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Bonifico domiciliato: la diligenza della banca

Una società assicurativa dispone un bonifico domiciliato a favore di un suo creditore. Un istituto di pagamento esegue l’operazione, ma paga la somma a un truffatore che si presenta con un documento d’identità falso e la password corretta per l’incasso. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 30932/2023, ha stabilito che l’istituto di pagamento non è responsabile se dimostra di aver agito con la diligenza professionale richiesta, verificando l’autenticità del documento con i propri sistemi informatici e controllando la password, anche senza conservare una copia fisica del documento stesso.

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Bonifico domiciliato e pagamento errato: quando l’istituto di pagamento non è responsabile

Il bonifico domiciliato è uno strumento di pagamento molto utilizzato, ma cosa succede se la somma viene pagata alla persona sbagliata a causa di una truffa? Una recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 30932 del 7 novembre 2023) ha fornito importanti chiarimenti sulla responsabilità dell’intermediario finanziario, delineando i confini della diligenza professionale richiesta in questi casi.

I fatti del caso: il pagamento al truffatore

Una compagnia di assicurazioni aveva disposto un bonifico domiciliato a favore di una propria cliente. Per incassare la somma, la beneficiaria avrebbe dovuto presentarsi presso un ufficio dell’istituto di pagamento delegato munita di un documento di identità e di una password che le era stata inviata a casa dalla compagnia.

Accadeva, però, che un soggetto terzo, utilizzando un documento di identità presumibilmente falso ma riportante le generalità della vera beneficiaria, e in possesso della corretta password, riusciva a incassare la somma. Di conseguenza, la compagnia assicurativa si trovava costretta a pagare una seconda volta la propria cliente e decideva di agire in giudizio contro l’istituto di pagamento per ottenere il risarcimento del danno subito.

In primo grado, il Giudice di Pace dava ragione alla compagnia, ma la decisione veniva ribaltata in appello. Il Tribunale riteneva che l’istituto di pagamento avesse assolto al proprio obbligo di diligenza, avendo identificato il soggetto sulla base di un documento e della password. La questione giungeva così all’esame della Corte di Cassazione.

La decisione della Corte sul bonifico domiciliato

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso della compagnia assicurativa, confermando la sentenza d’appello e stabilendo che l’istituto di pagamento non era responsabile. La decisione si basa su un’attenta analisi della natura della responsabilità dell’intermediario e degli standard di diligenza applicabili.

La responsabilità non è oggettiva

La Corte ha chiarito che la responsabilità dell’intermediario che esegue un bonifico domiciliato non è una responsabilità oggettiva (che prescinde dalla colpa), come accade in altre fattispecie. Si tratta, invece, di una responsabilità contrattuale, basata sull’obbligo di eseguire la prestazione con la diligenza del buon professionista, come previsto dall’art. 1176, comma 2, del Codice Civile.

Questo significa che l’istituto di pagamento non risponde automaticamente per il solo fatto che il pagamento sia andato a buon fine a favore di un soggetto non legittimato. Per essere esente da responsabilità, deve però dimostrare di aver fatto tutto il possibile, secondo la perizia richiesta al suo settore, per identificare correttamente il beneficiario.

La valutazione della diligenza professionale

Il cuore della controversia riguardava cosa si debba intendere per ‘condotta diligente’. La compagnia assicurativa sosteneva che l’intermediario avrebbe dovuto:
1. Richiedere due documenti di identità per l’identificazione, come suggerito da una circolare ABI.
2. Conservare una copia del documento presentato per poterla produrre in giudizio.

La Cassazione ha respinto entrambe le argomentazioni.

Le motivazioni della Suprema Corte

La Corte ha motivato la sua decisione sottolineando che la prassi comune e le norme generali non impongono l’identificazione tramite due documenti. Una circolare, come quella dell’ABI, ha valore di raccomandazione ma non è una norma di legge vincolante. L’identificazione con un singolo documento è socialmente e legalmente riconosciuta come sufficiente, a patto che l’intermediario adotti le cautele necessarie per verificarne l’autenticità.

Nel caso di specie, l’istituto di pagamento aveva dimostrato di aver utilizzato una procedura informatica interna (denominata ‘Oracolo’) per controllare in tempo reale la validità del documento presentato. Questo, unito alla verifica della corrispondenza della password e del codice fiscale, è stato ritenuto sufficiente a integrare una condotta diligente.

Inoltre, la mancata produzione in giudizio della copia del documento non è stata considerata decisiva. Il giudice, ha affermato la Corte, può ritenere provata la diligenza anche attraverso altri elementi, come le prove sull’espletamento di procedure di verifica sicure. Il giudice può basare la sua decisione su un ragionamento presuntivo, concludendo che, se i controlli sono stati eseguiti correttamente, la falsità del documento non era palesemente riconoscibile.

Le conclusioni

La sentenza stabilisce un importante principio in materia di responsabilità degli intermediari nel pagamento di bonifico domiciliato. La responsabilità non è automatica. L’intermediario è liberato se prova di aver agito con diligenza professionale, che si concretizza nell’adottare procedure di verifica idonee a controllare l’identità del presentatore e l’autenticità del documento esibito. L’utilizzo di sistemi informatici di controllo in tempo reale e la verifica di elementi univoci come la password fornita dall’ordinante costituiscono prova di una condotta diligente, sufficiente a escludere la responsabilità anche in caso di truffa ben congegnata.

Quale tipo di responsabilità ha l’istituto di pagamento che paga un bonifico domiciliato alla persona sbagliata?
L’istituto ha una responsabilità di tipo contrattuale, disciplinata dall’art. 1176 c.c. Non è una responsabilità oggettiva, quindi l’intermediario non è automaticamente responsabile, ma deve provare di aver agito con la diligenza professionale richiesta dal suo ruolo.

Per essere considerata diligente, la verifica dell’identità richiede sempre due documenti?
No. Secondo la Cassazione, salvo diverse e chiare previsioni contrattuali, la prassi e la legge non impongono la richiesta di due documenti d’identità. La verifica di un singolo documento, se supportata da adeguati controlli sulla sua autenticità (ad esempio tramite sistemi informatici), è considerata sufficiente per adempiere all’obbligo di diligenza.

Se l’intermediario non produce in giudizio la copia del documento d’identità, può comunque dimostrare di aver agito con diligenza?
Sì. La Corte ha stabilito che la mancata produzione del documento non impedisce di per sé la prova della diligenza. Il giudice può desumere tale prova da altri elementi, come l’avvenuta esecuzione di procedure di controllo informatico (es. procedura ‘Oracolo’) e l’annotazione degli estremi del documento sulla quietanza di pagamento.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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