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LexCEDpedia

Aliunde Perceptum

Definizione

Somma di denaro che il lavoratore ha percepito lavorando presso un altro datore di lavoro durante il periodo di licenziamento illegittimo, che viene sottratta dal risarcimento finale.

Orientamento della Cassazione

Su LexCED 291 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2019–2026). Nel 60% dei casi il ricorso è stato rigettato.

Esito del ricorso

  • Accolto, anche in parte 21%
  • Rigettato 60%
  • Inammissibile 4%
  • Estinto 12%
  • Altro 3%

Provvedimenti per anno

2019 2022 2023 2024 2025 2026

Sezioni

  • Civile Sez. Lavoro87%
  • Civile Sez. 612%
  • Civile Sez. 31%

Precedenti più richiamati

  • Cass. 3825/2022in 41 provvedimenti
  • Cass. 29212/2021in 22 provvedimenti
  • Cass. 21160/2019in 18 provvedimenti
  • Cass. 7704/2018in 27 provvedimenti
  • Cass. 22428/2021in 7 provvedimenti

Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Depennamento da graduatoria ATA: assunzione e stipendi salvi
Il Ministero dell'Istruzione ha revocato l'assunzione e disposto il depennamento da graduatoria ATA di un collaboratore scolastico, contestando la falsità del titolo di studio. In sede penale il lavoratore è stato assolto perché il fatto non sussiste. I giudici di secondo grado hanno accertato la validità del diploma e l'illegittimità della risoluzione contrattuale, concedendo un risarcimento forfettario ma omettendo di ordinare il ripristino dell'assunzione a tempo indeterminato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del dipendente. I Supremi Giudici hanno chiarito che l'annullamento dell'espulsione comporta l'obbligo di valutare la ricostituzione del rapporto di lavoro. Inoltre, il risarcimento del danno non può essere limitato arbitrariamente a un anno, ma deve coprire l'intera perdita delle retribuzioni maturate, salvo prova di altri guadagni percepiti altrove dal lavoratore.
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Trasferimento d’azienda escluso: basta il riassorbimento del personale?
Una lavoratrice licenziata per riduzione del personale ottiene in appello la prosecuzione del rapporto con una nuova concessionaria del servizio di soccorso, configurando un trasferimento d'azienda. La nuova società contesta la decisione davanti alla Corte di Cassazione, evidenziando la totale autonomia della propria struttura e l'assenza di cessione di beni strumentali. Gli accordi sindacali avevano semplicemente garantito il riassorbimento del personale nell'appalto. I giudici di legittimità accolgono il ricorso della società subentrante: il solo passaggio dei lavoratori non basta a dimostrare il trasferimento d'azienda se mancano beni materiali essenziali e continuità organizzativa.
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Detrazione NASpI dal risarcimento: no allo sconto azienda
Un dipendente ottiene il riconoscimento del passaggio contrattuale a una nuova impresa dopo una cessione d'azienda, insieme al risarcimento dei danni per la mancata tempestiva assunzione. La società rifiuta il pagamento integrale e pretende la detrazione NASpI dal risarcimento, invocando la regola dell'aliunde perceptum (guadagno ottenuto da altre fonti). La Corte di Cassazione respinge la tesi datoriale. I giudici stabiliscono che l'indennità di disoccupazione rappresenta un sostegno previdenziale pubblico e non un compenso lavorativo alternativo. Il datore di lavoro non può sfruttare l'assegno statale per ridurre il proprio debito risarcitorio. L'eventuale recupero delle somme compete esclusivamente all'INPS. L'azienda deve quindi pagare l'intero importo stabilito per legge.
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Cessione di ramo d’azienda: quando è legittima?
La Corte d'Appello analizza la legittimità della cessione di ramo d'azienda in un contesto di crisi aziendale. La decisione chiarisce che l'autonomia funzionale del ramo trasferito prescinde dal destino della parte non ceduta. Il caso conferma la validità dell'esclusione di profili non strettamente produttivi dal passaggio automatico e la legittimità del successivo licenziamento per giustificato motivo oggettivo.
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Clausola sociale nei cambi di appalto: limiti e assunzioni
