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Contributi INPS utili non distribuiti: il caso Cassazione

L’ordinanza esamina l’obbligo di versare i contributi INPS utili non distribuiti per i soci di società di capitali. La Corte di Cassazione, rilevando la natura seriale del contenzioso e la complessità interpretativa della norma, ha deciso di rinviare la causa alla pubblica udienza per definire se tali somme costituiscano reddito d’impresa ai fini previdenziali.

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Contributi INPS utili non distribuiti: la Cassazione fa il punto

Il tema dei contributi INPS utili non distribuiti rappresenta da tempo uno dei terreni di scontro più accesi tra l’ente previdenziale e i soci di società di capitali. La questione centrale riguarda la possibilità per l’INPS di pretendere il versamento della quota a percentuale sui redditi che la società ha prodotto ma che non ha effettivamente versato ai propri soci sotto forma di dividendi.

I fatti di causa

Un socio di una società a responsabilità limitata ha impugnato una richiesta di pagamento dell’INPS relativa a maggiori contributi pretesi per le annualità 2015 e 2016. L’istituto sosteneva che la contribuzione dovuta alla Gestione artigiani e commercianti dovesse essere calcolata sull’intera quota di utili spettante al socio in base alla sua partecipazione, a prescindere dal fatto che tali utili fossero stati distribuiti o reinvestiti nella società.

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello hanno dato ragione al contribuente, annullando la pretesa dell’INPS. I giudici di merito hanno seguito l’orientamento secondo cui i contributi non sono dovuti su somme che il socio non ha mai materialmente percepito.

La decisione della Suprema Corte

L’INPS ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la violazione delle norme che regolano la determinazione del reddito d’impresa ai fini previdenziali. La Corte, esaminando il ricorso, ha rilevato che la questione non è di semplice soluzione e presenta un’altissima rilevanza sociale e giuridica, data la natura seriale dei ricorsi che pendono su questo specifico argomento.

Invece di decidere immediatamente in camera di consiglio, i giudici hanno ritenuto opportuno disporre il rinvio della causa a nuovo ruolo per una trattazione in pubblica udienza. Questo permetterà un confronto più approfondito sui criteri interpretativi della legge.

Le motivazioni

Le motivazioni alla base di questa scelta risiedono nella necessità di interpretare correttamente l’art. 3 bis del D.L. n. 384/1992. Si controverte se gli utili non distribuiti possano essere qualificati come redditi d’impresa denunciati ai fini IRPEF. La Corte sottolinea che non è sufficiente una mera interpretazione letterale, ma occorre coordinare la norma con i principi generali dell’ordinamento e con gli altri canoni interpretativi previsti dalle preleggi.

La questione è delicata perché tocca il confine tra la capacità contributiva del socio e l’autonomia patrimoniale delle società di capitali, dove il reddito della società non si trasforma automaticamente in reddito del socio fino alla delibera di distribuzione.

Le conclusioni

Le conclusioni di questo provvedimento non portano ancora a una sentenza definitiva, ma rappresentano un passaggio fondamentale. Disponendo la trattazione in pubblica udienza, la Cassazione riconosce che il tema dei contributi INPS utili non distribuiti richiede un principio di diritto solido e chiaro. Questo futuro verdetto sarà decisivo per migliaia di imprenditori e soci, definendo una volta per tutte se l’INPS possa tassare somme che rimangono nelle casse aziendali per favorire la crescita dell’impresa.

I soci di S.r.l. devono pagare i contributi previdenziali anche sugli utili che la società non distribuisce?
La questione è attualmente al vaglio della Corte di Cassazione che ha disposto una pubblica udienza per chiarire se la base imponibile previdenziale includa solo gli utili percepiti o anche quelli accantonati.

Cosa ha stabilito finora la giurisprudenza di merito su questa controversia?
Molti tribunali e corti d appello hanno stabilito che i contributi non sono dovuti sugli utili non distribuiti poiché tali somme non entrano nella disponibilità finanziaria del socio e non costituiscono reddito percepito.

Perché la Cassazione ha deciso di non emettere subito una sentenza?
La Corte ha ravvisato la particolare rilevanza della questione e la sua natura seriale ritenendo necessario un approfondimento in pubblica udienza per garantire un interpretazione uniforme della normativa vigente.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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