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Diritto del Lavoro

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Computo anzianità apprendistato: l’azienda rinuncia al ricorso
Un'azienda di trasporti ha impugnato la decisione della Corte d'Appello che dichiarava nullo l'accordo sindacale escludente i primi 18 mesi di apprendistato dal calcolo degli scatti di stipendio. Prima della decisione della Cassazione, l'azienda ha rinunciato al ricorso con l'accordo dei dipendenti. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del giudizio. Di conseguenza, i lavoratori ottengono definitivamente il computo anzianità apprendistato e il pagamento delle differenze retributive dovute.
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Sospensione dall’esercizio della professione: confermato lo stop
Un avvocato ha ricevuto dal proprio cliente oltre ventimila euro per chiudere una transazione con una banca, ma ha trattenuto indebitamente il denaro. Inoltre, ha abusato di fogli firmati in bianco dal cliente e lo ha calunniato. Per questi fatti, l'ordine professionale ha inflitto all'avvocato la sanzione della sospensione dall'esercizio della professione per venti mesi. L'avvocato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'illecito fosse prescritto e che la depenalizzazione di alcuni reati escludesse la responsabilità. Le Sezioni Unite hanno rigettato il ricorso, stabilendo che il trattenimento del denaro è un illecito permanente la cui prescrizione decorre solo dalla decisione di primo grado e che le regole penali più favorevoli non si applicano retroattivamente alle sanzioni disciplinari.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: l’accordo che chiude la lite
Una società preponente e un suo ex agente si sono scontrati in giudizio in merito a spettanze provvigionali e a un presunto patto di non concorrenza. Dopo alterne vicende nei primi due gradi di giudizio, la società ha proposto ricorso in Cassazione. Prima dell'udienza, tuttavia, le parti hanno raggiunto un accordo amichevole. La società ha quindi presentato una formale rinuncia al ricorso per cassazione, regolarmente accettata dalla controparte, con contestuale accordo per compensare le spese legali. La Suprema Corte ha preso atto di questa volontà e ha dichiarato l'estinzione del processo, senza applicare sanzioni o raddoppi del contributo unificato.
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Buoni pasto per lavoro fuori sede: l’azienda perde la causa
Una lavoratrice ha richiesto il pagamento di un'indennità sotto forma di buoni pasto per lavoro fuori sede, pari a 5,16 euro al giorno, prevista da un accordo aziendale per le attività svolte presso strutture esterne. L'azienda si è opposta, sostenendo che l'ufficio pubblico in cui la dipendente prestava servizio non rientrasse tra le sedi esterne contemplate dall'accordo. La Corte d'Appello ha dato ragione alla lavoratrice, interpretando l'accordo a suo favore. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'azienda, confermando che l'interpretazione dei contratti spetta esclusivamente ai giudici di merito. L'azienda perde definitivamente la causa e deve pagare le spese legali.
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Accordo aziendale: i limiti del passato sui diritti futuri
Due dipendenti laureate non medici chiedono il pagamento di indennità per l'attività svolta nelle camere a pagamento di un ospedale, basandosi su un vecchio accordo aziendale del 1988 già riconosciuto per il periodo precedente al 1995 da una precedente sentenza. La Corte d'Appello respinge la domanda per il periodo successivo (1996-2009) poiché le prove testimoniali dimostrano che in quegli anni le camere a pagamento non esistevano più nell'organizzazione ospedaliera. La Corte di Cassazione conferma la decisione: il precedente giudicato non si estende al periodo successivo se cambiano le circostanze di fatto. Il ricorso viene rigettato e le lavoratrici sono condannate al pagamento delle spese processuali.
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Indennità di prima sistemazione: l’ente perde contro i dirigenti
Tre dirigenti dell'Ente Previdenziale hanno chiesto il pagamento dell'indennità di prima sistemazione a seguito del loro trasferimento d'ufficio a Roma. L'Ente Previdenziale ha negato il pagamento sostenendo che una legge del 2011 avesse soppresso tale beneficio per tutti i dipendenti pubblici. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Ente Previdenziale, stabilendo che la norma di contenimento della spesa pubblica si applica esclusivamente ai dipendenti statali dei Ministeri e non a quelli degli enti previdenziali, i quali conservano la propria autonomia organizzativa. Di conseguenza, i dirigenti hanno pienamente diritto a percepire l'indennità prevista dal contratto collettivo nazionale, che si integra automaticamente nei loro contratti individuali di lavoro.
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Tagli ai ministeri ma l’indennità di prima sistemazione resta
Un dirigente dell'ente previdenziale ha chiesto il riconoscimento del diritto a percepire l'indennità di prima sistemazione a seguito di ripetuti trasferimenti d'ufficio. L'ente datore di lavoro aveva sospeso l'erogazione, sostenendo che una legge di stabilità avesse soppresso tale beneficio per contenere la spesa pubblica. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ente, confermando le decisioni dei giudici di merito. La Suprema Corte ha chiarito che i tagli lineari previsti per i ministeri non si applicano automaticamente agli enti del parastato, i quali godono di autonomia organizzativa. Di conseguenza, il diritto del lavoratore a percepire l'indennità di prima sistemazione, garantito dal contratto collettivo nazionale, rimane pienamente valido e non può essere escluso da accordi individuali o da interpretazioni estensive delle norme di contenimento della spesa statale.