Un lavoratore con mansioni di autista prestava servizio per una cooperativa affidataria di servizi comunali. Il Comune decideva di internalizzare le attività tramite un'azienda speciale neocostituita. L'accordo sindacale e le delibere limitavano il passaggio diretto del personale alle sole unità stabilmente adibite al servizio, escludendo il dipendente perché assunto in sostituzione. L'autista ricorreva in giudizio chiedendo l'assunzione e il risarcimento del danno, invocando la tutela prevista dal contratto collettivo. Dopo alterne vicende nei gradi di merito, la Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della sua esclusione. I giudici hanno chiarito i limiti operativi della clausola sociale nei cambi di appalto: l'obbligo di assunzione non scatta in modo automatico per chiunque, ma tutela la continuità lavorativa nei soli limiti delle esigenze organizzative e del personale stabilmente impiegato nelle mansioni trasferite.
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Diritto all’Assunzione: Accordo Sindacale vincola la Nuova Compagnia
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto all'assunzione di un lavoratore da parte di una nuova compagnia aerea, subentrata alla precedente. Il lavoratore aveva dimostrato di possedere i requisiti previsti da un accordo sindacale, qualificato come contratto a favore di terzi. La compagnia aveva contestato l'interpretazione dell'accordo e l'onere della prova del diritto all'assunzione. La Cassazione ha respinto il ricorso della compagnia, ribadendo che l'interpretazione del contratto spetta al giudice di merito e che il lavoratore aveva correttamente provato il suo diritto.
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Licenziamento illegittimo: quando il complesso aziendale cambia le regole
La Corte di Cassazione ha affrontato un caso di licenziamento illegittimo e complesso aziendale. Un Lavoratore era stato licenziato da una compagnia aerea a seguito di una procedura di licenziamento collettivo. La Corte d'Appello aveva riconosciuto l'esistenza di un unico complesso aziendale tra la compagnia e un'altra entità collegata, stabilendo che i licenziamenti avrebbero dovuto considerare tutti i dipendenti di entrambe le società. La compagnia aerea ha rinunciato al ricorso in Cassazione. La Corte ha dichiarato l'estinzione del processo e ha condannato l'Azienda al pagamento delle spese legali in favore del Lavoratore, confermando l'orientamento sulla rinuncia al ricorso.
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Licenziamento collettivo: illegittimo se ignora il gruppo
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento collettivo intimato a una dipendente. Due società aeree, pur formalmente distinte, costituivano un unico centro di imputazione per la gestione promiscua di personale, servizi e flotta. Di conseguenza, l'azienda doveva individuare gli esuberi considerando la totalità dei dipendenti di entrambe le strutture e non soltanto l'organico della società formalmente datrice di lavoro. La Suprema Corte ha inoltre chiarito la disciplina sulle detrazioni dei guadagni esterni del lavoratore, confermando il diritto del lavoratore al reintegro e al risarcimento previsto dalla legge.
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Licenziamento Collettivo: Unico Centro di Imputazione del Rapporto di Lavoro
Due aziende di trasporto aereo, pur formalmente distinte, operavano come un unico complesso aziendale. Un Lavoratore è stato licenziato a seguito di una procedura di licenziamento collettivo. La Corte d'Appello ha riconosciuto l'illegittimità del licenziamento, negando la reintegra ma condannando le aziende a pagare un'indennità risarcitoria. La Cassazione ha confermato che la platea dei lavoratori da considerare deve includere tutti i dipendenti dell'intero gruppo, data l'esistenza di un unico centro di imputazione del rapporto di lavoro. Ha anche chiarito i criteri per calcolare l'indennità risarcitoria, specificando che l'aliunde perceptum va detratto dal danno complessivo, non dal tetto massimo delle dodici mensilità.
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Prescrizione crediti retributivi: Pubblico Impiego vs. Privato
