Il lavoratore che assiste un familiare non può essere trasferito

E’ stato ritenuto vietato il trasferimento del lavoratore che assiste un familiare disabile anche quando il grado di disabilità dell’assistito non si configuri come grave, a meno che il datore di lavoro, a fronte della natura e del grado di infermità psico-fisica del familiare, provi la sussistenza di esigenze aziendali effettive ed urgenti, insuscettibili di essere altrimenti soddisfatte (Cass. A ciò si aggiunga che la sentenza della Cassazione 175/2005 ha sottolineato come sia il datore di lavoro il destinatario dell’obbligo di concessione dei permessi mensili a favore del lavoratore che assiste una persona con handicap, così come d’altronde previsto espressamente dalla L. n. 104 del 1992, articolo 3, che peraltro statuisce che “i soggetti interessati all’applicazione di detta norma possono richiedere ai rispettivi datori di lavoro di usufruire. . . “


E’ stato ritenuto vietato il trasferimento del lavoratore che assiste un familiare disabile anche quando il grado di disabilità dell’assistito non si configuri come grave, a meno che il datore di lavoro, a fronte della natura e del grado di infermità psico-fisica del familiare, provi la sussistenza di esigenze aziendali effettive ed urgenti, insuscettibili di essere altrimenti soddisfatte (Cass. 7 giugno 2012, n. 9201 e Cass. 11.10.2017 n. 23857).

Le pronunce richiamate orientano per una valorizzazione dell’esigenza di tutela del disabile al di là di ogni condizionamento derivante dal mancato accertamento di uno status o da preclusioni collegate all’inesistenza di un provvedimento formale che confermi la ricorrenza della situazione di fatto che conferisce fondamento al diritto del familiare che presta assistenza al disabile.

A ciò si aggiunga che la sentenza della Cassazione 175/2005 ha sottolineato come sia il datore di lavoro il destinatario dell’obbligo di concessione dei permessi mensili a favore del lavoratore che assiste una persona con handicap, così come d’altronde previsto espressamente dalla L. n. 104 del 1992, articolo 3, che peraltro statuisce che “i soggetti interessati all’applicazione di detta norma possono richiedere ai rispettivi datori di lavoro di usufruire…” e dalla L. n. 423 del 1993, articolo 2 comma 3 ter, che prevede che la precedente disposizione vada interpretata “nel senso che il permesso mensile deve essere comunque retribuito”, retribuibilità che non può che essere considerata quale tipico obbligo a carico del datore di lavoro” (cfr. in tali termini Cassazione 5.1.2005 n. 175 cit.)

Deve, invero, essere richiamato il principio espresso dalla giurisprudenza di legittimità secondo cui – alla stregua dell’orientamento della Corte costituzionale, che ha, da tempo, affermato che della L. n. 104 del 1992 cit., articolo 33, comma 5, si deve dare una interpretazione orientata alla complessiva considerazione dei principi e dei valori costituzionali coinvolti (come delineati, in particolare, dalla Corte Cost. con le sentenze n. 406 del 1992 e n. 325 del 1996) il diritto del familiare lavoratore, con rapporto di lavoro pubblico o privato, che assista con continuità un parente od un affine entro il terzo grado handicappato, di non essere trasferito senza il suo consenso ad altra sede, non può subire limitazioni in caso di mobilità connessa ad ordinarie esigenze tecnico-produttive dell’azienda ovvero della P.A. (cfr., Cass. SU 9 luglio 2009, n. 16102 e, successivamente, Cass. 12692/2002, Cass. 28320/2013, Cass. 11568/2017, 7981/2018, Cass. 6150/2019).

Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, Sentenza n. 29009 del 17 dicembre 2020

Aggiungi Commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.