Videoconferenza, utilizzo di espressioni offensive

Videoconferenza, conversazione vocale, utilizzo di espressioni offensive, elemento distintivo tra ingiuria e diffamazione.


Videoconferenza, utilizzo di espressioni offensive, elemento distintivo tra ingiuria e diffamazione

Con sentenza emessa il 28.03.2019, la Corte di Appello di Milano confermava la sentenza del Tribunale di Monza del 31.10.2016, che aveva condannato l’imputato alla pena di Euro 600,00 di multa per il reato di cui all’articolo 595 c.p., per avere offeso l’interlocutore, pubblicando commenti e giudizi lesivi della sua reputazione su Facebook, comunicando con video chat, con modalità accessibili ad un numero indeterminato di persone.

Gli insulti venivano rivolti attraverso una chat vocale sulla piattaforma Google Hangouts, diversa dalle altre piattaforme chat digitali, leggibili anche da più persone.

Nel caso esaminato dalla Corte, il destinatario dei messaggi era solo la persona offesa e la video chat aveva carattere temporaneo, sicché non verrebbe in rilievo il precedente Cassazione Penale sez. 5, sentenza n. 7904/2019, che riguardava una chat scritta Whatsapp in cui il messaggio offensivo può essere visionato anche da altri utenti.

Sostanzialmente, la videoconferenza aveva natura di conversazione vocale, e non rileverebbe che all’ascolto vi fossero altri utenti.

Veniva, dunque, accertato che le espressioni offensive erano state pronunciate dall’imputato mediante comunicazione telematica diretta alla persona offesa, ed alla presenza, altresì, di altre persone invitate nella video chat vocale.

Ciò posto, va rammentato che l’elemento distintivo tra ingiuria e diffamazione è costituito dal fatto che nell’ingiuria la comunicazione, con qualsiasi mezzo realizzata, è diretta all’offeso, mentre nella diffamazione l’offeso resta estraneo alla comunicazione offensiva intercorsa con più persone e non è posto in condizione di interloquire con l’offensore (Cassazione Penale, Sez. 5, sentenza n. 10313 del 17/01/2019).

Ne consegue che il fatto, deve essere qualificato come ingiuria aggravata dalla presenza di più persone, ai sensi dell’articolo 594 c.p., u.c., che, ai sensi del Decreto Legislativo 15 gennaio 2016, n. 7, articolo 1, comma 1, lettera C), è stato depenalizzato; il fatto, così riqualificato, non è più previsto dalla legge come reato.

Corte di Cassazione, Sezione Quinta, Sentenza n. 10905 del 31 marzo 2020

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