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Concordato preventivo: fattibilità e 20% ai creditori

Una società in liquidazione si è vista respingere la proposta di concordato preventivo perché non garantiva il pagamento minimo del 20% ai creditori chirografari. I tribunali di merito hanno preferito basare la loro valutazione sull’esito negativo di precedenti vendite all’asta dei beni, piuttosto che sul loro valore di stima teorico. La Corte di Cassazione ha confermato questa linea, stabilendo che la valutazione della fattibilità di un concordato preventivo deve fondarsi su una previsione realistica e concreta del ricavato della liquidazione, non su un valore astratto.

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Concordato preventivo: il valore dei beni tra stima e prezzo di vendita

La recente ordinanza della Corte di Cassazione affronta un tema cruciale nella gestione delle crisi d’impresa: la valutazione della fattibilità di un concordato preventivo liquidatorio. La questione centrale riguarda il criterio che il giudice deve adottare per verificare se la proposta assicura il pagamento minimo del 20% ai creditori chirografari, come richiesto dalla legge fallimentare. La Corte ha stabilito che non basta una stima teorica del valore dei beni; è necessario un giudizio prognostico basato su dati concreti, come l’esito di precedenti tentativi di vendita.

I Fatti di Causa

Una società in liquidazione presentava al tribunale una domanda di ammissione al concordato preventivo liquidatorio. Il tribunale, tuttavia, riteneva la proposta inammissibile e dichiarava il fallimento della società, su istanza di due creditori. La ragione principale del rigetto risiedeva nel fatto che la proposta non appariva idonea a garantire il pagamento di almeno il 20% dei crediti chirografari, requisito imposto dall’art. 160, comma 4, della legge fallimentare.

La società presentava reclamo alla Corte d’Appello, la quale confermava la decisione di primo grado. La Corte territoriale condivideva la valutazione del tribunale, sottolineando come la proposta fosse inefficace. Questa conclusione si basava non tanto sulla perizia di stima degli immobili, quanto sull’esito negativo di numerosi tentativi di vendita già esperiti in una procedura esecutiva individuale. Questo dato di fatto, secondo i giudici di merito, dimostrava la scarsa probabilità di realizzare dalla vendita un prezzo sufficiente a soddisfare la soglia minima di legge.

Contro questa decisione, la società ha proposto ricorso per cassazione, articolato in due motivi.

L’Analisi della Corte di Cassazione sul concordato preventivo

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, ritenendo infondato il primo motivo e inammissibile il secondo.

Primo Motivo: Fattibilità tra ‘Certezza Processuale’ e ‘Alta Probabilità’

La ricorrente sosteneva che il giudice avrebbe dovuto basare la sua valutazione sulla ‘certezza processuale’ dell’impossibilità di soddisfare i creditori, dando prevalenza al valore oggettivo dei beni stimato dal perito, piuttosto che al prevedibile prezzo di vendita desunto dai falliti esperimenti d’asta.

La Cassazione ha chiarito il significato del termine ‘assicurare’ contenuto nell’art. 160 della legge fallimentare. ‘Assicurare’ non significa solo assumere un obbligo formale, ma implica che il piano presentato deve consentire di prevedere, con ‘ragionevole certezza’ o ‘alta probabilità’, che la percentuale minima sarà effettivamente pagata. La valutazione richiesta al giudice è quindi prognostica: deve prevedere l’esito della futura liquidazione.

Di conseguenza, la Corte d’Appello ha agito correttamente nel considerare prevalente il dato concreto e fattuale dell’esito negativo delle aste precedenti. Questo dato empirico è stato ritenuto più significativo di una stima puramente teorica, dimostrando lo scarso gradimento dei beni sul mercato e, quindi, la bassa probabilità di ricavare una somma adeguata. Per la Corte, ciò che conta non è un inesistente ‘valore oggettivo’, ma il ‘prevedibile prezzo di vendita’.

