L’attesa infinita e il diritto negato
Quando un cittadino esercita un proprio diritto, la Pubblica Amministrazione ha il dovere di agire in tempi ragionevoli. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha riaffermato questo principio, condannando l’inerzia di un Ministero e riconoscendo il diritto di un lavoratore a essere risarcito per il danno da ritardo della P.A. La vicenda, iniziata nel lontano 1993, dimostra come la lentezza burocratica possa causare un pregiudizio concreto, che la giustizia è chiamata a riparare.
La vicenda: 17 anni per una risposta
I fatti risalgono alla riforma del settore delle telecomunicazioni. Un dipendente di un’Azienda di Stato, di fronte al passaggio della sua azienda a un nuovo soggetto privato, nel 1993 esercitò il suo diritto di opzione per rimanere nel pubblico impiego. Si trattava di una scelta prevista dalla legge, che avrebbe dovuto attivare una procedura di mobilità verso un’altra Amministrazione.
Tuttavia, a quella richiesta non seguì alcuna azione. Per anni, il Lavoratore si trovò in un limbo: da un lato aveva espresso la sua volontà, dall’altro l’Amministrazione rimaneva in silenzio. Per non restare senza lavoro e reddito, fu costretto ad accettare l’assunzione presso la nuova Società Concessionaria privata. Solo dopo una lunga battaglia legale, culminata con una sentenza del Consiglio di Stato nel 2009, il suo diritto venne riconosciuto. Fu così finalmente assunto presso un Ministero nel 2010, ben 17 anni dopo la sua richiesta originale.
Il problema: quale stipendio applicare?
Una volta assunto, sorse un nuovo problema. La Pubblica Amministrazione inquadrò il Lavoratore applicando le norme e il trattamento economico vigenti nel 2010. Questo comportò per lui una retribuzione inferiore a quella che avrebbe percepito se la sua richiesta fosse stata accolta nel 1993. In particolare, le norme del 1993 prevedevano la conservazione del trattamento economico più favorevole goduto in precedenza, tramite un ‘assegno ad personam’. Il Lavoratore si rivolse quindi di nuovo al giudice, sostenendo di aver subito un danno economico a causa dell’illegittimo ritardo dell’Amministrazione.
Le motivazioni: il danno da ritardo della P.A. va risarcito
La Corte di Cassazione ha dato ragione al Lavoratore. I giudici hanno stabilito un principio fondamentale: l’inerzia della P.A. non può danneggiare il cittadino. La Corte ha chiarito che la pretesa del Lavoratore non era una richiesta di stipendi arretrati, ma una domanda di risarcimento del danno. Il danno consisteva proprio nella differenza tra lo stipendio che avrebbe dovuto percepire se l’Amministrazione avesse agito correttamente nel 1993 e quello effettivamente ricevuto.
Per calcolare questo danno, secondo la Corte, si deve fare una sorta di ‘viaggio nel tempo’. Bisogna tornare al 1993 e applicare le regole vigenti allora. Questo significa riconoscere il diritto del Lavoratore a un trattamento economico che includesse la conservazione della sua retribuzione precedente. La Corte ha specificato che l’applicazione delle norme del 2001, come fatto dall’Amministrazione, era errata, perché il diritto del Lavoratore era sorto nel 1993. Il principio applicabile è ‘tempus regit actum’: gli atti sono regolati dalla legge del tempo in cui sono stati compiuti. Il danno da ritardo della P.A. deve quindi essere calcolato sulla base delle norme che l’Amministrazione avrebbe dovuto applicare se fosse stata efficiente.
Le conclusioni: la decisione della Cassazione
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Lavoratore. Ha annullato la precedente sentenza e ha rinviato la causa alla Corte d’Appello, che dovrà ricalcolare il risarcimento dovuto. Il nuovo calcolo dovrà basarsi sui seguenti punti: accertare se nel 1993 ci fossero posti disponibili; determinare il trattamento economico che il Lavoratore avrebbe ricevuto secondo le norme dell’epoca; ricostruire la sua carriera fino al 2010, tenendo conto dell’anzianità che avrebbe maturato. Questa decisione riafferma che il cittadino non può pagare il prezzo dell’inefficienza burocratica e ha diritto a essere ristorato per il danno da ritardo della P.A.
Cosa succede se la Pubblica Amministrazione non risponde a una mia istanza per molto tempo?
L’inerzia della Pubblica Amministrazione può causare un danno. Se a causa del ritardo subisci un pregiudizio economico, puoi rivolgerti a un giudice per chiedere il risarcimento del danno.
Se ho diritto a un risarcimento, si applica la legge di oggi o quella di quando ho fatto la richiesta?
Si applica il principio ‘tempus regit actum’, ovvero la legge in vigore al momento in cui il tuo diritto è sorto. Il risarcimento va calcolato sulla base delle norme che l’Amministrazione avrebbe dovuto applicare se avesse agito tempestivamente.
In un caso di mobilità negata, a chi spetta dimostrare che c’erano posti disponibili?
L’onere della prova non può ricadere sul cittadino già danneggiato dall’inerzia. Spetta alla Pubblica Amministrazione dimostrare l’eventuale assenza di posti disponibili all’epoca della richiesta.