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di una Lavoratrice che chiedeva il riconoscimento del suo rapporto di lavoro come subordinato presso un'Azienda Ospedaliera, nonostante fosse stata assunta con contratti di collaborazione. I giudici di merito avevano riconosciuto la subordinazione e condannato l'Azienda al risarcimento e alla regolarizzazione contributiva. La Cassazione ha accolto i ricorsi dell'Azienda su due punti cruciali: la Prescrizione crediti retributivi e la regolarizzazione contributiva. Ha stabilito che per il pubblico impiego la prescrizione dei crediti retributivi decorre durante il rapporto, non alla fine. Ha anche rilevato un vizio di extrapetizione riguardo la richiesta di regolarizzazione contributiva. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Licenziamento collettivo: quando due aziende sono una sola?
Un lavoratore è stato licenziato nell'ambito di una procedura di **licenziamento collettivo** avviata da un'azienda di trasporto aereo. Il lavoratore ha contestato il licenziamento, sostenendo che la sua azienda e un'altra società collegata formavano un "unico complesso aziendale". Per questo motivo, la selezione dei dipendenti da licenziare avrebbe dovuto includere anche il personale dell'altra società. La Corte d'Appello ha accolto questa tesi, dichiarando il licenziamento illegittimo e ordinando la reintegrazione. L'azienda ha presentato ricorso in Cassazione, ma ha poi rinunciato. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato il processo estinto e ha condannato l'azienda ricorrente al pagamento delle spese legali a favore del lavoratore.
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Licenziamento illegittimo: chi restituisce l’indebito pensionistico?
Un lavoratore, licenziato illegittimamente, ha ottenuto un risarcimento che teneva conto della pensione già percepita. L'Ente Previdenziale ha chiesto la **restituzione dell'indebito pensionistico** al lavoratore, sostenendo che le somme erano state erogate senza titolo. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta dell'Ente. Ha stabilito che l'Ente Previdenziale deve chiedere la restituzione al datore di lavoro, il quale si è indebitamente arricchito detraendo la pensione dal risarcimento dovuto al lavoratore. Il lavoratore non deve restituire nulla all'Ente.
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Restituzione indebito pensionistico: INPS vs. Lavoratore o Azienda?
La Corte di Cassazione ha affrontato un caso di restituzione indebito pensionistico. Un lavoratore, licenziato illegittimamente, aveva ricevuto un risarcimento dal datore di lavoro, da cui erano stati detratti i ratei di pensione percepiti. L'INPS, subentrato all'IPOST, ha chiesto al lavoratore la restituzione di tali somme. La Cassazione ha stabilito che l'INPS non può recuperare l'indebito pensionistico dal lavoratore. Deve invece agire contro il datore di lavoro, che si è ingiustamente arricchito beneficiando della detrazione delle pensioni dal risarcimento dovuto. Il ricorso dell'INPS è stato rigettato.
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Cessione di ramo d’azienda inefficace: il Lavoratore vince contro l’Azienda
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un Lavoratore che aveva visto il suo rapporto di lavoro coinvolto in una Cessione di ramo d'azienda inefficace. L'Azienda Cedente sosteneva che le somme percepite dal Lavoratore da un'altra azienda o come indennità di mobilità dovessero essere detratte dalla retribuzione dovuta. La Corte ha stabilito che, in caso di Cessione di ramo d'azienda inefficace, il rapporto di lavoro originario con l'Azienda Cedente continua a esistere. Le somme percepite dal Lavoratore da altri rapporti o come trattamenti previdenziali non possono essere detratte. La Corte ha quindi respinto il ricorso dell'Azienda Cedente, confermando il diritto del Lavoratore a ricevere le retribuzioni complete.
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Appalto illecito: l’azienda paga tutti gli arretrati
Un lavoratore ha ottenuto l'accertamento giudiziale di un appalto illecito e ha messo a disposizione le proprie energie lavorative a favore dell'azienda committente. L'azienda ha rifiutato la prestazione e non ha pagato gli stipendi maturati. Il dipendente ha quindi richiesto i compensi insoluti. L'azienda ha contestato il debito, pretendendo di sottrarre quanto il lavoratore aveva guadagnato svolgendo altre mansioni presso datori di lavoro terzi ed estranei alla vicenda. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'azienda. I giudici hanno stabilito che le somme dovute dopo la formale offerta della prestazione hanno natura retributiva e non risarcitoria. Pertanto, l'azienda committente non può detrarre i compensi corrisposti da soggetti terzi estranei all'appalto irregolare.
