Il tema della sicurezza negli stadi e delle misure di prevenzione come il DASPO è sempre di grande attualità. Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha offerto importanti chiarimenti sui limiti di una delle prescrizioni più afflittive che possono accompagnare il divieto di accesso agli stadi: l’obbligo di presentazione presso un ufficio di polizia. Il caso esaminato riguardava un tifoso colpito da un DASPO di cinque anni, con l’imposizione di una doppia firma, all’inizio e alla fine di ogni partita, incluse quelle giocate in trasferta dalla sua squadra del cuore.
I fatti di causa: dal comportamento del gruppo al ricorso individuale
Tutto nasce da episodi avvenuti prima di un incontro di calcio, durante i quali un gruppo di circa settanta tifosi della squadra ospite, tra cui il ricorrente, aveva tenuto comportamenti aggressivi e provocatori nel centro della città ospitante, cercando il contatto con la tifoseria locale. L’intervento delle forze dell’ordine aveva evitato lo scontro. Sulla base di questi fatti, il Questore emetteva un provvedimento di DASPO nei confronti del tifoso, ritenendo che avesse fornito un contributo quantomeno morale alla determinazione del gruppo, data la sua partecipazione attiva e la consapevolezza delle intenzioni del gruppo stesso. Il provvedimento veniva poi convalidato dal Giudice per le indagini preliminari (GIP).
I motivi del ricorso e la questione dell’obbligo di presentazione
Il tifoso, tramite il suo difensore, ha presentato ricorso in Cassazione lamentando diversi vizi dell’ordinanza di convalida. Tra i motivi principali, vi erano la carenza di motivazione sulla sua effettiva condotta, sulla sua pericolosità sociale e sulla necessità e urgenza della misura. Tuttavia, il punto cruciale che ha catturato l’attenzione della Suprema Corte riguardava la sproporzione e l’irragionevolezza dell’obbligo di presentazione con doppia firma, soprattutto per le partite disputate in trasferta, a centinaia di chilometri di distanza.
La decisione della Corte di Cassazione
La Corte ha rigettato gran parte dei motivi del ricorso, considerandoli inammissibili o infondati. I giudici hanno confermato che la valutazione del Questore, basata sull’informativa della DIGOS, era sufficiente a giustificare l’adozione della misura, avendo riscontrato un ‘contributo fattivo o almeno una condivisione di intenti’ da parte del ricorrente. Anche le censure sulla durata della misura e sulla valutazione della pericolosità sono state respinte, in quanto la condotta si inseriva in un quadro di recidiva, essendo il soggetto già stato destinatario di un precedente DASPO.
Le motivazioni sull’illegittimità della doppia firma in trasferta
Il ricorso è stato invece accolto su un punto specifico e determinante. La Cassazione ha ritenuto fondata la doglianza relativa all’omessa motivazione sull’obbligo di una duplice presentazione alla polizia anche in occasione delle partite giocate in trasferta, fuori dalla regione di residenza. I giudici hanno ribadito un principio consolidato: ‘l’obbligo di duplice presentazione all’Autorità di pubblica sicurezza non è legittimamente imposto laddove, in ragione della distanza del luogo di competizione da quello di presentazione, non sia in ogni modo possibile, per l’interessato, raggiungere il luogo dell’incontro in tempi ravvicinati’. Nel caso di specie, mancava qualsiasi argomentazione che giustificasse una prescrizione così gravosa e, di fatto, impossibile da rispettare senza rendere la misura irragionevole e sproporzionata rispetto alla sua finalità.
Le conclusioni
In conclusione, la Corte di Cassazione ha annullato l’ordinanza impugnata, ma solo limitatamente all’obbligo della doppia presentazione per gli incontri in trasferta. Il caso è stato rinviato al GIP del Tribunale di Venezia per un nuovo esame su questo specifico aspetto. La sentenza ribadisce un principio fondamentale: sebbene le misure di prevenzione come il DASPO siano strumenti essenziali per la tutela dell’ordine pubblico, la loro applicazione deve sempre rispettare i principi di proporzionalità e ragionevolezza. Un obbligo che si traduce in una prestazione materialmente impossibile da adempiere, come quello di essere in due luoghi lontanissimi quasi contemporaneamente, non può essere considerato legittimo senza una motivazione rafforzata che, nel caso di specie, era del tutto assente.
È sempre legittimo l’obbligo di una doppia presentazione alla polizia durante le partite in trasferta?
No. Secondo la Corte di Cassazione, l’obbligo di duplice presentazione (all’inizio e alla fine della partita) non è legittimo se, a causa della distanza tra il luogo di residenza e quello della competizione, è materialmente impossibile per l’interessato raggiungere il luogo dell’incontro. Tale prescrizione deve essere specificamente motivata dall’autorità, altrimenti risulta irragionevole e sproporzionata.
La motivazione del provvedimento del Questore che impone il DASPO può essere sintetica?
Sì. La motivazione può essere anche sintetica e fare riferimento (‘per relationem’) agli atti del procedimento, come le informative di polizia. L’importante è che, nel complesso, sia possibile ricostruire il percorso logico-giuridico seguito dall’autorità amministrativa per giustificare la misura, e che tali atti siano noti all’interessato.
Il giudice che convalida il DASPO deve sempre motivare sulla congruità della durata di cinque anni?
Non necessariamente, specialmente in caso di recidiva. La Corte ha chiarito che, quando il nuovo fatto viene commesso in pendenza di un precedente DASPO, la perdurante pericolosità del soggetto è logicamente desumibile e giustifica la durata della sanzione senza che sia richiesta una motivazione particolarmente dettagliata sulla sua graduazione.