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Danno da indisponibilità immobile: la prova è essenziale

Una società, utilizzatrice di un immobile in leasing, ha citato in giudizio l’impresa appaltatrice e il condominio per ottenere il risarcimento del danno derivante dalla prolungata indisponibilità del bene, causata da vizi nei lavori di rifacimento del tetto. La Corte di Cassazione, con l’ordinanza 10583/2024, ha rigettato il ricorso, ribadendo un principio fondamentale: il danno da indisponibilità immobile non è presunto (‘in re ipsa’), ma deve essere specificamente allegato e provato dal danneggiato. Non basta dimostrare la mancata utilizzabilità del bene; è necessario provare il concreto pregiudizio economico subito, come la perdita di opportunità di locazione o i costi per una sistemazione alternativa. In assenza di tale prova, la domanda di risarcimento non può essere accolta.

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Danno da indisponibilità immobile: la prova è essenziale

L’ordinanza n. 10583 del 18 aprile 2024 della Corte di Cassazione torna su un tema cruciale per il diritto immobiliare: il danno da indisponibilità immobile. Con questa decisione, la Suprema Corte consolida l’orientamento secondo cui il risarcimento per il mancato godimento di un bene non è automatico, ma richiede una prova rigorosa del pregiudizio concreto subito dal proprietario o dall’utilizzatore. Analizziamo insieme i dettagli di questa importante pronuncia.

I Fatti di Causa

La vicenda ha origine da una controversia legata a lavori di rifacimento del tetto e delle facciate di un condominio. Un’impresa di restauri citava in giudizio una società di investimenti, utilizzatrice di un’unità immobiliare in leasing, per ottenere il saldo dei lavori. La società convenuta non solo contestava la richiesta, ma proponeva una domanda riconvenzionale per i danni subiti a causa della non corretta esecuzione delle opere, che avevano provocato infiltrazioni e reso l’immobile indisponibile per un lungo periodo.

Nel corso del giudizio di primo grado, la società utilizzatrice chiamava in causa anche il Condominio, ritenendolo responsabile in qualità di custode del bene comune (il tetto) ai sensi dell’art. 2051 c.c. Il Condominio, a sua volta, chiamava in causa il direttore dei lavori per essere manlevato da eventuali responsabilità.

Il Tribunale accoglieva parzialmente le richieste della società utilizzatrice, riducendo il prezzo dell’appalto, ma rigettava la domanda di risarcimento per l’indisponibilità dell’immobile, così come le altre domande incrociate. La Corte d’Appello confermava sostanzialmente la decisione, spingendo la società a ricorrere in Cassazione.

L’Analisi della Cassazione e il danno da indisponibilità immobile

Il cuore del ricorso per Cassazione si è concentrato su cinque motivi, ma i più rilevanti riguardano la responsabilità del Condominio e, soprattutto, la prova del danno da indisponibilità immobile. La società ricorrente lamentava che i giudici di merito avessero erroneamente negato il suo diritto al risarcimento, sostenendo che la semplice indisponibilità del bene costituisse di per sé un danno risarcibile (il cosiddetto ‘danno in re ipsa’).

La Suprema Corte ha respinto questa tesi, aderendo all’orientamento, ormai consolidato a seguito di un intervento delle Sezioni Unite (sent. n. 33645/2022), che distingue tra ‘danno evento’ e ‘danno conseguenza’. Il ‘danno evento’ è la lesione dell’interesse (in questo caso, il diritto di godere del bene), mentre il ‘danno conseguenza’ è il pregiudizio economico che ne deriva e che deve essere risarcito. Secondo la Corte, solo il ‘danno conseguenza’ è risarcibile, a condizione che sia provato.

La Necessità della Prova Concreta

La Corte ha specificato che chi agisce per ottenere il risarcimento deve allegare e dimostrare il pregiudizio specifico subito. Non è sufficiente affermare di non aver potuto utilizzare l’immobile. È necessario provare, anche tramite presunzioni, quale concreta utilità economica è andata perduta. Ad esempio, il ricorrente avrebbe dovuto dimostrare:

* La perdita di specifiche occasioni di locare l’immobile a un canone superiore a quello di mercato.
* La perdita di opportunità di vendita a un prezzo vantaggioso.
* I costi sostenuti per affittare un altro immobile per svolgere la propria attività.

Nel caso di specie, la società ricorrente si era limitata a insistere sulla tesi astratta del danno ‘in re ipsa’, senza fornire elementi concreti a supporto della propria richiesta. Di conseguenza, la Corte ha ritenuto infondati i motivi di ricorso su questo punto.

Le Motivazioni

Le motivazioni della Corte si fondano sul principio che il risarcimento del danno non ha una funzione punitiva, ma riparatoria. Deve cioè compensare una perdita economica effettiva, non ristorare una mera lesione di un diritto in astratto. L’abbandono della teoria del ‘danno in re ipsa’ per l’indisponibilità di un immobile mira a evitare risarcimenti automatici e non correlati a un effettivo impoverimento del danneggiato.

La Corte ha chiarito che il fatto costitutivo del diritto al risarcimento non è la mera perdita della facoltà di godimento, ma la perdita della ‘concreta possibilità’ di esercitare tale facoltà in modo economicamente vantaggioso. Spetta al danneggiato l’onere di allegare e provare tale possibilità perduta. Anche la liquidazione equitativa del danno da parte del giudice è possibile solo se l’esistenza del danno è stata provata, sebbene non sia stato possibile quantificarne l’esatto ammontare.

Infine, per quanto riguarda le spese legali del terzo chiamato in causa (il direttore dei lavori), la Corte ha confermato la condanna a carico della società ricorrente. Il principio applicato è che, se la chiamata in garanzia si è resa necessaria a causa delle tesi dell’attore che poi si sono rivelate infondate, è l’attore stesso a dover sopportare i relativi costi processuali.

Le Conclusioni

L’ordinanza 10583/2024 della Cassazione rappresenta un’importante conferma per tutti gli operatori del settore immobiliare. La decisione sottolinea che le richieste di risarcimento per il danno da indisponibilità immobile devono essere supportate da prove concrete e specifiche del pregiudizio economico. La semplice impossibilità di utilizzare un bene non è, di per sé, sufficiente a fondare una pretesa risarcitoria. Questa pronuncia impone a chi si ritiene danneggiato un approccio più rigoroso nella preparazione della causa, raccogliendo fin da subito tutti gli elementi utili a dimostrare le perdite economiche effettivamente subite.

L’indisponibilità di un immobile a causa di lavori difettosi dà automaticamente diritto a un risarcimento?
No. La Corte di Cassazione ha stabilito che non si tratta di un ‘danno in re ipsa’ (cioè presunto). Chi richiede il risarcimento deve provare concretamente il pregiudizio economico subito a causa della mancata disponibilità del bene.

Che tipo di prova deve fornire chi subisce un danno da indisponibilità immobile?
Deve dimostrare la perdita di concrete possibilità di godimento economico del bene. Ad esempio, deve provare la mancata locazione a un canone specifico, la perdita di un’occasione di vendita a un prezzo vantaggioso, oppure i costi sostenuti per un immobile alternativo. La semplice affermazione di non aver potuto usare il bene non è sufficiente.

Chi paga le spese legali del terzo chiamato in causa se la domanda dell’attore viene respinta?
Le spese legali del terzo (in questo caso, il direttore dei lavori) chiamato in garanzia dal convenuto (il Condominio) sono a carico dell’attore (la società ricorrente), se la chiamata in causa è stata resa necessaria dalle tesi sostenute dall’attore stesso e queste sono poi risultate infondate.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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