Secondo Motivo: il Vizio di Ultrapetizione e l’Errore di Percezione

Con il secondo motivo, la società lamentava un vizio di ultrapetizione, sostenendo che la Corte d’Appello avesse errato nel valutare autonomamente un credito oggetto di un altro contenzioso, discostandosi da quanto attestato dal professionista. La Cassazione ha dichiarato il motivo inammissibile per diverse ragioni.

In primo luogo, la denuncia di ultrapetizione è stata ritenuta incomprensibile, poiché la valutazione incidentale dell’ammontare di quel credito era un’operazione necessaria per determinare il fabbisogno concordatario complessivo e, di conseguenza, la possibilità di adempimento. Rientra pienamente nei poteri del giudice valutare tutti gli aspetti giuridici che incidono sulla fattibilità del piano.

In secondo luogo, il motivo è stato giudicato inammissibile per difetto di specificità, in quanto la ricorrente non ha chiarito quale trattamento fosse riservato a quel creditore nella proposta, né come una diversa quantificazione del debito avrebbe inciso sul fabbisogno totale. Infine, la denuncia di ‘errore di percezione’ della prova è stata considerata una mera riproposizione delle argomentazioni già respinte con il primo motivo.

Le Motivazioni della Decisione

La decisione della Cassazione si fonda su un’interpretazione pragmatica e orientata alla tutela effettiva dei creditori. Il principio cardine è che la soglia del 20% per i creditori chirografari nel concordato preventivo liquidatorio non è una mera clausola di stile, ma un requisito di ammissibilità sostanziale. La fattibilità del piano non può basarsi su valori astratti e peritali, specialmente quando la realtà del mercato, testimoniata da aste deserte, indica un esito ben diverso.

Il giudice del concordato ha il dovere di compiere una previsione sull’esito della liquidazione. In questo processo, i dati empirici e concreti, come i risultati di precedenti vendite forzate, assumono un’importanza prevalente rispetto alle stime teoriche. L’onere di dimostrare la fattibilità ricade sul debitore, che dovrebbe, ad esempio, allegare anomalie nelle precedenti vendite o la sopravvenienza di fatti nuovi, come un’offerta d’acquisto vincolante, per superare la prognosi negativa derivante dagli insuccessi passati.

Conclusioni

Questa pronuncia rafforza l’idea che l’ammissione al concordato preventivo non è un diritto automatico, ma è subordinata a una verifica rigorosa della sua realizzabilità. I giudici sono chiamati a un’analisi concreta e non meramente formale, privilegiando la realtà del mercato rispetto a valutazioni teoriche. Per le imprese che intendono accedere a questa procedura, diventa fondamentale costruire un piano non solo formalmente corretto, ma supportato da elementi concreti che ne dimostrino l’alta probabilità di successo, soprattutto quando la storia pregressa della liquidazione dei beni suggerisce il contrario.

Per ammettere un concordato preventivo liquidatorio, è sufficiente che il valore teorico di stima dei beni copra il 20% dei crediti?
No, non è sufficiente. La Corte di Cassazione ha chiarito che la valutazione deve essere prognostica e basata su una ‘ragionevole certezza’ o ‘alta probabilità’ di effettivo pagamento. Un dato concreto, come l’esito negativo di precedenti aste, può prevalere su una stima puramente teorica.

Il giudice può considerare l’esito di precedenti aste andate deserte per valutare la fattibilità di un concordato preventivo?
Sì. Secondo la Corte, l’esito negativo di plurimi esperimenti di vendita è un dato fattuale estremamente significativo per formulare una previsione sul ricavato della liquidazione. Tale dato può essere considerato prevalente rispetto a una stima teorica del valore dei beni.

Nel valutare un piano di concordato, il giudice può esaminare un credito già oggetto di un’altra causa per stabilirne l’ammontare?
Sì. La valutazione, in via incidentale, dell’ammontare di un credito, anche se contestato in un altro giudizio, è un’operazione necessaria per stabilire il fabbisogno concordatario totale e, di conseguenza, per verificare la possibilità di adempiere al piano. Rientra nei poteri del giudice compiere tale valutazione ai fini della decisione sulla fattibilità del concordato.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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