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Fallimento su istanza del PM: legittimità e limiti

Una società in liquidazione ha impugnato la propria dichiarazione di fallimento, richiesta dal Pubblico Ministero (PM) in assenza di procedimenti penali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la piena legittimità del fallimento su istanza del PM, che può agire ogni qualvolta apprenda una notizia di insolvenza nell’esercizio delle sue funzioni. La Corte ha inoltre ribadito i criteri per l’accertamento della cosiddetta “insolvenza statica” per le società in liquidazione, confermando che la valutazione si basa sulla capacità del patrimonio residuo di soddisfare integralmente tutti i creditori.

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Il Fallimento su Istanza del PM: Poteri e Presupposti Secondo la Cassazione

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha ribadito importanti principi in materia di diritto fallimentare, chiarendo i presupposti per il fallimento su istanza del PM e i criteri per la valutazione dell’insolvenza di una società in liquidazione. La pronuncia offre spunti fondamentali per comprendere l’ampiezza dei poteri del Pubblico Ministero in questo ambito, anche in assenza di procedimenti penali.

Il caso: una società in liquidazione dichiarata fallita

Una società a responsabilità limitata, già posta in liquidazione e successivamente cancellata dal registro delle imprese, veniva dichiarata fallita dal Tribunale su richiesta del Pubblico Ministero. La società proponeva reclamo alla Corte d’Appello, che tuttavia confermava la sentenza di primo grado.

I giudici di merito avevano accertato lo stato di insolvenza sulla base di un grave squilibrio patrimoniale: a fronte di un debito verso l’erario di oltre un milione di euro, la società presentava un bilancio con valore nullo per la sua principale partecipazione societaria. Contro questa decisione, la società presentava ricorso per cassazione, basato su due motivi principali.

Il primo motivo di ricorso: la legittimità del fallimento su istanza del PM

La ricorrente sosteneva che il Pubblico Ministero non avesse la legittimazione a chiedere il fallimento, poiché non esisteva alcun procedimento penale aperto a carico della società o dei suoi amministratori. A suo avviso, l’iniziativa del PM sarebbe stata legittima solo in presenza di una notitia criminis. Inoltre, sollevava una questione di legittimità costituzionale per eccesso di delega, sostenendo che la legge di riforma fallimentare non intendesse conferire un potere così ampio al PM.

La risposta della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha dichiarato il motivo inammissibile, in quanto contrario a un principio ormai consolidato nella sua giurisprudenza. I giudici hanno chiarito che, ai sensi dell’art. 7 della Legge Fallimentare, il PM può chiedere il fallimento ogni qualvolta la notitia decoctionis (cioè la notizia dello stato di insolvenza) emerga nell’esercizio delle sue funzioni istituzionali. Non è quindi necessaria la pendenza di un procedimento penale. La ratio della norma è proprio quella di estendere la legittimazione del PM per tutelare l’interesse pubblico alla regolarità del mercato, soprattutto dopo l’abolizione del potere del tribunale di dichiarare il fallimento d’ufficio.

Il secondo motivo: l’accertamento dell’insolvenza statica

Con il secondo motivo, la società contestava la sussistenza stessa dello stato di insolvenza. Sosteneva che la cancellazione dal registro delle imprese fosse un esito naturale della liquidazione e che la presenza di un debito ingente, da sola, non costituisse prova di insolvenza, se l’attivo era stato utilizzato per pagare i creditori secondo le regole. Si trattava, secondo la difesa, di un’errata valutazione della cosiddetta “insolvenza statica”.

La decisione della Suprema Corte

Anche questo motivo è stato giudicato inammissibile. La Corte ha rilevato che i giudici di merito avevano correttamente applicato i principi che regolano l’insolvenza di una società in liquidazione. In questa fase, l’obiettivo non è più rimanere sul mercato, ma soddisfare i creditori. La valutazione, pertanto, deve accertare unicamente se gli elementi attivi del patrimonio sociale consentono di assicurare l’integrale ed eguale soddisfacimento dei creditori sociali. Qualsiasi ulteriore contestazione sulla valutazione dei fatti, secondo la Corte, rappresenta un tentativo di ottenere un nuovo giudizio di merito, inammissibile in sede di legittimità.

Le motivazioni della Corte

Le motivazioni della Corte si fondano su due pilastri. In primo luogo, l’interpretazione estensiva dell’art. 7 della Legge Fallimentare, che attribuisce al Pubblico Ministero un ruolo di garanzia a tutela degli interessi generali, la cui iniziativa non è subordinata all’esercizio dell’azione penale. La conoscenza dello stato di insolvenza, da qualunque fonte istituzionale provenga, è presupposto sufficiente per la richiesta di fallimento. In secondo luogo, la Corte ha ribadito il concetto di “insolvenza statica”, specificando che per un’entità in liquidazione, l’incapacità di far fronte alle proprie obbligazioni si misura sulla sufficienza dell’attivo a pagare tutti i debiti, senza considerare prospettive di continuità aziendale. La decisione della Corte d’Appello, avendo applicato correttamente questi principi, è stata ritenuta incensurabile.

Conclusioni: le implicazioni pratiche della sentenza

L’ordinanza in esame consolida un orientamento giurisprudenziale di grande rilevanza. Conferma che le imprese non possono ritenersi al riparo da un’istanza di fallimento del PM solo perché non sono coinvolte in indagini penali. Qualsiasi segnale di insolvenza che giunga all’attenzione della Procura della Repubblica nell’ambito delle sue attività può innescare la procedura. Inoltre, per le società in liquidazione, la pronuncia sottolinea l’importanza di una gestione trasparente e finalizzata all’effettivo pagamento dei creditori. L’incapacità di soddisfare integralmente il ceto creditorio con l’attivo realizzato costituisce il presupposto oggettivo dell’insolvenza, indipendentemente dalla formale chiusura della procedura liquidatoria.

Il Pubblico Ministero può chiedere il fallimento di un’impresa anche se non esiste un procedimento penale a suo carico?
Sì. La Corte di Cassazione ha confermato che il Pubblico Ministero è legittimato a richiedere il fallimento ogni qualvolta apprenda la notizia di uno stato di insolvenza (notitia decoctionis) nell’esercizio delle sue funzioni istituzionali, senza che sia necessaria la pendenza di un procedimento penale.

Come si valuta lo stato di insolvenza di una società in liquidazione?
Per una società in liquidazione si parla di “insolvenza statica”. La valutazione del giudice non riguarda la capacità dell’impresa di operare sul mercato, ma deve accertare unicamente se gli elementi attivi del patrimonio sociale sono sufficienti a garantire il pagamento integrale e paritario di tutti i creditori sociali.

La presenza di un debito elevato al termine della liquidazione è sufficiente per dichiarare il fallimento?
Non automaticamente. Tuttavia, se il patrimonio residuo, come accertato nel caso di specie, è palesemente insufficiente a coprire le passività esistenti (ad esempio un ingente debito con l’erario), i giudici possono legittimamente dichiarare lo stato di insolvenza e, di conseguenza, il fallimento della società.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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