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Sezione Lavoro Civile — Anno 2023

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Contratto a tempo determinato: nullo senza prove dell’azienda
Una lavoratrice ha impugnato il proprio contratto a tempo determinato, ritenendo illegittima la causale sostitutiva indicata dall'azienda. I giudici di merito hanno accolto la domanda, dichiarando la nullità del termine e disponendo la conversione del rapporto in un contratto a tempo indeterminato sin dall'inizio, oltre al pagamento di un'indennità risarcitoria. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso delle società datrici di lavoro, confermando che spetta esclusivamente al datore di lavoro l'onere di provare la reale sussistenza delle esigenze sostitutive. La Suprema Corte ha chiarito che la riqualificazione del primo contratto a termine assorbe e rende irrilevante ogni valutazione sui contratti successivi. Di conseguenza, le aziende sono state condannate definitivamente a regolarizzare la lavoratrice e a risarcirle il danno.
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Anzianità di servizio apprendistato: l’Azienda rinuncia e perde.
L'Azienda ha impugnato la sentenza d'appello che riconosceva ad alcuni dipendenti il diritto al computo dell'intero periodo di apprendistato per gli scatti di anzianità, dichiarando nulle le clausole contrarie del contratto collettivo. Successivamente, L'Azienda ha presentato formale rinuncia al ricorso, accettata dai lavoratori. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato l'estinzione del giudizio. Ha inoltre chiarito che, in caso di rinuncia, non si applica il raddoppio del contributo unificato, misura sanzionatoria riservata solo al rigetto o all'inammissibilità del ricorso. Di conseguenza, i lavoratori vedono confermato in via definitiva il proprio diritto all'anzianità di servizio apprendistato fin dal giorno dell'assunzione originaria.
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Computo dell’apprendistato: l’azienda rinuncia e i lavoratori vincono
I Lavoratori hanno ottenuto nei gradi di merito il riconoscimento del diritto al computo dell'apprendistato ai fini degli scatti di anzianità, con conseguente nullità delle clausole del contratto collettivo che lo escludevano. L'Azienda ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, ma ha successivamente depositato un formale atto di rinuncia al ricorso, accettato dai dipendenti. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del giudizio, escludendo la condanna alle spese per via dell'accordo tra le parti. Inoltre, i giudici hanno chiarito che in caso di rinuncia non si applica il raddoppio del contributo unificato, misura sanzionatoria riservata solo ai casi di rigetto, inammissibilità o improcedibilità della domanda.
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Terzo elemento salariale: negato ai lavoratori ex CFL
Due lavoratori, assunti inizialmente con contratto di formazione e lavoro poi trasformato a tempo indeterminato, hanno richiesto il pagamento del Terzo elemento salariale. Questa voce retributiva era stata soppressa da un accordo collettivo del 1997, che ne manteneva l'erogazione solo per chi era già assunto a tempo indeterminato a quella data. La Corte di Cassazione ha rigettato la domanda dei dipendenti, stabilendo che non vi è alcuna discriminazione. Poiché i lavoratori non avevano mai percepito tale importo durante il periodo di formazione, non potevano vantare alcun diritto acquisito alla sua conservazione al momento della trasformazione del rapporto. Di conseguenza, l'azienda non è tenuta a corrispondere le differenze retributive richieste.
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Opposizione ad estratto di ruolo: eredi sconfitti in Cassazione
Gli eredi di una titolare d'impresa e la società collegata hanno proposto opposizione ad estratto di ruolo, sostenendo di non aver mai ricevuto la notifica di cartelle esattoriali e avvisi di addebito INPS e INAIL. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile la domanda per carenza di interesse ad agire, non essendoci atti esecutivi in corso. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso. I giudici hanno accertato che i ricorrenti avevano già una regolare conoscenza delle cartelle in una data precedente al rilascio dell'estratto di ruolo. Di conseguenza, l'opposizione ad estratto di ruolo è stata dichiarata inammissibile e i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali.
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Impugnazione estratto di ruolo: ricorso inutile senza danno
Il Contribuente ha proposto ricorso per l'accertamento della prescrizione di debiti previdenziali, contestando la validità delle notifiche dopo aver richiesto un estratto di ruolo allo sportello. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. Secondo la Suprema Corte, l'impugnazione estratto di ruolo non è direttamente ammessa dall'ordinamento se non si dimostra un pregiudizio concreto e immediato, come l'esclusione da una gara d'appalto o la perdita di benefici pubblici. Poiché il Contribuente non ha provato tale specifico interesse ad agire, l'azione legale è priva di fondamento procedurale. Le spese di giudizio sono state compensate tra le parti a causa del recente mutamento della giurisprudenza sul tema.
