Il bonifico domiciliato rappresenta uno strumento di pagamento diffuso, ma cosa accade se la somma viene riscossa da un impostore? La Corte di Cassazione ha recentemente chiarito i confini della responsabilità dell’operatore professionale e il grado di diligenza richiesto per l’identificazione del beneficiario.
Il caso: riscossione fraudolenta di un bonifico domiciliato
Una società assicurativa aveva disposto un pagamento tramite bonifico domiciliato a favore di un proprio cliente. Tuttavia, la somma era stata riscossa da un terzo che, esibendo un documento d’identità falso ma fornendo correttamente codice fiscale e password, era riuscito a ingannare l’operatore allo sportello. La società ordinante ha quindi agito in giudizio chiedendo il risarcimento del danno per inadempimento contrattuale, sostenendo che l’ente pagatore non avesse adottato le cautele necessarie.
La natura giuridica del servizio
Il servizio di bonifico domiciliato è stato inquadrato come una delegazione di pagamento (delegatio solvendi) inserita in un rapporto di mandato. A differenza dell’assegno bancario, non è un titolo di credito cartolare, ma un sistema basato su una convenzione tra cliente e banca che prevede l’identificazione del beneficiario tramite dati anagrafici e una parola chiave.
La decisione della Corte di Cassazione
La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso improcedibile per motivi procedurali, legati al mancato deposito della copia autentica della sentenza notificata. Nonostante ciò, i giudici hanno analizzato il merito della questione, confermando l’orientamento dei giudici di appello favorevole all’operatore postale.
Il punto centrale riguarda l’applicazione dell’art. 1176, secondo comma, del Codice Civile. La banca è tenuta a una diligenza qualificata, quella del “buon banchiere”. Tuttavia, questa non implica obblighi straordinari non previsti dalla legge o dal contratto, come la richiesta di un secondo documento d’identità o la conservazione di una copia fotostatica dello stesso.
Le motivazioni
Le motivazioni della Corte si fondano sul principio che l’operatore ha adempiuto correttamente ai propri obblighi verificando la corrispondenza dei dati anagrafici, del codice fiscale e della parola chiave (password) fornita dall’ordinante. Non è stata ravvisata una colpa professionale poiché il documento esibito non presentava anomalie rilevabili a prima vista. Inoltre, la raccomandazione ABI che suggerisce l’uso di due documenti non ha valore di legge, ma rappresenta solo una facoltà per l’istituto. La Corte ha inoltre precisato che la prova della diligenza può essere fornita anche tramite presunzioni, come l’annotazione degli estremi del documento sulla quietanza di pagamento.
Le conclusioni
Le conclusioni del provvedimento stabiliscono che, in assenza di specifiche clausole contrattuali più stringenti, l’identificazione tramite un singolo documento d’identità apparentemente autentico è sufficiente a liberare il debitore. La banca non è responsabile per la truffa se ha seguito le procedure standard di verifica e se il cliente non ha fornito istruzioni aggiuntive per aumentare il livello di sicurezza. Questo principio tutela la rapidità delle transazioni commerciali senza imporre oneri eccessivi agli intermediari finanziari.
La banca è sempre responsabile se paga un bonifico domiciliato a un truffatore?
No, la banca è esente da responsabilità se dimostra di aver agito con la diligenza professionale richiesta, verificando l’identità del beneficiario tramite documento, codice fiscale e password.
È obbligatorio presentare due documenti d’identità per riscuotere un bonifico?
No, salvo diverse pattuizioni contrattuali, la prassi sociale e la legge prevedono che l’identificazione avvenga normalmente tramite un singolo documento d’identità valido.
Cosa succede se il ricorrente non deposita la copia autentica della sentenza in Cassazione?
Il ricorso viene dichiarato improcedibile, il che significa che la Corte non può esaminare i motivi del ricorso e la sentenza impugnata diventa definitiva.