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Accollo cumulativo: la Cassazione chiarisce

Una società e un istituto finanziario si erano accordati per un accollo cumulativo, diventando entrambi responsabili verso un creditore. Nata una controversia su chi dovesse sostenere il costo finale del debito, la questione è giunta in Cassazione. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, specificando che la disciplina dell’accollo cumulativo (art. 1273 c.c.) regola solo il rapporto esterno con il creditore (rapporto di valuta), mentre la ripartizione interna del debito dipende dagli accordi specifici tra i debitori (rapporto di provvista), che erano l’oggetto della decisione impugnata.

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Accollo Cumulativo: Chi Paga il Debito? La Cassazione Fa Chiarezza

L’istituto dell’accollo cumulativo rappresenta uno strumento giuridico complesso, spesso al centro di controversie legali. Con la recente ordinanza n. 17241/2024, la Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi su questo tema, offrendo un’importante distinzione tra il rapporto esterno con il creditore e quello interno tra i debitori. Questa decisione chiarisce un punto fondamentale: chi, in ultima analisi, deve sopportare il peso economico del debito.

Il Caso: Un Accordo di Finanziamento e un Debito Conteso

La vicenda trae origine da un contratto di locazione finanziaria. Una società commerciale aveva commissionato dei lavori a un fornitore terzo, il cui pagamento doveva essere finanziato da una società di leasing. In un precedente giudizio, sia la società commerciale (debitore originario o “accollato”) sia la società di leasing (nuovo debitore o “accollante”) erano state condannate in solido a pagare il fornitore, sulla base di un accollo cumulativo esterno.

Successivamente, è sorta una disputa tra i due debitori per stabilire chi dovesse farsi carico, in via definitiva, di tale onere. La questione è stata demandata a un lodo arbitrale, che si è concluso sfavorevolmente per la società commerciale. Quest’ultima ha quindi impugnato il lodo dinanzi alla Corte d’Appello, che ha però confermato la decisione arbitrale, ritenendo che la controversia riguardasse esclusivamente il rapporto interno tra i due debitori.

I Motivi del Ricorso in Cassazione

La società soccombente ha presentato ricorso in Cassazione, basandolo su tre motivi principali:
1. Violazione dell’art. 1273 c.c.: Si sosteneva che, in un accollo cumulativo esterno, l’onere finale del debito dovesse gravare interamente sull’accollante (la società di leasing).
2. Violazione del giudicato (art. 2909 c.c.): La ricorrente lamentava che la Corte d’Appello avesse ignorato il giudicato formatosi nella precedente sentenza, che aveva qualificato il rapporto come accollo cumulativo esterno.
3. Vizio di motivazione: Si contestava alla Corte territoriale di non aver considerato che le eventuali eccezioni relative al rapporto interno avrebbero dovuto essere sollevate dalla società di leasing nel primo giudizio intentato dal creditore.

L’Analisi della Corte sull’Accollo Cumulativo

La Corte di Cassazione ha rigettato tutte le censure, dichiarando il ricorso inammissibile. Il cuore della decisione risiede nella netta distinzione tra due piani differenti:

Il Rapporto di Valuta (Esterno)

Questo è il rapporto che lega il creditore ai debitori (l’originario e il nuovo). È regolato dall’art. 1273 c.c. e stabilisce che, nell’accollo cumulativo, un nuovo debitore si aggiunge a quello originario, creando un vincolo di solidarietà. L’obiettivo di questa norma è tutelare il creditore, dandogli un ulteriore soggetto su cui rivalersi. Tuttavia, questa disciplina non dice nulla su come il peso del debito debba essere ripartito tra i condebitori una volta che il creditore è stato soddisfatto.

Il Rapporto di Provvista (Interno)

Questo è l’accordo che intercorre esclusivamente tra il debitore originario (accollato) e il nuovo debitore (accollante). È questo patto a definire le ragioni e le modalità dell’assunzione del debito e, soprattutto, a stabilire chi dei due debba sopportarne il costo definitivo. La Corte ha sottolineato che il procedimento arbitrale e la successiva impugnazione avevano come unico oggetto proprio questo rapporto interno.

Le Motivazioni della Decisione

La Suprema Corte ha ritenuto le argomentazioni della ricorrente “inconferenti”. La società ha tentato di applicare le regole del rapporto esterno (art. 1273 c.c.) a una controversia che riguardava unicamente il rapporto interno. La Corte d’Appello aveva correttamente spiegato che la norma invocata non era pertinente al caso di specie, poiché il giudizio non verteva sulla responsabilità verso il creditore (già definita), ma sulla ripartizione interna dell’onere finanziario.

In altre parole, il fatto che esternamente entrambe le società fossero obbligate in solido non implicava automaticamente che, nei loro rapporti interni, il peso dovesse gravare sull’una o sull’altra. Tale ripartizione dipende unicamente dalla “convenzione di accollo” stipulata tra di loro, che era stata oggetto di accertamento da parte del collegio arbitrale. Di conseguenza, i motivi di ricorso, basati su una premessa giuridica errata, non potevano che essere dichiarati inammissibili.

Le Conclusioni

Questa ordinanza ribadisce un principio cruciale nella disciplina dell’accollo cumulativo: la solidarietà passiva verso il creditore non determina la ripartizione finale del debito tra i condebitori. Le parti sono libere di regolare i loro rapporti interni come meglio credono. La decisione sottolinea l’importanza di redigere con chiarezza gli accordi interni (il rapporto di provvista) per evitare future controversie su chi debba sostenere il peso economico definitivo di un’obbligazione assunta in solido.

Nell’accollo cumulativo, chi deve sostenere in via definitiva il peso del debito tra il debitore originario e il nuovo debitore?
La ripartizione definitiva del debito non è stabilita dalla legge (art. 1273 c.c.), ma dipende esclusivamente dall’accordo interno (rapporto di provvista) stipulato tra il debitore originario e il nuovo debitore.

La disciplina dell’articolo 1273 del codice civile sull’accollo si applica anche ai rapporti interni tra i debitori?
No. L’art. 1273 c.c. regola esclusivamente il rapporto esterno (rapporto di valuta), cioè la relazione tra il creditore e i debitori solidali. Non disciplina il rapporto interno (rapporto di provvista) tra i condebitori.

Perché il ricorso è stato dichiarato inammissibile?
Il ricorso è stato dichiarato inammissibile perché basato sull’errata applicazione dell’art. 1273 c.c. a una controversia che riguardava il rapporto interno tra i debitori. La Corte ha ritenuto le censure inconferenti, poiché la norma invocata non era pertinente all’oggetto del contendere, già correttamente inquadrato dalla Corte d’Appello.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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