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Contribuzione Gestione Commercianti: escluso il socio inattivo
L'INPS pretendeva il pagamento della contribuzione Gestione Commercianti sui redditi di partecipazione percepiti da un socio di una s.r.l. che non svolgeva alcuna attività lavorativa o di gestione all'interno dell'azienda. Il socio ha impugnato l'avviso di addebito e i giudici di merito hanno accolto l'opposizione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'INPS, confermando che i redditi di capitale derivanti dalla mera partecipazione a società di capitali, senza lo svolgimento di un'attività lavorativa abituale e prevalente, non rientrano nella base imponibile previdenziale. Di conseguenza, l'INPS non può pretendere contributi su tali somme.
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Prescrizione dei crediti di lavoro: vittoria per il dipendente
Il Lavoratore ha ottenuto il riconoscimento dell'intero periodo di apprendistato ai fini degli scatti di anzianità, con la condanna dell'Azienda al pagamento delle differenze retributive. L'Azienda ha impugnato la decisione in Cassazione, eccependo la prescrizione dei crediti. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che la prescrizione dei crediti di lavoro non decorre durante il rapporto di lavoro se questo non è assistito da un regime di stabilità reale, come ridefinito dalla Riforma Fornero. Di conseguenza, il termine prescrizionale inizia a decorrere solo dalla cessazione del rapporto di lavoro, rendendo tempestive le richieste del dipendente. L'Azienda è stata condannata al pagamento delle spese processuali.
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La trasformazione da part-time a full-time vince sui contratti
Un dipendente assunto con contratto a tempo parziale svolgeva costantemente ore di lavoro supplementare e straordinario, raggiungendo e superando l'orario del tempo pieno. I giudici di merito hanno accertato la trasformazione da part-time a full-time del rapporto di lavoro per fatti concludenti. L'azienda ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'accordo integrativo aziendale imponesse regole e procedure specifiche per il consolidamento delle ore. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la violazione dei contratti collettivi aziendali non può essere denunciata direttamente in Cassazione e che la costante esecuzione di un orario a tempo pieno trasforma di fatto il rapporto di lavoro, a prescindere dalle clausole dell'accordo aziendale.
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Nullità del ricorso introduttivo: i conteggi non salvano la causa
Una lavoratrice ha promosso un giudizio per ottenere differenze retributive, ma il Tribunale e la Corte d'appello hanno dichiarato la nullità del ricorso introduttivo. I giudici hanno rilevato l'impossibilità di individuare la causa petendi (la ragione del credito), nonostante i conteggi allegati. La lavoratrice ha proposto ricorso in Cassazione contestando questioni di merito. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, poiché la ricorrente ha censurato la decisione come se i giudici di merito si fossero pronunciati sul diritto contestato, mentre la sentenza impugnata si era limitata a una pronuncia di rito confermando la nullità del ricorso introduttivo. La lavoratrice è stata condannata a pagare le spese processuali agli eredi della datrice di lavoro.
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Cassa integrazione guadagni straordinaria: stop a criteri vaghi
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità della sospensione di un dipendente collocato in cassa integrazione guadagni straordinaria per quasi dieci anni. L'Azienda aveva applicato criteri di scelta generici e totalmente discrezionali, violando gli obblighi di trasparenza previsti dalla legge. I giudici hanno stabilito che la semplice inerzia del lavoratore nel contestare il provvedimento non equivale a una rinuncia ai propri diritti. Inoltre, trattandosi di un risarcimento per inadempimento contrattuale, si applica la prescrizione ordinaria di dieci anni e non quella breve di cinque. L'Azienda è stata quindi condannata a risarcire il dipendente pagandogli la differenza tra la retribuzione piena e il trattamento di integrazione salariale percepito.
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Interposizione illecita di manodopera: quando l’appalto è vero
Un gruppo di lavoratori ha adito le vie legali chiedendo il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato direttamente con una grande società committente. I lavoratori sostenevano che il servizio di assistenza informatica e telefonica, formalmente appaltato a ditte esterne, costituisse in realtà un'ipotesi di interposizione illecita di manodopera. Sia il Tribunale che la Corte d'Appello hanno respinto la domanda, rilevando la genuinità dell'appalto. La Corte di Cassazione ha confermato queste decisioni, rigettando i ricorsi dei lavoratori. La Suprema Corte ha chiarito che, negli appalti cosiddetti leggeri, l'autonomia dell'appaltatore si manifesta principalmente nella gestione effettiva del proprio personale, escludendo l'illecita intermediazione anche in presenza di attrezzature fornite dal committente.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: chi perde paga le spese
Un lavoratore ha impugnato la decisione della Corte d'Appello che aveva negato la conversione di ventiquattro contratti a tempo determinato in un rapporto stabile con un Consorzio di bonifica, a causa del divieto regionale di nuove assunzioni. Prima dell'udienza in Cassazione, il difensore del lavoratore ha presentato una formale dichiarazione di rinuncia al ricorso per cassazione per sopravvenuta carenza di interesse. Poiché la controparte non ha formalmente accettato la rinuncia, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per sopravvenuto difetto di interesse. In applicazione del principio della soccombenza virtuale, il lavoratore è stato condannato al pagamento delle spese processuali in favore del Consorzio.
