La richiesta di sostituzione della custodia cautelare presuppone spesso l’indicazione di un domicilio idoneo a recidere i contatti con l’ambiente delinquenziale. Un indagato, accusato di furto, ricettazione e associazione per delinquere, si trovava recluso in carcere. In precedenza, i giudici avevano bocciato la concessione degli arresti domiciliari presso un campo nomadi ritenuto del tutto privo di garanzie.
La difesa ha quindi avanzato una nuova istanza. L’indagato ha indicato un’abitazione situata in un comune diverso e geograficamente distante dal campo originario. Secondo la tesi difensiva, la lontananza fisica costituiva un fatto nuovo capace di allontanare l’uomo dal contesto criminale, rendendo sufficiente la misura domiciliare, eventualmente rafforzata dal braccialetto elettronico.
Il no della Cassazione al cambio di domicilio
I giudici di merito hanno respinto l’appello e la Corte di Cassazione ha confermato integralmente la decisione restrittiva. Gli Ermellini hanno dichiarato il ricorso inammissibile. Il difensore ha infatti riproposto argomenti generici già ampiamente esaminati e superati nei gradi precedenti.
La Suprema Corte ha condannato l’indagato al pagamento delle spese di giustizia. L’uomo dovrà inoltre versare tremila euro alla Cassa delle ammende, a causa della manifesta infondatezza dell’impugnazione. L’indagato resta dunque ristretto in carcere.
Perché la nuova residenza non cancella il pericolo di recidiva
I giudici hanno spiegato che la distanza geografica dal luogo del primo arresto non garantisce la fine dei comportamenti illeciti. Il nuovo comune prescelto si trova infatti nello stesso ambito territoriale in cui l’indagato ha pendente un altro procedimento per reati identici.
Inoltre, in quella stessa zona operava il medesimo coindagato con cui l’uomo aveva già agito in passato. Esiste dunque una forte continuità sia geografica sia di relazioni illecite. La motivazione ha anche evidenziato la persistente attitudine a delinquere dell’indagato, il quale ha continuato a compiere furti anche mentre i suoi complici subivano misure cautelari.
Infine, l’accusa include il reato di ricettazione. I giudici hanno chiarito che l’attività di smistamento e vendita dei beni rubati può avvenire anche a distanza o tramite terzi. Di conseguenza, nemmeno il controllo del braccialetto elettronico potrebbe impedire la gestione dei traffici illeciti dall’interno dell’abitazione.
Le conseguenze pratiche per la scelta del domicilio cautelare
Questo orientamento mostra con chiarezza i limiti delle soluzioni puramente formali nella scelta degli arresti domiciliari. Chi intende chiedere una misura meno severa non può limitarsi a indicare un alloggio distante dal luogo dell’arresto. La scelta del domicilio deve escludere qualsiasi collegamento con i complici e con altre vicende giudiziarie ancora aperte.
Se l’indagato propone una casa situata in un territorio dove ha già commesso altri reati, i giudici considerano il rischio di recidiva intatto. Inoltre, quando il reato contestato permette una gestione telefonica o telematica, come la ricettazione, il controllo domestico perde molta della sua efficacia preventiva. La misura carceraria rimane quindi l’unica soluzione considerata adeguata.
Basta cambiare comune per ottenere gli arresti domiciliari?
No, non basta la sola distanza geografica se la nuova residenza ricade in un contesto territoriale o relazionale legato ad altri reati.
Il braccialetto elettronico garantisce sempre la scarcerazione?
No, il braccialetto non basta se l’indagato può continuare a gestire l’attività illecita da remoto o tramite terze persone, come accade per la ricettazione.
Cosa accade se il ricorso in Cassazione ripete motivi già respinti?
La Corte dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente a pagare le spese processuali e una sanzione alla Cassa delle ammende.