Domanda di dichiarazione di fallimento, desistenza

Domanda di dichiarazione di fallimento, occorre distinguere la desistenza dovuta al pagamento del credito da quella non accompagnata dall’estinzione dell’obbligazione


Qualora l’unico creditore istante desista dalla domanda di dichiarazione di fallimento, occorre distinguere la desistenza dovuta al pagamento del credito da quella non accompagnata dall’estinzione dell’obbligazione.

In questo secondo caso la desistenza costituisce atto di rinuncia all’istanza di fallimento e ha natura meramente processuale: essa, “in ragione della sua peculiare natura, è un atto rivolto al giudice e da estendere allo stesso, al pari della domanda iniziale, perché questo lo valorizzi nel contesto procedimentale in cui è formato”, onde “la rinunzia non può produrre effetto ove non sia presentata al giudice che ne deve tenere conto ai fini della decisione” (Cass. 11 giugno 2019, n. 16122, la quale precisa che, di contro, la desistenza conseguente all’estinzione dell’obbligazione influisce sulla legittimazione del creditore istante e, ove il pagamento risulti avvenuto, con i crismi della data certa, ai sensi dell’articolo 2704 c.c., in epoca antecedente alla dichiarazione di fallimento, ben può essere rappresentata anche al collegio del reclamo al fine di dimostrare il venir meno della legittimazione del creditore istante al momento della dichiarazione di fallimento).

Ciò posto, se la desistenza, come atto di rinuncia, va rappresentata al giudice perché questi ne tenga conto ai fini della decisione, non può sostenersi che essa possa validamente intervenire dopo la deliberazione della sentenza, allorché il collegio ha esaurito lo scrutinio di tutte le questioni che gli sono state sottoposte; e a maggior ragione deve escludersi che l’atto di rinuncia possa intervenire, allorché il provvedimento, già redatto, sia in attesa della pubblicazione, essendosi fatto luogo all’invio telematico dello stesso alla cancelleria.

L’assimilazione dell’atto di desistenza alla rinuncia operante sul piano meramente processuale impone, del resto, di ritenere che il medesimo, al pari della rinuncia agli atti di cui all’articolo 306 c.p.c., non possa spiegare effetti a seguito della deliberazione della sentenza.

E a tale proposito può evocarsi la giurisprudenza della suprema Corte, secondo cui, per l’appunto, risulta essere inefficace la rinuncia – all’impugnazione, nella specie – se esercitata quando il relativo procedimento sia stato definito con la deliberazione della decisione, anche se questa non sia stata ancora pubblicata (in tal senso Cass. 22 ottobre 1970, n. 2103).

Corte di Cassazione, Sezione 6, Ordinanza n. 13187 del 30 giugno 2020

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