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Cassa integrazione straordinaria: l’inerzia non cancella i diritti
Un'azienda ha collocato alcuni dipendenti in cassa integrazione straordinaria a zero ore, applicando criteri di scelta generici e discrezionali. Il Lavoratore ha fatto causa chiedendo il risarcimento dei danni per l'illegittimità della sospensione. La Corte d'Appello ha accolto la domanda del dipendente. L'Azienda ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'inerzia del dipendente equivalesse a una rinuncia tacita e che il credito fosse prescritto. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che il silenzio del lavoratore non prova alcuna volontà di rinunciare ai propri diritti e che il risarcimento per inadempimento contrattuale si prescrive in dieci anni. Il Lavoratore ha quindi vinto definitivamente la causa, ottenendo il risarcimento.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: l’azienda perde e paga
L'Azienda ha impugnato la sentenza d'appello che riconosceva a tre dipendenti il diritto di calcolare il periodo di apprendistato ai fini degli aumenti di anzianità. Successivamente, l'Azienda ha presentato formale rinuncia al ricorso per cassazione. Uno dei lavoratori ha accettato la rinuncia, mentre per gli altri l'accettazione non era necessaria per produrre effetti. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del processo, confermando che la rinuncia determina il passaggio in giudicato della sentenza precedente. L'Azienda è stata condannata a pagare le spese legali in favore del lavoratore costituito, ma è stata esonerata dal pagamento del raddoppio del contributo unificato, poiché l'estinzione non equivale al rigetto del ricorso.
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Computo anzianità apprendistato: l’azienda rinuncia al ricorso
Un'azienda di trasporti ha impugnato la decisione della Corte d'Appello che dichiarava nullo l'accordo sindacale escludente i primi 18 mesi di apprendistato dal calcolo degli scatti di stipendio. Prima della decisione della Cassazione, l'azienda ha rinunciato al ricorso con l'accordo dei dipendenti. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del giudizio. Di conseguenza, i lavoratori ottengono definitivamente il computo anzianità apprendistato e il pagamento delle differenze retributive dovute.
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Computo anzianità apprendistato: nullo l’accordo che lo esclude
I Lavoratori hanno chiesto il riconoscimento del primo periodo di apprendistato ai fini degli aumenti dello stipendio. L'Azienda escludeva tale periodo basandosi su un accordo sindacale. I giudici di merito hanno dato ragione ai dipendenti, dichiarando nullo l'accordo. L'Azienda ha fatto ricorso in Cassazione ma ha poi deciso di rinunciare alla causa. I Lavoratori hanno accettato la rinuncia. La Corte di Cassazione ha dichiarato estinto il processo. La vicenda si chiude con la vittoria dei dipendenti che mantengono il diritto al computo anzianità apprendistato per gli scatti di stipendio.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: l’accordo che chiude la lite
Una società preponente e un suo ex agente si sono scontrati in giudizio in merito a spettanze provvigionali e a un presunto patto di non concorrenza. Dopo alterne vicende nei primi due gradi di giudizio, la società ha proposto ricorso in Cassazione. Prima dell'udienza, tuttavia, le parti hanno raggiunto un accordo amichevole. La società ha quindi presentato una formale rinuncia al ricorso per cassazione, regolarmente accettata dalla controparte, con contestuale accordo per compensare le spese legali. La Suprema Corte ha preso atto di questa volontà e ha dichiarato l'estinzione del processo, senza applicare sanzioni o raddoppi del contributo unificato.
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Buoni pasto per lavoro fuori sede: l’azienda perde la causa
Una lavoratrice ha richiesto il pagamento di un'indennità sotto forma di buoni pasto per lavoro fuori sede, pari a 5,16 euro al giorno, prevista da un accordo aziendale per le attività svolte presso strutture esterne. L'azienda si è opposta, sostenendo che l'ufficio pubblico in cui la dipendente prestava servizio non rientrasse tra le sedi esterne contemplate dall'accordo. La Corte d'Appello ha dato ragione alla lavoratrice, interpretando l'accordo a suo favore. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'azienda, confermando che l'interpretazione dei contratti spetta esclusivamente ai giudici di merito. L'azienda perde definitivamente la causa e deve pagare le spese legali.
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Accordo aziendale: i limiti del passato sui diritti futuri
Due dipendenti laureate non medici chiedono il pagamento di indennità per l'attività svolta nelle camere a pagamento di un ospedale, basandosi su un vecchio accordo aziendale del 1988 già riconosciuto per il periodo precedente al 1995 da una precedente sentenza. La Corte d'Appello respinge la domanda per il periodo successivo (1996-2009) poiché le prove testimoniali dimostrano che in quegli anni le camere a pagamento non esistevano più nell'organizzazione ospedaliera. La Corte di Cassazione conferma la decisione: il precedente giudicato non si estende al periodo successivo se cambiano le circostanze di fatto. Il ricorso viene rigettato e le lavoratrici sono condannate al pagamento delle spese processuali.
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