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Doveri informativi banca: guida alla risoluzione

Il Tribunale ha esaminato un caso di inadempimento dei doveri informativi banca relativo all’acquisto di azioni non quotate. Sebbene il contratto quadro fosse esistente, la banca non ha adeguatamente segnalato l’alto rischio e l’illiquidità dei titoli rispetto al profilo dell’investitore. La decisione ha portato alla risoluzione parziale dei contratti con condanna della banca alla restituzione delle somme investite, dedotti i rendimenti già percepiti.

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Pubblicato il 27 maggio 2026 in Diritto Bancario, Diritto Civile, Giurisprudenza Civile

Doveri informativi banca e tutela dell’investitore

Nel panorama del diritto bancario, il rispetto dei doveri informativi banca rappresenta il pilastro fondamentale per la validità e la tenuta degli investimenti finanziari. Quando un istituto di credito propone l’acquisto di titoli, specialmente se non quotati, ha l’obbligo giuridico di garantire che l’investitore sia pienamente consapevole dei rischi assunti.

Recentemente, una sentenza ha fatto chiarezza sulla responsabilità degli intermediari finanziari in caso di vendita di titoli illiquidi a clienti con profili di rischio conservativi.

I fatti di causa: l’acquisto di azioni ad alto rischio

Il caso riguarda alcuni investitori che, tra il 2010 e il 2014, hanno acquistato azioni e obbligazioni convertibili emesse da un istituto di credito non quotato. Gli attori lamentavano la perdita quasi totale del valore dei titoli, sostenendo che la banca avesse omesso di fornire le informazioni necessarie sulla natura dell’investimento.

Inizialmente, gli investitori hanno richiesto la nullità dei contratti per mancanza di forma scritta del contratto quadro. Tuttavia, la banca ha prodotto in giudizio i documenti regolarmente sottoscritti, spostando il fulcro della contesa sulla violazione degli obblighi di comportamento durante la fase di esecuzione del rapporto.

L’accertamento dei doveri informativi banca violati

Il Tribunale ha analizzato minuziosamente la profilatura dei clienti. È emerso che, nonostante gli investitori avessero dichiarato obiettivi di conservazione del capitale o previdenziali, la banca avesse permesso investimenti massicci in titoli ad alto rischio.

La violazione dei doveri informativi banca è stata riscontrata nella mancata segnalazione dell’inadeguatezza dell’operazione. In particolare, la banca non ha rappresentato la contraddittorietà tra il profilo dell’investitore e l’illiquidità dei titoli acquistati, venendo meno al dovere di diligenza, correttezza e trasparenza imposto dal TUF e dai regolamenti Consob.

La distinzione tra investimenti consapevoli e inconsapevoli

Un aspetto interessante della decisione riguarda la diversificazione degli acquisti nel tempo. Per le operazioni effettuate nel 2014, il giudice ha rigettato la domanda di risoluzione. In quel caso, infatti, la documentazione sottoscritta conteneva avvertenze specifiche sulla natura “non quotata” del titolo e sul conflitto di interessi dell’intermediario, rendendo l’investimento, in quel momento, frutto di una scelta informata.

Le motivazioni

Le motivazioni della sentenza si fondano sul principio secondo cui la violazione degli obblighi informativi non determina la nullità del contratto (che attiene alla struttura dell’atto), bensì la sua risoluzione per inadempimento. Il giudice ha evidenziato come la banca debba assolvere a un obbligo di informazione “passiva” (raccogliere dati sul cliente) e “attiva” (fornire descrizioni chiare sui rischi). Nel caso di specie, la banca ha ignorato il profilo di rischio basso del cliente, omettendo di segnalare che i titoli acquistati fossero difficilmente monetizzabili e soggetti a perdite elevate, configurando un grave inadempimento contrattuale ai sensi dell’art. 1453 c.c.

Le conclusioni

Le conclusioni dell’organo giudicante hanno portato alla dichiarazione di risoluzione parziale delle operazioni di acquisto effettuate nel periodo 2010-2012. La banca è stata condannata alla restituzione del capitale investito, dalla quale sono stati detratti gli indennizzi e i rendimenti già percepiti dagli investitori. La sentenza ribadisce che, sebbene l’investitore firmi un ordine, la responsabilità della valutazione di adeguatezza ricade sull’intermediario professionale, il quale deve sempre agire nel miglior interesse del cliente, pena il risarcimento del danno.

Cosa succede se la banca vende titoli rischiosi a chi ha un profilo di rischio basso?
La banca incorre in un inadempimento contrattuale dei doveri informativi che può portare alla risoluzione dell’investimento e all’obbligo di restituire le somme investite.

La mancanza del contratto quadro rende nullo ogni acquisto di azioni?
Sì, ai sensi dell’art. 23 del TUF, la mancanza della forma scritta del contratto quadro determina la nullità dei singoli ordini di acquisto effettuati.

Chi ha ricevuto un indennizzo può comunque chiedere la risoluzione del contratto?
Sì, è possibile chiedere la risoluzione, ma le somme già ricevute a titolo di indennizzo o rendimento verranno detratte dall’importo totale che la banca deve restituire.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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