Ricorso Inammissibile: La Cassazione Sottolinea l’Importanza di Motivi Specifici
Con l’ordinanza n. 4729 del 2024, la Corte di Cassazione ribadisce un principio fondamentale della procedura penale: un ricorso inammissibile è la conseguenza diretta della presentazione di motivi generici e non specifici. Questo caso offre un’importante lezione sulla necessità di formulare impugnazioni che dialoghino criticamente con la decisione impugnata, anziché limitarsi a una mera riproposizione di tesi difensive.
I Fatti del Processo
La vicenda giudiziaria ha origine da una condanna per il reato di furto. La sentenza di primo grado è stata confermata dalla Corte di Appello di Roma, spingendo l’imputata a presentare ricorso per cassazione. L’obiettivo era ottenere l’annullamento della decisione di secondo grado, contestando un aspetto specifico relativo al trattamento sanzionatorio.
L’intera strategia difensiva dinanzi alla Suprema Corte si basava su un unico motivo di ricorso. La difesa contestava la mancata esclusione della recidiva e l’omesso giudizio di prevalenza delle circostanze attenuanti sulle aggravanti, come previsto dall’articolo 69 del codice penale. In sostanza, si lamentava che i giudici di merito non avessero adeguatamente valutato gli elementi a favore dell’imputata per mitigare la pena, nonostante la presenza di precedenti condanne.
Le Motivazioni della Corte: la Genericità che Conduce a un Ricorso Inammissibile
La Corte di Cassazione ha stroncato sul nascere le argomentazioni della ricorrente, dichiarando il ricorso inammissibile. La ragione risiede nella natura ‘generica’ del motivo presentato. Secondo i giudici, l’atto di impugnazione si esauriva in una ‘mera asserzione’, del tutto priva di un confronto critico e puntuale con le ragioni esposte nella sentenza della Corte di Appello.
In altre parole, non è sufficiente affermare di non essere d’accordo con una decisione; è indispensabile spiegare perché quella decisione è sbagliata, analizzando le motivazioni del giudice e contrapponendo argomenti specifici. L’assenza di questo confronto rende il ricorso vago e astratto, impedendo alla Corte di Cassazione di svolgere la propria funzione di controllo di legittimità. Il ricorso, pertanto, non superava il vaglio preliminare di ammissibilità.
Le Conclusioni: Conseguenze Pratiche e Monito per i Ricorrenti
La decisione della Cassazione ha avuto conseguenze economiche dirette per la ricorrente. Oltre alla conferma della condanna, è stata condannata al pagamento delle spese processuali e al versamento di una somma di 3.000 euro alla Cassa delle ammende. Questa pronuncia funge da chiaro monito per gli operatori del diritto: la redazione di un ricorso per cassazione richiede rigore, specificità e un’analisi approfondita del provvedimento che si intende contestare. Qualsiasi impugnazione che si limiti a ripetere doglianze generiche è destinata a essere dichiarata inammissibile, con un inevitabile aggravio di spese per l’assistito.
Perché il ricorso è stato dichiarato inammissibile?
È stato dichiarato inammissibile perché l’unico motivo presentato era generico. Si limitava a una semplice affermazione di disaccordo sulla gestione della recidiva, senza argomentare in modo critico e specifico contro le ragioni esposte nella sentenza impugnata.
Cosa significa che un motivo di ricorso è ‘generico’?
Secondo l’ordinanza, un motivo è generico quando consiste in una ‘mera asserzione’, ovvero una dichiarazione di principio non supportata da un confronto analitico e puntuale con le motivazioni della decisione che si contesta.
Quali sono state le conseguenze per la persona che ha presentato il ricorso?
La ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese del procedimento e a versare la somma di 3.000,00 Euro alla Cassa delle ammende. La sua condanna per furto è diventata, di conseguenza, definitiva.