l’ammontare del danno sia provato nel suo preciso importo. Il dipendente deve allegare l’esistenza di una plausibile occasione perduta e del nesso causale. Il giudice può quindi utilizzare parametri ragionevoli per quantificare il risarcimento. Nel caso di specie, la Corte d’Appello aveva correttamente usato come parametro gli stessi importi che l’ASP aveva successivamente riconosciuto, una volta attivata (tardivamente) la procedura, ritenendolo un criterio razionale e legittimo.

Le conclusioni

Questa ordinanza consolida la tutela dei dirigenti pubblici di fronte all’inerzia dell’amministrazione. Stabilisce che il diritto a una retribuzione commisurata alla responsabilità non può essere vanificato dalla passività del datore di lavoro. I dirigenti che si trovano in situazioni simili hanno uno strumento concreto per far valere i propri diritti: l’azione di risarcimento del danno per perdita di chance, con la possibilità che il giudice determini l’importo del risarcimento secondo equità, superando così l’ostacolo della mancata quantificazione formale da parte dell’ente.

La Pubblica Amministrazione può rifiutarsi di avviare la procedura per determinare la retribuzione variabile dei dirigenti?
No, la P.A. ha l’obbligo giuridico di avviare e concludere tale procedura. La sua totale inerzia costituisce un inadempimento contrattuale.

Se la P.A. non paga la parte variabile dell’indennità di posizione, cosa può fare il dirigente?
Il dirigente può chiedere il risarcimento del danno per “perdita di chance”, ovvero per la perdita della possibilità concreta di ottenere quella parte di retribuzione.

Come viene calcolato il danno se l’importo esatto della retribuzione non è mai stato determinato?
Il giudice può liquidare il danno in via equitativa, basandosi su parametri ragionevoli (come, in questo caso, gli importi che la stessa Amministrazione ha poi riconosciuto in un periodo successivo) per stimare il valore della chance perduta.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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