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Clausola penale leasing: gli oneri del creditore

Una società di leasing, dopo aver risolto due contratti per inadempimento, ha chiesto l’ammissione al passivo del fallimento dell’utilizzatore per i canoni scaduti. La Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la domanda di insinuazione basata su una clausola penale leasing è inammissibile se il creditore non indica la somma ricavata dalla riallocazione del bene o non allega una stima attendibile del suo valore di mercato. Questa omissione impedisce al giudice di valutare l’eventuale eccessività della penale, rendendo la domanda incompleta.

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Clausola penale leasing: la domanda è inammissibile se incompleta

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha fornito un chiarimento fondamentale sugli oneri che gravano sulla società concedente quando intende far valere una clausola penale leasing in caso di fallimento dell’utilizzatore. La decisione sottolinea che la semplice richiesta dei canoni insoluti non è sufficiente: per essere ammissibile, la domanda di insinuazione al passivo deve essere ‘completa’, includendo elementi essenziali per la valutazione della penale da parte del giudice.

I Fatti di Causa

Il caso trae origine dalla risoluzione di due contratti di leasing immobiliare, stipulati nel 2008. A seguito dell’inadempimento nel pagamento dei canoni da parte della società utilizzatrice, la società di leasing aveva risolto i contratti. Successivamente, l’utilizzatrice veniva dichiarata fallita.

La società di leasing presentava quindi domanda di insinuazione al passivo del fallimento, chiedendo il pagamento di una somma corrispondente ai soli canoni scaduti e non pagati fino alla data di risoluzione. Sia il Giudice Delegato che il Tribunale rigettavano la domanda, dichiarando la nullità della clausola penale prevista dal contratto (art. 14 delle condizioni generali) perché in contrasto con la norma imperativa dell’art. 1526 del Codice Civile, che regola la risoluzione della vendita con riserva di proprietà e si applica analogicamente al leasing traslativo.

La Clausola Penale Leasing e la Decisione della Corte

La società concedente ha impugnato la decisione dinanzi alla Corte di Cassazione, sostenendo la validità della clausola. La Suprema Corte, tuttavia, ha rigettato il ricorso, non tanto per una nullità ‘in astratto’ della clausola, quanto per l’incompletezza della domanda presentata dal creditore.

La Corte ha ribadito l’orientamento consolidato, in particolare quello delle Sezioni Unite (sentenza n. 2061/2021), secondo cui nei contratti di leasing traslativo risolti prima dell’entrata in vigore della L. 124/2017, si applica la disciplina dell’art. 1526 c.c. Questo implica che, in caso di risoluzione, il concedente ha diritto alla restituzione del bene ma deve, a sua volta, restituire i canoni riscossi, salvo il diritto a un equo compenso per l’uso del bene e al risarcimento del danno.

Le Motivazioni

Il cuore della decisione risiede nell’onere probatorio che grava sul creditore che agisce in sede fallimentare. La Cassazione ha spiegato che una clausola penale leasing, anche se non intrinsecamente nulla, non può sottrarsi al controllo del giudice circa la sua manifesta eccessività. Per consentire questo controllo, il creditore deve fornire tutti gli elementi necessari.

Nel caso specifico, la società di leasing, pur avendo recuperato la disponibilità degli immobili, ha omesso di indicare nella sua domanda di ammissione al passivo un dato cruciale: il valore del bene al momento della richiesta. Questo valore poteva essere determinato dalla somma effettivamente ricavata dalla sua riallocazione (vendita o nuovo leasing) o, in mancanza, da una stima attendibile del suo valore di mercato.

Questa omissione, secondo la Corte, rende la domanda ‘incompleta’. Senza conoscere il valore del bene restituito, il giudice delegato non può effettuare quel calcolo complessivo che gli permetterebbe di verificare se la penale richiesta (anche se limitata ai soli canoni scaduti) comporti un ingiustificato arricchimento per il concedente. In altri termini, la mancata allegazione del valore del bene preclude al giudice l’esercizio del potere di riduzione della penale, eludendo di fatto la tutela prevista dall’ordinamento.

Le Conclusioni

La pronuncia stabilisce un principio pratico di grande importanza per gli operatori del settore. Una società di leasing che, a seguito della risoluzione del contratto per inadempimento, intenda insinuarsi al passivo del fallimento dell’utilizzatore per far valere una clausola penale leasing, ha l’onere di formulare una domanda ‘completa’. Ciò significa che, oltre a quantificare il proprio credito per i canoni, deve necessariamente indicare la somma ricavata dalla diversa allocazione del bene o, in alternativa, allegare una stima attendibile del suo valore di mercato. In assenza di tali elementi, la domanda è proceduralmente inammissibile per difetto di interesse, poiché non consente al giudice di esercitare il proprio doveroso controllo sull’equità della penale.

Una clausola penale in un contratto di leasing è sempre valida?
No, non è valida incondizionatamente. Secondo la Corte, la clausola penale in un contratto di leasing traslativo non è nulla ‘di per sé’, ma è soggetta al controllo del giudice, che può ridurla se la ritiene ‘manifestamente eccessiva’, applicando in via analogica l’art. 1526 c.c.

Cosa deve indicare una società di leasing nella domanda di insinuazione al passivo basata su una clausola penale?
Deve formulare una domanda ‘completa’. Oltre a specificare l’importo dei canoni scaduti e a scadere, ha l’onere di indicare la somma ricavata dalla riallocazione del bene restituito (ad esempio, tramite vendita o un nuovo contratto di leasing) oppure, in mancanza, deve allegare una stima attendibile del valore di mercato del bene al momento del deposito della domanda.

Perché la domanda della società di leasing è stata considerata inammissibile?
È stata ritenuta inammissibile perché incompleta. La società creditrice, pur chiedendo il pagamento dei canoni scaduti e avendo ottenuto la restituzione del bene, non ha allegato il valore di riallocazione o una stima del valore del bene stesso. Questa omissione ha impedito al giudice di valutare l’eventuale eccessività della penale e di esercitare il suo potere di riduzione, violando così i principi restitutori stabiliti dalla giurisprudenza.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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