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Inammissibilità ricorso fallimento: la Cassazione

La Corte di Cassazione ha dichiarato l’inammissibilità del ricorso di una S.r.l. contro la propria dichiarazione di fallimento. Il ricorso è stato respinto perché riproponeva le stesse questioni già esaminate e decise dalla Corte d’Appello, trasformando il giudizio di legittimità in un terzo grado di merito. La Corte ha confermato che lo stato di insolvenza era preesistente alla pandemia, aggravato da falsificazione di bilanci e atti di dissipazione patrimoniale, rendendo l’inammissibilità del ricorso fallimento una conseguenza inevitabile.

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Inammissibilità Ricorso Fallimento: La Cassazione Conferma la Decisione di Merito

Con una recente ordinanza, la Corte di Cassazione ha affrontato un caso emblematico, dichiarando l’inammissibilità del ricorso fallimento presentato da una società contro la sentenza che ne aveva decretato il dissesto. Questa decisione ribadisce un principio fondamentale: il giudizio di Cassazione non è una terza istanza per riesaminare i fatti, ma un controllo sulla corretta applicazione del diritto. Analizziamo i dettagli di questa pronuncia e le sue implicazioni.

I Fatti: La Dichiarazione di Fallimento e il Reclamo

Una società a responsabilità limitata veniva dichiarata fallita dal Tribunale, su istanza del Pubblico Ministero e di una società creditrice. La società reclamante si opponeva alla decisione, portando il caso davanti alla Corte d’Appello. Quest’ultima, tuttavia, confermava la sentenza di primo grado.

Le Valutazioni della Corte d’Appello

La Corte territoriale basava la sua decisione su diversi elementi cruciali emersi dall’istruttoria prefallimentare:
1. Stato di insolvenza pre-pandemico: Lo stato di decozione della società era già manifesto prima della crisi pandemica, escludendo che questa potesse essere la causa scatenante del dissesto.
2. Falsificazione dei bilanci: La società aveva falsificato bilanci e scritture contabili, riducendo arbitrariamente l’esposizione debitoria e occultando un rapporto gravemente degradato tra attività e passività.
3. Debito tributario ingente: Un debito verso l’Erario di quasi un milione di euro non era stato correttamente iscritto a bilancio, violando il principio di prudenza.
4. Dissipazione del patrimonio: La società aveva ceduto una partecipazione del valore di oltre 800.000 euro al figlio dell’amministratrice per soli 9.700 euro, in un’operazione che simulava una cessione ma di fatto manteneva il valore “in famiglia”.

Di fronte a questo quadro, la società ricorreva in Cassazione, ma con argomentazioni che la Suprema Corte ha ritenuto non meritevoli di accoglimento.

La Decisione della Cassazione e l’Inammissibilità del Ricorso Fallimento

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La pronuncia si fonda su un punto cardine: il ricorso non faceva altro che riproporre le medesime questioni già sollevate e correttamente decise dalla Corte d’Appello, con una motivazione ampia e condivisibile. Questo tentativo di “ribaltare” la valutazione dei fatti, già puntualmente scrutinati nei gradi di merito, trasforma surrettiziamente il giudizio di legittimità in un inammissibile terzo grado di merito.

Violazione dei Principi del Ricorso per Cassazione

I giudici hanno evidenziato come i motivi del ricorso fossero generici, ripetitivi e manifestamente infondati, mescolando confusamente censure diverse. La motivazione della Corte d’Appello è stata giudicata ampiamente al di sopra del “minimo costituzionale”, essendo chiara e logica, e non meramente apparente o perplessa.

Le Motivazioni della Corte

La Cassazione ha smontato punto per punto le censure della ricorrente. In primo luogo, ha sottolineato che l’argomento relativo al mancato superamento della soglia di debito del creditore istante era irrilevante, dato che anche il Pubblico Ministero aveva richiesto il fallimento. Inoltre, la Corte ha ricordato il consolidato principio secondo cui la contumacia (mancata costituzione in giudizio) di una parte non equivale a un’ammissione dei fatti affermati dall’avversario.

La censura più importante, quella sulla violazione della legge fallimentare, è stata ritenuta inconsistente. A fronte di una motivazione puntuale dei giudici di merito sullo stato di decozione grave, irreversibile e risalente a prima della pandemia, le giustificazioni generiche della ricorrente (pagamento di vecchi creditori, difficoltà del lockdown) sono apparse del tutto prive di effetto.

Infine, il secondo motivo di ricorso, che lamentava l’omesso esame di alcuni fatti, è stato giudicato inammissibile perché, in realtà, la corte territoriale aveva esaminato tutti gli elementi indicati (mancato deposito dei bilanci, pagamenti tributari, condotte dissipative), giungendo semplicemente a conclusioni diverse da quelle auspicate dalla ricorrente. Tentare di sovvertire queste conclusioni con censure di merito è un’operazione non consentita in sede di legittimità.

Le Conclusioni: Implicazioni Pratiche della Pronuncia

L’ordinanza in esame è un monito importante per chi intende impugnare una sentenza di fallimento. Il ricorso per cassazione non può essere uno strumento per richiedere una nuova valutazione delle prove e dei fatti. La Corte Suprema interviene solo per correggere errori di diritto, non per sostituire il proprio giudizio a quello dei giudici di merito quando questo sia logico, coerente e adeguatamente motivato. La dichiarazione di inammissibilità del ricorso fallimento in casi come questo serve a garantire la certezza del diritto e a prevenire intenti dilatori, confermando la solidità delle decisioni prese nei precedenti gradi di giudizio basate su prove concrete di insolvenza e mala gestio.

Perché il ricorso per cassazione è stato dichiarato inammissibile?
Il ricorso è stato dichiarato inammissibile perché riproponeva le stesse questioni di fatto già ampiamente e correttamente decise dalla Corte d’Appello, tentando di trasformare il giudizio di legittimità della Cassazione in un terzo grado di merito, cosa non consentita dalla legge. I motivi erano generici, ripetitivi e manifestamente infondati.

La crisi pandemica ha influito sulla valutazione dello stato di insolvenza della società?
No. Secondo quanto accertato dai giudici di merito e confermato dalla Cassazione, lo stato di decozione della società, ovvero la sua incapacità di far fronte alle obbligazioni, era già manifesto e strutturale prima dell’insorgere della pandemia. Pertanto, la crisi sanitaria non è stata considerata la causa del fallimento.

La cessione di una partecipazione societaria a un prezzo irrisorio può essere considerata un atto di dissipazione del patrimonio?
Sì. Nel caso di specie, la cessione di una partecipazione del valore di oltre 800.000 euro al figlio dell’amministratrice per soli 9.700 euro è stata considerata una condotta volta alla dissipazione del patrimonio. La Corte ha ritenuto che tale operazione fosse finalizzata a sottrarre valore alla società, facendolo “rientrare in famiglia” e simulando una cessione a un prezzo non congruo.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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