Ricorso Inammissibile Truffa: Quando la Cassazione non Entra nel Merito
Con l’ordinanza n. 44996/2023, la Corte di Cassazione affronta un caso di ricorso inammissibile truffa, fornendo chiarimenti cruciali sui requisiti di specificità dei motivi di ricorso. La decisione sottolinea come la semplice riproposizione delle argomentazioni già esaminate in appello non sia sufficiente per ottenere una revisione dalla Suprema Corte, specialmente quando le doglianze vertono sulla ricostruzione dei fatti anziché su vizi di legittimità.
I fatti del processo
Il caso trae origine da una condanna per il delitto di truffa emessa dalla Corte d’Appello di Napoli. L’imputato, ritenendo ingiusta la sentenza, ha proposto ricorso per Cassazione basandolo su due motivi principali:
- Un’errata qualificazione giuridica del fatto, contestando la sussistenza del ‘dolo iniziale’, elemento fondamentale per configurare il reato di truffa.
- Il mancato riconoscimento della circostanza attenuante del danno patrimoniale di speciale tenuità.
La decisione della Corte di Cassazione sul ricorso inammissibile per truffa
La Settima Sezione Penale della Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Questa decisione non entra nel merito delle questioni sollevate, ma si ferma a un giudizio preliminare sulla validità stessa del ricorso. La Corte ha ritenuto che i motivi presentati dall’imputato non avessero i requisiti necessari per essere esaminati, condannandolo al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
Le motivazioni
La Corte ha analizzato separatamente i due motivi di ricorso, spiegando nel dettaglio le ragioni dell’inammissibilità.
Primo motivo: la genericità e la ricostruzione del fatto
Riguardo alla contestazione sul dolo iniziale e sulla qualificazione del reato di truffa, la Cassazione ha osservato che le argomentazioni del ricorrente erano una ‘pedissequa reiterazione’ di quelle già presentate e respinte dalla Corte d’Appello. I giudici di merito avevano già fornito una motivazione corretta e logica per dimostrare la sussistenza del dolo fin dal principio della condotta.
Il ricorso, secondo la Suprema Corte, non muoveva una critica argomentata e specifica contro la sentenza d’appello, ma si limitava a contestare la ricostruzione dei fatti. Questo tipo di valutazione è di competenza dei giudici di merito (primo grado e appello) e non può essere oggetto di un nuovo esame in sede di legittimità, salvo vizi logici manifesti che in questo caso non sono stati riscontrati. Di conseguenza, il motivo è stato giudicato non specifico e solo apparentemente critico.
Secondo motivo: l’infondatezza manifesta sull’attenuante
Anche il secondo motivo, relativo al mancato riconoscimento dell’attenuante del danno di lieve entità, è stato respinto. La Corte ha rilevato che la sentenza d’appello aveva già motivato in modo esauriente e privo di vizi logici o giuridici le ragioni del diniego. La decisione della Corte territoriale era quindi ben argomentata e non censurabile in Cassazione. Per questo, il motivo è stato ritenuto ‘manifestamente infondato’.
Conclusioni
Questa ordinanza ribadisce un principio fondamentale del processo penale: il ricorso in Cassazione non è un terzo grado di giudizio dove si possono ridiscutere i fatti. Per essere ammissibile, un ricorso deve evidenziare specifici errori di diritto o vizi di motivazione gravi e palesi nella sentenza impugnata. La semplice riproposizione delle stesse difese già rigettate, senza una critica puntuale e pertinente alla motivazione della Corte d’Appello, porta inevitabilmente a una declaratoria di ricorso inammissibile truffa. La decisione serve da monito: l’accesso alla Suprema Corte richiede argomentazioni giuridiche solide e non un mero dissenso sulla valutazione delle prove.
Perché il ricorso per truffa è stato dichiarato inammissibile?
Perché i motivi presentati erano una semplice ripetizione di argomentazioni già respinte in appello e si concentravano sulla ricostruzione dei fatti, un aspetto non riesaminabile dalla Corte di Cassazione, rendendo il ricorso generico e non specifico.
Cosa ha stabilito la Corte riguardo al ‘dolo iniziale’ nel reato di truffa?
La Corte ha confermato la valutazione dei giudici di merito, i quali avevano già motivato in modo corretto e logico che l’intenzione fraudolenta era presente fin dall’inizio della condotta, elemento necessario per configurare il reato di truffa.
È sufficiente riproporre gli stessi motivi dell’appello in Cassazione?
No, la Corte di Cassazione chiarisce che la ‘pedissequa reiterazione’ dei motivi già dedotti in appello, senza una critica argomentata specificamente contro le motivazioni della sentenza impugnata, rende il ricorso inammissibile.