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Codatorialità: quando due società sono un unico datore

Una società immobiliare in fallimento ha contestato un rapporto di lavoro, sostenendo fosse una simulazione a favore di un’altra azienda dello stesso gruppo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando il principio di codatorialità. Quando la prestazione di un dipendente è indistintamente ripartita tra più società facenti capo a un unico centro di interessi, queste sono considerate co-datori di lavoro e sono solidalmente responsabili per le obbligazioni retributive.

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Codatorialità: La Cassazione definisce l’unico datore di lavoro tra più società

Nel complesso mondo dei gruppi societari, non è raro che un lavoratore si trovi a prestare la propria attività per più aziende collegate. Ma chi è il vero datore di lavoro? E chi paga lo stipendio? La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 28108/2024, torna su un tema cruciale: la codatorialità. Questo principio stabilisce che, in determinate circostanze, più società formalmente distinte vengono considerate come un unico datore di lavoro, con importanti conseguenze sulla responsabilità.

I Fatti del Caso: Lavoro Conteso tra Due Aziende

Il caso nasce dalla richiesta di una lavoratrice nei confronti di una società immobiliare, successivamente fallita. La vicenda processuale si complica quando la società fallita, in via riconvenzionale, chiede la restituzione delle somme pagate alla dipendente, sostenendo che il rapporto di lavoro fosse una simulazione assoluta. Secondo l’azienda, la lavoratrice avrebbe prestato la sua attività esclusivamente per un’altra società del gruppo, un’agenzia di lavoro interinale, pur essendo formalmente assunta dalla società immobiliare. Entrambe le società erano riconducibili al medesimo proprietario e operavano nello stesso stabile.

La Corte d’Appello, riformando parzialmente la decisione di primo grado, aveva respinto la tesi della simulazione. I giudici avevano accertato che la lavoratrice svolgeva attività distinte ma integrate per entrambe le società: mansioni di natura immobiliare per la prima e compiti legati all’agenzia per la seconda. Data l’utilizzazione contemporanea e indifferenziata della prestazione e l’esistenza di un unico centro di imputazione dei rapporti, la Corte territoriale aveva individuato una situazione di codatorialità, rigettando la domanda di restituzione delle retribuzioni.

La Decisione della Corte di Cassazione sulla Codatorialità

Il Fallimento della società immobiliare ha proposto ricorso in Cassazione, basandosi su tre motivi, tutti respinti dalla Suprema Corte.

Primo Motivo: La Valutazione delle Prove

Il ricorrente lamentava una presunta errata valutazione del materiale probatorio da parte della Corte d’Appello. La Cassazione ha dichiarato il motivo inammissibile, ribadendo un principio fondamentale: il giudizio di legittimità non può trasformarsi in un terzo grado di merito. La Corte non ha il potere di riesaminare e apprezzare diversamente i fatti e le prove (come testimonianze o documenti), compito che spetta esclusivamente ai giudici di primo e secondo grado. Una censura sulla valutazione delle prove è ammissibile solo se si viola una norma di legge specifica, non se si contesta semplicemente l’interpretazione data dal giudice.

Secondo Motivo: La Configurazione della Codatorialità

Il secondo motivo contestava alla Corte d’Appello di aver accertato d’ufficio la sussistenza di un ‘centro unico di interessi’ tra le due società, violando il principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato. Anche questo motivo è stato giudicato inammissibile. La Cassazione ha chiarito che la Corte territoriale non ha affermato che la lavoratrice lavorasse esclusivamente per l’altra società, ma che lavorasse anche per la società immobiliare fallita. L’accertamento della codatorialità è stato un passaggio logico necessario per qualificare correttamente il rapporto e rigettare la domanda di simulazione. In presenza di una prestazione lavorativa talmente integrata da non poter essere distinta, la qualificazione del Fallimento come co-datore di lavoro era una conseguenza diretta dell’accertamento dei fatti.

Terzo Motivo: La Ripartizione delle Spese Legali

Infine, il ricorrente si doleva della condanna al pagamento delle spese legali per entrambi i gradi di giudizio. La Corte ha ritenuto il motivo infondato. Ha spiegato che il giudice d’appello, quando riforma anche solo parzialmente una sentenza, ha il potere-dovere di ricalcolare le spese dell’intero giudizio in base all’esito complessivo della lite. Poiché la società era risultata pienamente soccombente nel merito della sua domanda principale (la simulazione), era corretto porre a suo carico le spese legali.

Le Motivazioni della Sentenza

Il cuore della decisione risiede nella conferma del principio di codatorialità come strumento per tutelare il lavoratore in contesti aziendali complessi. La Corte ha implicitamente richiamato l’orientamento consolidato (come Cass. n. 3899/2019) secondo cui si ha codatorialità quando esiste un unico centro di imputazione del rapporto di lavoro, caratterizzato da una commistione di interessi economici e organizzativi tra più imprese. La motivazione della Corte d’Appello, validata dalla Cassazione, si fonda sull’impossibilità pratica di distinguere quale parte del lavoro fosse svolta per l’una o per l’altra società. Questa ‘attività talmente integrata’ è l’elemento chiave che fa scattare la responsabilità solidale. La solidarietà passiva tra i co-datori di lavoro significa che il lavoratore può rivolgersi a uno qualsiasi di essi per ottenere il pagamento dell’intera retribuzione, a prescindere da come i datori abbiano internamente ripartito i costi.

Le Conclusioni: Implicazioni Pratiche per Aziende e Lavoratori

L’ordinanza in esame rafforza un importante baluardo a protezione dei lavoratori inseriti in gruppi di imprese. Le aziende non possono usare schermi societari per eludere le proprie responsabilità. Se più società, pur avendo personalità giuridica distinta, operano di fatto come un’unica entità gestionale e utilizzano in modo promiscuo la prestazione di un dipendente, saranno tutte considerate datori di lavoro e tenute in solido a tutti gli adempimenti. Per le imprese, ciò significa che la gestione del personale in un gruppo societario richiede grande attenzione per evitare che si configurino situazioni di codatorialità non volute. Per i lavoratori, questa sentenza conferma che il diritto guarda alla sostanza dei rapporti, garantendo che i loro diritti retributivi e contributivi siano tutelati anche di fronte a strutture aziendali complesse.

Quando due società collegate sono considerate un unico datore di lavoro (codatorialità)?
Quando un lavoratore presta la sua attività in modo indistinto e simultaneo per due società che, pur essendo legalmente separate, costituiscono un unico centro di imputazione del rapporto di lavoro. Questo accade se l’attività è talmente integrata da rendere impossibile distinguere per quale datore sia svolta una specifica parte del lavoro.

Cosa comporta la codatorialità per i datori di lavoro?
La conseguenza principale è la responsabilità solidale di tutti i co-datori di lavoro per le obbligazioni retributive nei confronti del lavoratore. Ciò significa che il lavoratore può chiedere l’intero pagamento a una qualsiasi delle società coinvolte.

La Corte di Cassazione può riesaminare le prove e i fatti di una causa?
No. Secondo la sentenza, la Corte di Cassazione si pronuncia solo sulla corretta interpretazione e applicazione delle norme di diritto (‘violazione di legge’). Non può riesaminare nel merito la valutazione delle prove, come testimonianze o documenti, compito che spetta ai giudici di primo e secondo grado.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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