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Licenziamento Orale: La Cassazione Conferma la Nullità Senza Prova Scritta
La Corte di Cassazione ha confermato l'inefficacia di un licenziamento orale intimato da un'Azienda a una Lavoratrice. L'Azienda non ha dimostrato di aver consegnato il licenziamento in forma scritta, come richiesto dalla legge ad substantiam (per la validità dell'atto). La prova testimoniale non era ammissibile per superare la mancanza della forma scritta. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Azienda, ribadendo che il licenziamento orale è nullo e non può essere provato per testi. La Lavoratrice ha vinto la causa.
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Snack da 0,70€: Licenziamento Disciplinare Illegittimo per Sancita Sprosoporzione
Un Lavoratore, cassiere, è stato licenziato per aver consumato uno snack da 0,70 euro senza pagarlo. I giudici di merito hanno ritenuto il licenziamento illegittimo, ordinando la reintegra, poiché la sanzione non era proporzionata al fatto, considerando la scarsa entità del danno, l'assenza di frode e la natura dei precedenti disciplinari. L'Azienda ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo la validità del licenziamento secondo il CCNL e contestando la valutazione dei precedenti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, ribadendo che la Proporzionalità licenziamento disciplinare va valutata dal giudice in base alle circostanze concrete, non solo alle previsioni dei contratti collettivi, e che la fiducia non era stata irreparabilmente compromessa.
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Licenziamento Collettivo: Unico Datore di Lavoro e Risarcimento Intatto
Una lavoratrice, licenziata nell'ambito di un licenziamento collettivo, ha ottenuto la reintegrazione e un risarcimento. I giudici hanno riconosciuto che due aziende, formalmente distinte, operavano come un "unico soggetto datoriale". Le aziende hanno impugnato la decisione, contestando sia l'esistenza di un unico datore di lavoro sia la non detraibilità del reddito aliunde perceptum (guadagni da altri lavori) dal risarcimento. La Corte di Cassazione, pur dichiarando estinto il giudizio per rinuncia delle aziende, ha implicitamente confermato la validità dei principi stabiliti, ponendo a carico delle aziende le spese legali.
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Licenziamento illegittimo: L’azienda rinuncia, il lavoratore vince le spese
La Corte di Cassazione ha esaminato un caso di licenziamento illegittimo. Un lavoratore era stato licenziato da un'azienda aerea. I giudici precedenti avevano stabilito che il licenziamento era illegittimo perché due società, pur separate formalmente, costituivano un unico 'complesso aziendale'. Questo significava che l'azienda avrebbe dovuto considerare tutti i dipendenti di entrambe le entità per la procedura di licenziamento collettivo. L'azienda ha poi rinunciato al ricorso in Cassazione. La Corte ha dichiarato estinto il processo e ha condannato l'azienda a pagare le spese legali al lavoratore.
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Licenziamento collettivo e criteri di scelta: l’azienda perde
L'azienda ha avviato una procedura di licenziamento collettivo a seguito della soppressione del servizio di trasporto disabili. La società ha limitato la scelta dei dipendenti da estromettere esclusivamente al personale di quel reparto. Una lavoratrice ha impugnato il provvedimento, rivendicando la possibilità di essere impiegata in altri settori dell'azienda. La Corte di Cassazione ha stabilito l'illegittimità del recesso. L'azienda non poteva restringere la selezione al solo reparto soppresso senza verificare il possesso di una professionalità equivalente da parte della dipendente. Le buste paga e la prova testimoniale hanno dimostrato che la lavoratrice aveva svolto in passato anche mansioni ausiliarie. Di conseguenza, i giudici hanno confermato la reintegrazione nel posto di lavoro e il risarcimento del danno, rigettando il ricorso del datore di lavoro.
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