Presunzione custodia cautelare: quando non si applica per lo spaccio di lieve entità
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 40859 del 2023, è tornata a pronunciarsi su un tema cruciale in materia di misure restrittive della libertà personale: i limiti di applicabilità della presunzione custodia cautelare in carcere. Il caso in esame riguarda un soggetto imputato per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, il quale si era visto respingere la richiesta di sostituzione della misura con una meno afflittiva. La Suprema Corte, pur riconoscendo un errore di diritto del giudice del riesame, ha rigettato il ricorso, fornendo importanti chiarimenti sulla valutazione della pericolosità dell’indagato.
I Fatti di Causa
La vicenda processuale ha origine dalla richiesta di un imputato, detenuto in carcere, di ottenere una misura cautelare meno severa. L’istanza era stata respinta sia dal Giudice per le Indagini Preliminari sia, in seguito ad appello, dal Tribunale del Riesame. L’imputato, accusato di partecipazione ad associazione per il traffico di droga e di cessione di stupefacenti, aveva quindi proposto ricorso per cassazione, lamentando una violazione di legge e un vizio di motivazione.
I Motivi del Ricorso e la questione della presunzione custodia cautelare
Il nucleo della difesa si concentrava sull’errata applicazione dell’articolo 275, comma 3, del codice di procedura penale. Tale norma stabilisce una presunzione secondo cui, per taluni gravi delitti (tra cui l’associazione per traffico di droga), la custodia in carcere è l’unica misura idonea a soddisfare le esigenze cautelari.
Tuttavia, il difensore sosteneva che tale presunzione non potesse operare nel caso di specie. La ragione risiedeva nel fatto che, nella sentenza di condanna di primo grado, il reato associativo era stato riqualificato nella sua forma di lieve entità, prevista dall’articolo 74, comma 6, del d.P.R. 309/1990. Secondo una consolidata giurisprudenza, a questa fattispecie meno grave non si applica la presunzione custodia cautelare. Il Tribunale del Riesame, ignorando tale aspetto, avrebbe quindi fondato la sua decisione su un presupposto giuridico errato, senza valutare adeguatamente l’attenuazione delle esigenze cautelari e il lungo periodo di detenzione già sofferto dall’imputato.
Le Motivazioni della Cassazione
La Corte di Cassazione ha accolto, in punto di diritto, la tesi difensiva riguardo all’inapplicabilità della presunzione. Richiamando un’autorevole pronuncia delle Sezioni Unite (sent. n. 34475/2011), ha confermato che la presunzione di adeguatezza esclusiva della custodia in carcere non opera per il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti di lieve entità.
Nonostante ciò, la Corte ha rigettato il ricorso. Il motivo di tale decisione risiede nel fatto che, al di là dell’erroneo richiamo alla presunzione, la motivazione del Tribunale del Riesame era solida, coerente e fondata su elementi concreti e specifici. I giudici di merito avevano infatti argomentato la perdurante pericolosità dell’imputato basandosi su:
- Le ammissioni dello stesso imputato durante l’interrogatorio di garanzia.
- Il ruolo non marginale ricoperto all’interno del sodalizio criminoso.
- I molteplici e gravi precedenti penali, alcuni dei quali specifici per reati analoghi, sintomatici di una spiccata e preoccupante proclività a delinquere.
- L’irrilevanza dei benefici penitenziari ottenuti in passato, che non avevano sortito un effetto dissuasivo.
Secondo la Cassazione, questa autonoma e approfondita valutazione della personalità e della pericolosità dell’imputato era sufficiente a giustificare il mantenimento della misura cautelare in carcere, rendendo di fatto l’errore sull’applicazione della presunzione non decisivo ai fini del rigetto dell’appello.
Conclusioni
La sentenza offre un’importante lezione di diritto processuale: un errore di diritto commesso da un giudice non comporta automaticamente l’annullamento del suo provvedimento. Se la decisione è sorretta da una motivazione alternativa, logica, coerente e basata su una valutazione concreta dei fatti e della personalità dell’imputato, essa può resistere al vaglio di legittimità. In materia di misure cautelari, la valutazione del giudice deve sempre essere ancorata a elementi specifici che dimostrino la reale sussistenza delle esigenze preventive, specialmente quando non operano presunzioni di legge.
La presunzione di custodia cautelare in carcere si applica al reato di associazione per spaccio di lieve entità (art. 74, comma 6, d.P.R. 309/1990)?
No, la Corte Suprema, richiamando un suo precedente a Sezioni Unite, ha chiarito che la presunzione di adeguatezza esclusiva della custodia cautelare in carcere, prevista dall’art. 275, comma 3, cod. proc. pen., non opera per questo tipo di reato.
Se il giudice del riesame commette un errore di diritto, la sua decisione viene sempre annullata?
Non necessariamente. In questo caso, sebbene il Tribunale del riesame avesse erroneamente evocato l’operatività della presunzione, la Cassazione ha ritenuto che la decisione fosse comunque valida perché fondata su altre argomentazioni logiche e coerenti che giustificavano il mantenimento della misura cautelare.
Quali elementi possono giustificare il mantenimento della custodia in carcere anche quando non opera una presunzione di legge?
La decisione può essere giustificata da elementi concreti che dimostrano la perdurante pericolosità dell’indagato, come il suo ruolo non marginale nel sodalizio criminoso, i suoi molteplici e gravi precedenti penali (specie se specifici), le ammissioni fatte e una proclività a delinquere che non può essere contenuta con misure meno afflittive.