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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no ai motivi fotocopia

La Corte di Cassazione ha dichiarato l’inammissibilità del ricorso per cassazione presentato da un imputato condannato per il reato di evasione (art. 385 c.p.). Il ricorrente si era limitato a riproporre gli stessi motivi già presentati in appello, senza contestare in modo specifico le motivazioni della sentenza di secondo grado. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna e ha sanzionato l’imputato con il pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 20870 Anno 2026
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Pubblicato il 21 luglio 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Riferimento Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 20870 Anno 2026 (Cass. pen. sez. 7 n. 20870/2026)

Quando il ricorso è una semplice copia: l’inammissibilità del ricorso per cassazione

L’ordinamento giuridico italiano prevede regole molto severe per l’accesso alla Suprema Corte. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha ribadito un principio fondamentale: l’inammissibilità del ricorso per cassazione scatta inevitabilmente quando l’imputato si limita a copiare e incollare i motivi di appello senza contestare direttamente la decisione del giudice di secondo grado. Nel caso di specie, un uomo condannato per evasione ha visto respingere la propria impugnazione proprio a causa di questa grave carenza tecnica. La difesa ha infatti riproposto pedissequamente le stesse argomentazioni già respinte in precedenza, senza considerare le risposte fornite dalla Corte d’Appello.

Il reato di evasione e la condanna originaria

La vicenda nasce dalla condanna di un cittadino per il reato di evasione, previsto dall’articolo 385 del codice penale. Questo reato punisce chiunque, essendo legalmente arrestato o detenuto per un reato, si allontana dal luogo di custodia senza autorizzazione. Dopo la conferma della condanna da parte della Corte d’Appello, l’imputato ha deciso di rivolgersi alla Corte di Cassazione. Nel suo atto di impugnazione, la difesa ha lamentato presunti vizi di motivazione riguardo alla colpevolezza dell’assistito. Tuttavia, la modalità di redazione del ricorso ha compromesso l’esito del giudizio fin dal principio, rendendo impossibile una valutazione nel merito delle doglianze espresse.

Il divieto di presentare motivi generici o ripetitivi

Il giudizio di cassazione non rappresenta un terzo grado di giudizio in cui si possono ridiscutere i fatti. Questo significa che i giudici della Suprema Corte non possono rivalutare le prove o ricostruire la dinamica degli eventi. Il loro compito istituzionale è unicamente quello di verificare se i giudici dei gradi precedenti abbiano applicato correttamente le norme di legge e se la motivazione della sentenza sia logica e coerente. Per questa ragione, il ricorso deve contenere critiche specifiche, puntuali e mirate contro la sentenza impugnata. Riprodurre semplicemente gli argomenti già esposti e respinti nei precedenti gradi di giudizio, senza confrontarsi con la nuova decisione, rende l’atto del tutto inutile e non idoneo a sollecitare un nuovo controllo di legittimità.

Le motivazioni sulla inammissibilità del ricorso per cassazione

I giudici di legittimità hanno dichiarato l’inammissibilità del ricorso per cassazione a causa della totale genericità dei motivi presentati dalla difesa. La Suprema Corte ha rilevato che l’atto si limitava a una mera reiterazione dei motivi d’appello. Non vi è stato il benché minimo confronto critico con la motivazione della sentenza che aveva disatteso quelle stesse richieste. In altre parole, il ricorrente ha completamente ignorato le risposte e le spiegazioni fornite dai giudici di secondo grado, riproponendo una tesi difensiva ormai superata e non aggiornata rispetto all’evoluzione del processo. Questa mancanza di specificità e di dialogo con la sentenza impugnata impedisce per legge alla Cassazione di entrare nel merito della questione.

Le conclusioni sul caso di specie

La decisione della Corte di Cassazione ha confermato in via definitiva la condanna dell’imputato per il reato di evasione, chiudendo ogni porta a ulteriori rinvii. Oltre alla perdita definitiva del diritto a una nuova valutazione del caso, la dichiarazione di inammissibilità ha comportato pesanti conseguenze economiche per il ricorrente. La Suprema Corte lo ha infatti condannato al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di una somma pari a tremila euro in favore della Cassa delle ammende. Questa sanzione pecuniaria viene applicata ogni volta che la causa di inammissibilità sia addebitabile a colpa del ricorrente, come avviene quando si presenta un ricorso palesemente generico e privo dei requisiti minimi di ammissibilità previsti dal codice di procedura penale.

Cosa succede se si ripresentano in Cassazione gli stessi motivi dell’appello?
Il ricorso viene dichiarato inammissibile per genericità, poiché la legge richiede una contestazione specifica e diretta delle motivazioni fornite dalla sentenza di secondo grado.

Quali sono le conseguenze economiche di un ricorso dichiarato inammissibile?
Il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende, che può variare ma spesso si aggira intorno ai tremila euro.

La Corte di Cassazione può riesaminare le prove di un reato?
No, la Corte di Cassazione è un giudice di legittimità e si occupa solo di verificare la corretta applicazione della legge e la logicità della motivazione, senza poter riesaminare i fatti o le prove.

Termini giuridici

Evasione
Il reato commesso da chi, trovandosi in stato di arresto o detenzione, si allontana illegalmente dal luogo di custodia.
Inammissibilità
La sanzione processuale che impedisce al giudice di esaminare il merito di una domanda o di un ricorso a causa di difetti formali o sostanziali.
Cassa delle ammende
Un ente pubblico che raccoglie le sanzioni pecuniarie e finanzia programmi di reinserimento per i detenuti.
Vizio di motivazione
Un difetto della sentenza che si verifica quando la spiegazione del giudice è mancante, contraddittoria o palesemente illogica.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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