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Rendimento della polizza TFR alla banca e non al dirigente
Un ex dirigente ha chiesto la condanna della banca datrice di lavoro al pagamento delle somme accumulate come rendimento della polizza TFR. La banca aveva stipulato una polizza assicurativa collettiva per garantire il pagamento del trattamento di fine rapporto dei dipendenti. Alla cessazione del rapporto, il dirigente ha ricevuto il TFR ma ha preteso anche il rendimento finanziario della polizza. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda, rilevando che il contratto assicurativo riservava i rendimenti eccedenti alla banca contraente e non ai lavoratori. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del lavoratore, confermando che l'interpretazione del contratto spetta ai giudici di merito e che il dipendente, essendo estraneo all'accordo assicurativo tra banca e assicurazione, non può rivendicare il rendimento della polizza TFR in assenza di una specifica pattuizione.
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Computo dell’apprendistato: l’azienda cede e la dipendente vince
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del processo a seguito della rinuncia al ricorso da parte dell'Azienda. La controversia originaria riguardava il diritto della Lavoratrice al computo dell'apprendistato ai fini degli aumenti periodici di anzianità. La Corte d'Appello aveva precedentemente confermato tale diritto, riconoscendo il valore del periodo di formazione. Con la rinuncia dell'Azienda, la decisione di secondo grado passa in giudicato, confermando definitivamente il diritto della Lavoratrice. Non si fa luogo alla regolazione delle spese poiché la Lavoratrice è rimasta intimata e non ha svolto attività difensiva.
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Licenziamento collettivo: limiti alla scelta in un solo reparto
L'Azienda ha intimato un licenziamento collettivo alle Lavoratrici impiegate in un appalto di assistenza anziani ormai cessato. L'Azienda riteneva che la soppressione del servizio giustificasse la scelta automatica delle addette, senza necessità di compararle con gli altri dipendenti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda, confermando l'illegittimità del provvedimento. I giudici hanno stabilito che la sola chiusura di un reparto non consente di limitare la scelta ai soli addetti di quel settore, a meno che non venga provata la loro specifica infungibilità professionale e che tale limitazione sia stata motivata dettagliatamente nella comunicazione iniziale ai sindacati.
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Computo dell’apprendistato: l’Azienda si arrende ma paga le spese
Alcuni dipendenti hanno chiesto il computo dell'apprendistato ai fini degli aumenti periodici di anzianità. La Corte d'Appello ha dato loro ragione. L'Azienda ha proposto ricorso in Cassazione, ma successivamente ha depositato un formale atto di rinuncia al ricorso. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del processo. La rinuncia determina il passaggio in giudicato della sentenza d'appello favorevole ai lavoratori. L'Azienda è stata condannata al pagamento delle spese di giudizio in base al principio della soccombenza virtuale, poiché i precedenti giurisprudenziali davano ragione ai dipendenti. L'estinzione esonera l'Azienda dal pagamento del doppio contributo unificato. I lavoratori vincono definitivamente, ottenendo il riconoscimento dell'anzianità e il rimborso delle spese legali.
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Contratto di formazione e lavoro: no al terzo elemento salariale
Due dipendenti di un'azienda di trasporti, assunti inizialmente con un contratto di formazione e lavoro poi trasformato a tempo indeterminato, hanno chiesto il pagamento del cosiddetto terzo elemento salariale. Questa voce retributiva era stata soppressa da un accordo collettivo del 1997, che la conservava solo per chi era già assunto stabilmente a quella data. I lavoratori ritenevano che il loro periodo di formazione dovesse essere equiparato al lavoro ordinario. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che escludere chi era assunto con contratto di formazione e lavoro da un elemento retributivo mai percepito prima non è discriminatorio. La decisione conferma che l'anzianità di servizio resta intatta, ma non dà diritto a indennità mai entrate nel patrimonio del dipendente.
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Contratto a tempo determinato: nullo se la proroga è senza prove
Una lavoratrice ha impugnato il proprio contratto a tempo determinato e le relative proroghe stipulati con una compagnia aerea, chiedendone la conversione in un rapporto a tempo indeterminato. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno accolto la domanda, dichiarando la nullità della proroga del primo contratto e disponendo la conversione del rapporto a partire dal luglio 2006, oltre al pagamento di un'indennità risarcitoria pari a sei mensilità. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando la decisione dei giudici di merito. La Suprema Corte ha ritenuto infondate le contestazioni sulla competenza territoriale e sulla conclusione del contratto tra assenti, confermando l'applicabilità dell'indennità risarcitoria omnicomprensiva prevista dalla legge per l'illegittima apposizione del termine.
