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Clausola rischio cambio nel leasing: la Cassazione

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 17958/2024, ha annullato una decisione di merito che aveva dichiarato la nullità di una clausola rischio cambio in un contratto di leasing. La Suprema Corte ha stabilito che la valutazione della ‘meritevolezza’ di una clausola atipica, ai sensi dell’art. 1322 c.c., non deve basarsi su un’analisi astratta della sua convenienza economica o del suo squilibrio, ma deve indagare lo scopo pratico (causa concreta) perseguito dalle parti, verificando che non sia in contrasto con i principi fondamentali dell’ordinamento come solidarietà e parità. Il caso è stato rinviato alla Corte d’Appello per una nuova valutazione basata su questi principi.

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Clausola rischio cambio nel leasing: quando è valida?

La stipula di contratti di leasing finanziario indicizzati a valute estere è una pratica diffusa, ma che espone le parti a significative fluttuazioni economiche. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha fornito chiarimenti cruciali su come valutare la validità di una clausola rischio cambio, ponendo l’accento sulla necessità di un’analisi concreta e non astratta. Vediamo nel dettaglio la decisione e le sue implicazioni.

Il caso: la contestazione di una clausola di indicizzazione

Una società utilizzatrice e i suoi garanti avevano sottoscritto un contratto di leasing immobiliare con una società concedente. Il contratto prevedeva una clausola rischio cambio che adeguava l’importo dei canoni mensili alle variazioni del tasso di cambio tra l’Euro e il Franco Svizzero. A seguito di un andamento sfavorevole del cambio, la società utilizzatrice si trovava a dover sostenere costi significativamente più alti del previsto.

La società e i suoi garanti decidevano quindi di agire in giudizio, sostenendo la nullità della clausola e, di conseguenza, dell’intero contratto di leasing. La Corte d’Appello, in parziale riforma della decisione di primo grado, aveva ritenuto la clausola ‘immeritevole di tutela’ ai sensi dell’art. 1322 del codice civile, giudicandola eccessivamente squilibrata a favore della società concedente e assimilabile a uno strumento finanziario speculativo. Di conseguenza, aveva disposto la restituzione di una parte delle somme versate.

La decisione della Corte d’Appello e i ricorsi in Cassazione

Insoddisfatte della decisione, entrambe le parti proponevano ricorso in Cassazione.
– I ricorrenti principali (società utilizzatrice e garanti) lamentavano che la Corte d’Appello avrebbe dovuto dichiarare la nullità dell’intero contratto, poiché la clausola incideva sulla sua causa stessa, e non limitarsi a una nullità parziale.
– La società concedente, con ricorso incidentale, contestava la dichiarazione di ‘immeritevolezza’ della clausola, sostenendone la piena validità e legittimità.

L’analisi della Cassazione sulla clausola rischio cambio

La Suprema Corte ha accolto il ricorso incidentale della società concedente, ritenendo fondate le sue censure e assorbendo di conseguenza gran parte dei motivi del ricorso principale. Il cuore della decisione risiede nella corretta interpretazione del giudizio di ‘meritevolezza’ richiesto dall’art. 1322 c.c. per i contratti atipici.

I giudici di legittimità hanno chiarito che questo giudizio non deve coincidere con una valutazione sulla convenienza economica dell’accordo, sulla sua chiarezza o sul suo carattere aleatorio. Un contratto non è ‘immeritevole’ solo perché è svantaggioso per una delle parti.

Le motivazioni della Suprema Corte

Secondo la Cassazione, il giudizio di meritevolezza deve investire il risultato che le parti intendono perseguire, ovvero la causa concreta del patto. Tale risultato è da considerarsi immeritevole solo se si pone in contrasto con i principi fondamentali dell’ordinamento giuridico: la coscienza civile, l’economia, il buon costume e l’ordine pubblico, oggi riassumibili nei principi di solidarietà, parità e non prevaricazione.

La Corte d’Appello ha errato nel condurre un’analisi astratta, decontestualizzata dalla specifica operazione economica. Ha giudicato la clausola come un autonomo contratto speculativo (simile a uno ‘swap’), senza valutare come essa si inserisse nella più ampia operazione di leasing e quale fosse lo scopo pratico che le parti intendevano realizzare. Il semplice squilibrio dei rischi, secondo la Cassazione, non è di per sé sufficiente a decretare la nullità di una pattuizione.

Le conclusioni

In conclusione, la Suprema Corte ha cassato la sentenza impugnata e ha rinviato la causa alla Corte d’Appello, in diversa composizione, affinché proceda a un nuovo esame. Il giudice del rinvio dovrà effettuare una valutazione ‘in concreto’ della meritevolezza degli interessi perseguiti dalle parti attraverso la clausola rischio cambio. Dovrà analizzare il testo contrattuale e le circostanze specifiche per verificare se lo scopo pratico dell’accordo violi o meno i principi cardine dell’ordinamento. Questa pronuncia ribadisce l’importanza dell’autonomia contrattuale, ponendo un limite solo quando gli accordi tra privati si scontrano con i valori fondamentali della convivenza civile.

Una clausola che indicizza il canone di leasing a un tasso di cambio è sempre valida?
Non necessariamente. La sua validità dipende da un giudizio di ‘meritevolezza’ che valuta se lo scopo pratico perseguito dalle parti con quella clausola sia conforme ai principi fondamentali dell’ordinamento giuridico, come la solidarietà e la parità tra i contraenti.

Come si valuta la ‘meritevolezza’ di una clausola rischio cambio secondo la Cassazione?
La valutazione non deve essere astratta o basata sulla mera convenienza economica. Bisogna condurre un’analisi ‘in concreto’ della causa, cioè dello scopo pratico perseguito dalle parti, per verificare se esso contrasti con i principi di solidarietà, parità e non prevaricazione che fondano i rapporti privati.

Il solo squilibrio economico o la scarsa convenienza rendono una clausola nulla?
No. Secondo la Corte di Cassazione, un contratto o una sua clausola non possono essere considerati ‘immeritevoli di tutela’ solo perché poco convenienti per una delle parti. L’ordinamento protegge chi ha espresso un consenso viziato o prevaricato, non chi, liberamente e in modo informato, ha compiuto scelte contrattuali non pienamente soddisfacenti.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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