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Apprendistato e scatti di anzianità: l’Azienda rinuncia e perde
Alcuni lavoratori hanno chiesto il computo dell'apprendistato per gli scatti di anzianità, ottenendo ragione nei primi gradi di giudizio. L'Azienda ha proposto ricorso in Cassazione, ma ha successivamente depositato un atto di rinuncia formale. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del processo, confermando in via definitiva il diritto dei lavoratori. L'Azienda è stata condannata al pagamento delle spese di giudizio in base al principio della soccombenza virtuale, poiché i precedenti giurisprudenziali davano ragione ai dipendenti. La rinuncia ha evitato all'Azienda il pagamento del doppio contributo unificato.
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Cessazione della materia del contendere: stop al raddoppio tassa
Un lavoratore ha chiesto differenze retributive all'azienda datrice di lavoro. Dopo le sentenze di primo e secondo grado, l'azienda ha fatto ricorso in Cassazione. Nel frattempo, le parti hanno firmato un accordo amichevole davanti alla Corte d'Appello, risolvendo ogni disputa. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato inammissibile il ricorso per carenza di interesse, determinando la cessazione della materia del contendere. I giudici hanno chiarito che, in questo caso di accordo tra le parti, non si applica la sanzione del raddoppio del contributo unificato, poiché la fine della lite non equivale a una bocciatura ordinaria del ricorso. Le spese di giudizio sono state compensate.
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Superminimo riassorbibile: la prassi aziendale batte il contratto
Un gruppo di dipendenti ha fatto causa al proprio datore di lavoro per contestare l'assorbimento degli aumenti del contratto collettivo nel loro superminimo riassorbibile. La Corte d'Appello aveva dato ragione all'azienda, ritenendo che la precedente scelta di non procedere all'assorbimento non costituisse una rinuncia definitiva a tale facoltà. La Corte di Cassazione ha invece ribaltato la decisione, accogliendo il ricorso dei lavoratori. I giudici hanno stabilito che la costante e generalizzata abitudine dell'azienda di non assorbire gli aumenti salariali configura un uso aziendale. Questo comportamento crea un diritto per i lavoratori che non può essere modificato unilateralmente dal datore di lavoro. La sentenza è stata quindi cassata con rinvio alla Corte d'Appello per un nuovo esame.
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Borse di studio medici specializzandi: negati i rimborsi
Un gruppo di medici specializzandi ha chiesto l'adeguamento delle borse di studio e il risarcimento del danno per il mancato recepimento delle direttive europee. I medici sostenevano che le somme dovessero essere rivalutate in base all'inflazione o equiparate ai trattamenti successivi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando che le borse di studio medici specializzandi per gli iscritti tra il 1998 e il 2005 sono bloccate per legge ai livelli del 1992. I giudici hanno chiarito che la specializzazione non è un lavoro subordinato, ma un contratto di formazione-lavoro, escludendo automatismi di aumento. I medici hanno perso la causa e sono stati condannati a pagare le spese processuali.
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Trasferimento d’azienda: i dipendenti vincono contro i limiti di tempo
Un gruppo di lavoratori ha chiesto al giudice di accertare la prosecuzione del rapporto di lavoro con una nuova società pubblica a seguito di un trasferimento d'azienda. La Corte d'Appello ha accolto la domanda, confermando il passaggio dei dipendenti alle medesime condizioni economiche e normative. La nuova società ha proposto ricorso in Cassazione, eccependo la decadenza dei lavoratori dall'azione legale per il decorso dei termini. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'azione per accertare la sussistenza del rapporto di lavoro con il cessionario a seguito di trasferimento d'azienda non è soggetta ai termini di decadenza previsti per l'impugnazione dei provvedimenti datoriali. Di conseguenza, i lavoratori hanno vinto la causa e la società è stata condannata a pagare le spese di giudizio.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: vince il lavoratore
L'Azienda ha impugnato la sentenza d'appello che dichiarava nulla la cessione del ramo d'azienda, ordinando il reintegro del Lavoratore. Successivamente, l'Azienda ha presentato formale rinuncia al ricorso per cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del giudizio, rilevando che la rinuncia è un atto unilaterale ricettizio che non richiede l'accettazione della controparte. Di conseguenza, la decisione precedente favorevole al Lavoratore diventa definitiva e l'Azienda non deve versare il raddoppio del contributo unificato.
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Piano di riparto fallimentare: ricorso del lavoratore respinto
Un lavoratore licenziato dal curatore fallimentare ha richiesto l'ammissione al passivo di un credito prededucibile per mancato preavviso. Nelle more della decisione, il curatore ha depositato un piano di riparto fallimentare escludendo tale credito. Il lavoratore ha impugnato il piano con un reclamo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che le contestazioni sull'esistenza o sull'ammontare di un credito non possono essere sollevate contro il piano di riparto fallimentare. Tali questioni devono essere affrontate esclusivamente nella fase di accertamento del passivo tramite opposizione. Di conseguenza, il lavoratore ha perso il ricorso, ma le spese di giudizio sono state compensate a causa del comportamento scorretto del curatore che ha inserito valutazioni giuridiche improprie nel piano di riparto.
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